29 febbraio 2012

Mary Mellor e la "domanda della Regina"

Mary Mellor: bringing Economics down to Earth

Mary Mellor, eco femminista studiosa di scienze economiche, risponde in questo ottimo intervento di poche settimane fa alla famosa domanda della Regina “perché gli economisti non hanno previsto tutto questo?”.
Nella risposta di Mellor tutto il danno che un’economia disincarnata e astratta ha potuto e può invece molto concretamente fare al mondo reale. Un’economia che si è voluta “scienza esatta” inventando non solo il proprio linguaggio, ma anche le proprie unità di misura e il suo oggetto fuori dalla storia umana dove non hanno cittadinanza i corpi sessuati e incarnati di uomini e donne.
Il senso comune (vs il buon senso…) pretende che l’economia si occupi di soldi, ovvero la cosa più concreta, reale e importante che ci sia. L’economia, come la matematica, non è un opinione, ma una realtà data e imprescindibile. Mellor dimostra come essa sia per lo più una pura invenzione astratta, una pura invenzione che non solo pretende di descrivere il mondo, ma anche di governarlo (per altro, abbiamo già parlato in questo blog della necessità semantica di rivedere il significato della parola economia e delle pratiche che essa descrive) e ci racconta come tutto questo abbia potuto accadere.
Riportiamo l’economia con i piedi per terra e usiamola per dare una risposta ai nostri bisogni.
Paola

23 febbraio 2012

Se il femminismo è “solo” una “misura di buonsenso”…

It’s feminism merely a matter of “common sense”?

Sul numero de “Gli Altri” del 17 febbraio 2012, un'intervista a Franco Piperno visionaria, provocatoria, interessante sulla parola “lavoro”. Dove si dice d’accordo con il reddito di cittadinanza: “ma non bisogna farsi illusioni sul fatto che questo comporti una trasformazione radicale della realtà. E' come il femminismo, il reddito di cittadinanza: una misura sensata”. Perché a volte ho la sensazione di avere vissuto sulla luna, in una dimensione parallela, di avere letto e visto altre cose che voi umani non potete nemmeno immaginare? E’ solo colpa mia? E’ vero accidenti, il femminismo è così “sensato” che per aver senso implica ripensare l’intera visione del mondo, se non è questa trasformazione radicale della realtà, non so cosa lo sia. Che ci sia poi riuscito, è altro paio di maniche, d’accordo. E nemmeno caviamocela dicendo che esistono più e diversi femminismi, signore e signori, ci vuole uno sforzo di immaginazione, coraggio, e un po’ più d’onestà intellettuale nel (non) parlare di cose che (non) si conoscono.
Paola

16 febbraio 2012

Citazioni di teoria femminista ovvero della condivisione di pensieri non espressi

Da Questioni di teoria femminista, La Tartaruga, 1993

Molti hanno il dono delle lingue ma nulla da dire. Non ascoltateli. Molti che hanno lingua e parole non hanno orecchie, non sanno ascoltare e non vogliono sentire!
Gloria Anzaldúa

Che prezzo ha la mia istruzione?
Ce n'è tanta
che semplicemente non riesco
a trarne né capo né coda.
Non posso nemmeno pronunciarle
dense astrazioni di senso
parole col trattino
tratte dal latino
circolazioni sintattiche.
Non sono ingenua
né tanto meno innocente.

Così ciò che io voglio sapere
É: chi sta prendendo in giro chi,
in giro per il giardino?
Ailbhe Smyth

Sapere che il condividere può essere tanto vitale quanto il confondere può essere mortale.
Anna Rossi-Doria


Valentina


14 febbraio 2012

Intermezzo - neve

in-between - snowing

Da piccola aspettavo la neve con il fiato sospeso. Si sa, la neve ha un lato fiabesco che incanta i bambini, e negli inverni che non son più quelli di una volta dalle nostre parti è un evento eccezionale che inceppa la routine quotidiana. Così da adulta mi sono portata dietro, insieme ad una radicata insofferenza per la routine quotidiana, un malcelato senso di soddisfazione per gli eventi meteorologici non tragici ma ineluttabili che la mettevano in crisi: la nevicata, un pazzo temporale estivo, una tempesta di sabbia desertica arrivata in groppa allo scirocco fino in Padania.
Di fronte alla classica lamentela “la neve è bella in montagna non qui che dobbiamo andare a lavorare” m'infastidiva l'indisponibilità a lasciarsi tentare da qualunque distrazione umana o climatica che esulasse dal mantra “produci consuma crepa”. Ora la neve, da romantica distrazione dal fattivo arrichire quotidiano (noi stessi o qualcun altro) si è trasformata in incubo; un incubo che dal sonno della nostra ragione ci sveglia segnalandoci come questo pianeta non è fatto per noi. Siamo solo suoi ospiti passeggeri e casuali, prodotto inaspettato e imprevedibile di una incalcolabile serie di circostanze evolutive, le cui “conquiste” non hanno più durata di un fiocco di neve sul palmo della mano di un bambino.

Paola

12 febbraio 2012

Guardando la Grecia dall'Italia: il desolante monocolo dei quotidiani

Greece seen from italian newspapers. Brief press clipping, no comment.

Piccola rassegnata rassegna stampa, senza commenti.
Quattro testate, quattro lanci uguali, 
dai blocchi bianchi si vedono innanzitutto i blocchi neri, deve essere un effetto ottico. 
Se non fosse colpevole sarebbe sconfortante.
Oltre la coltre, quando usciremo dalla coltre?

la Repubblica

Corriere della Sera

 l'Unità

la Stampa

Valentina

08 febbraio 2012

Da cittadini e cittadine a poveri vergonosi: l’autentica fine della modernità

Italian Prime Minister Monti blames people demanding for a permanent job

Caro professor Monti,
di tutte le cose nei confronti delle quali potrei mostrare sconcerto, e forte dissenso politico, ce n’è una che mi pare, forse a torto, la più sconcertante, perché di sapore così intriso da ancien régime da far venire la nausea: ovvero la separatezza – davvero castale, dico io che ho sempre detestato le scorciatoie populiste di ogni genere – tra chi ci governa e il “mondo reale”. Avevamo un premier che si difendeva penosamente dalla realtà personale del suo decadimento e da quella sociale del mondo che lo circondava immergendosi in una corte ridicolmente orgiastica che, tralasciandone il significato rispetto alle relazioni fra uomini e donne, sesso e potere – suonava come uno smodato sberleffo a chi la vita se la deve guadagnare in mezzo a mille difficoltà tutti i giorni. Lei professor Monti, mi perdoni, ma viene a raccontare a noi, che da vent’anni soffriamo, ragioniamo, facciamo politica e soprattutto esperienza personale della precarietà, nelle sue mille forme, che non si deve più cercare il posto fisso. Caro professore, davvero, come dice molto più autorevolmente di me Barbara Spinelli, arriva un po’ tardi. Non solo tardi rispetto ad una realtà del lavoro che marcia da trent’anni (ricorda? Ha mai letto i sociologi che come Gorz e altri ragionavano di lavoro precario alla fine degli anni ottanta?) ma tardi, penosamente tardi rispetto allo sforzo generoso di intelligenze politiche che la precarietà l’hanno guardata bene in faccia e non hanno prodotto solo lamento, ma analisi e proposte. La riflessione su una radicale revisione delle forme di welfare e sull’opportunità e la sostenibilità di un reddito di esistenza attraversano da un quindicennio tutta l’Europa, le sinistre radicali, ma anche sindacati e governi. Con le sue improvvide parole lei ci fa torto due volte: una prima, perché non vede e riconosce la durezza e la povertà materiale delle nostre Vite di scarto, la seconda, perché neppure riconosce lo sforzo intellettuale di comprensione e proposta che da quel disagio è emerso. E’ quest'ultima negligenza che trovo forse paradossalmente più odiosa; la pietà per i meno fortunati ha sempre fatto parte del bagaglio di molte culture religiose, come il cristianesimo, il riconoscimento della piena titolarità dell’essere un soggetto politico alla pari è stata una conquista che è costata durissime battaglie, al movimento operaio come a quello delle donne.
Ma è questa la autentica fine di ciò che di meglio la “modernità” ha significato nel mondo occidentale: un progetto politico e sociale magari fortemente conflittuale che però si declinava nello stesso mondo, nello stesso orizzonte. I protagonisti della lotta di classe, professore, per quanto male se ne potesse pensare da una parte e dall’altra (ed è ovvio quale sarebbe stata la mia) stavano sulla stessa barca, guardavano lo stesso cielo. Ora un orizzonte comune non solo non è più abitato da diversi soggetti in conflitto, né co-governato, come per esempio le socialdemocrazie con tutti i loro limiti in Europa tentavano da fare, ma è consapevolmente negato. Il privilegio torna a essere ovvio e indiscusso, ribadito attraverso la ridicolizzazione, l'infatilizzazione e la colpevolizzazione dei "poveri" (che un tempo si chiamavano appunto “vergognosi”) e degli "sfortunati". Cittadini giovani e meno giovani dalle vite dsigregate dalla precarità e dalla povertà diventanto così "cocchi di mamma", pigri bamboccioni alla ricerca di un illusorio posto fisso, concesso in passato da governanti di troppo buon "cuore" a (ormai) un manipolo di cattivoni egoisti attaccati alle proprie comodità. Che noia, doverli rimproverare tutti per le loro marachelle. Il suo linguaggio volutamente apolitico, professore, come ancora acutamente scrive Spinelli, cancella due secoli di battaglie e crescita civile e sociale come fossero una svista. Se otto ore vi sembran poche, signor primo ministro, venite voi a lavorar: e capirete la differenza che c’è tra faticar e comandar.
Paola