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28 maggio 2012

Una economia “differente” per una buona vita- Nodi e intersezioni con il pensiero delle donne

An alternative economy for a better life - part 2

Da tempo  sono affascinata dalla possibilità di mettere in relazione critica e riflessione economica e pensiero femminista. Lo sono perché penso che l'economia – cioè l'insieme delle pratiche, delle norme e delle relazioni con cui riproduciamo le condizioni materiali della nostra esistenza su questo pianeta – non può prescindere dal nodo di come sono costruite le relazioni fra i generi.
Penso ad una riflessione diversa – non necessariamente contrapposta ma diversa – dal filone “mainstreaming” che insiste sul ruolo delle donne in alcune società tradizionali o di zone particolarmente sfruttate e degradate del pianeta come chiave per esperienze di economia comunitaria, alternativa ed equa. Questo tipo di esperienze, spesso straordinariamente interessanti da cui abbiamo molto imparato e molto abbiamo da imparare,  mio parere corrono a volte il rischio di essere comunicate qui con un linguaggi e metafore che tendono a sovrapporre, senza troppo approfondire, il piano dell'esperienza storica femminile e quello di una vocazione “naturale” alla cura e alla riparazione.

Parlo di relazione fra i generi e non di condizioni, esperienza e pratiche della riproduzione – anche se storicamente questa è stata una parte rilevantissima, e fondamento simbolico di questa relazione – perché parto da una impostazione secondo cui non è tanto importante la maternità come funzione sociale e il suo riconoscimento in quanto tale (cioè quella posizione che dice che mettendo al mondo gli esseri umani le donne compiono una funzione utile alla società che come tale andrebbe valorizzata) quanto l'assunzione a pieno titolo che il mondo è popolato da (minimo – non è possibile aprire qui la discussione sulle identità sessuali plurime) due sessi e generi che hanno, rispetto alla riproduzione umana, fisiologia, esperienze, vissuti ed esigenze diverse. Dunque se l'economia è quello che abbiamo detto sopra, non può prescindere anche da come veniamo partoriti e cresciuti.
Il nesso che io intravedo, è quello per cui, così come nelle teorie economiche classiche – liberali o marxiste, da questo punto di vista c'è poca differenza – non sono state incluse le risorse naturali fra i fattori della produzione (ovvero si è dato per scontato la loro inesauribilità e gratuità) così è stata data per scontata l'inesauribilità e gratuità del lavoro di cura femminile che regge la riproduzione della forza lavoro (Mary Mellor, Antonella Picchio) a causa della configurazione delle relazioni di genere.
Così come sembra piuttosto evidente il legame tra ideologia dello sfruttamento delle risorse naturali, ideologia dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo e del profitto senza altre finalità e ordine patriarcale della società.

La mia lettura del femminismo è quella di un pensiero che ha potenzialmente smontato in senso reale e simbolico i meccanismi di potere sottesi alle relazioni di genere (intesi come diseguaglianze materiali e sofferenza simbolica e metaforica nella rappresentazione del mondo, le due cose come sappiamo sono unite). Partendo da questa lettura penso che il femminismo abbia anche una valenza di critica radicale al sistema economico capitalistico non tanto per amore della radicalità per la radicalità, ma perché sono convinta che le istanze più profonde che esso ha portato avanti non sono sono realizzabili in pieno se non si muta paradigma.

Due esempi di come si può esercitare uno sguardo 'olistico':
a) la diffusione degli elettrodomestici come fattore di liberazione delle donne da un ruolo tradizionale. Alcuni di essi possiedono senz'altro una valenza di “tecnologia appropriata” (si tratta di un concetto di origine gandhiana che tiene in considerazione sia gli effetti sociali che quelli ambientali a lungo termine delle tecnologie) cioè di una tecnologia che  promuove forme di liberazione umana. Ma se noi non conduciamo una critica motivata alle forme in cui si sono diffusi nel nostro ricco occidente, rischiamo di confondere il valore appropriato di alcune possibilità che offrono con i meccanismi del mercato capitalistico,  cioè rischiamo di non vedere che promossi come consumo individuale confinato nelle mura domestiche e assoggettato alle regole dell'economia delle spreco essi hanno anche:
reso disponibile forza lavoro femminile per un certo tipo di produzione industriale capitalistica più che liberato tempo ed energie per la promozione di libertà femminile (la doppia presenza ecc. ecc – e vediamo oggi cosa ne è di tutto questo quando le donne sono le prime a subire in misura massiccia la precarizzazione del rapporto di lavoro dove questo ora è funzionale ai meccanismi della produzione;
contribuito fortemente allo spreco di risorse e di materie prime nell'attuale misura ormai insostenibile;
sostanzialmente non intaccato la tradizionale divisione dei ruoli e dei carichi di cura intesi in senso più ampio

b) la questione della maternità. Si invoca spesso un profondo cambiamento culturale per eliminare la forte discriminazione che le donne subiscono ancora nel mondo del lavoro nel momento in cui diventano madri o semplicemente a causa del fatto che potrebbero esserlo. Sono d'accordo; ma mi chiedo:
-in questo sistema di produzione che chiede corpi neutri, senza storia, senza legami, senza altri obblighi, quanto è di per sé tollerabile un corpo femminile che può avere altri obblighi, legami e che sta nel mondo con la complessità delle relazioni di reciproca dipendenza che l'esperienza della maternità produce? La maternità, in un'ottica produttivistico-capitalistica globalizzata del massimo sfruttamento delle risorse, in cui il lavoro è solo una merce, è antieconomica. Ci possono essere aiuti, palliativi, ma il nodo della sua finalità esterna alla produzione rimane, ovvero, la massimo può venire inglobata nel sistema se si pensa la riproduzione come funzionale alla produzione. Solo se si ammette che l'economia è altro e ha altre finalità, solo se si mettono in luce le sue relazioni di interdipendenza nascoste e rimosse con la riproduzione e il mondo naturale si può promuovere il desiderio di maternità insieme a quello di una vita socialmente attiva e produttiva senza penalizzazioni.
Paola

8 febbraio 2012

Da cittadini e cittadine a poveri vergonosi: l’autentica fine della modernità

Italian Prime Minister Monti blames people demanding for a permanent job

Caro professor Monti,
di tutte le cose nei confronti delle quali potrei mostrare sconcerto, e forte dissenso politico, ce n’è una che mi pare, forse a torto, la più sconcertante, perché di sapore così intriso da ancien régime da far venire la nausea: ovvero la separatezza – davvero castale, dico io che ho sempre detestato le scorciatoie populiste di ogni genere – tra chi ci governa e il “mondo reale”. Avevamo un premier che si difendeva penosamente dalla realtà personale del suo decadimento e da quella sociale del mondo che lo circondava immergendosi in una corte ridicolmente orgiastica che, tralasciandone il significato rispetto alle relazioni fra uomini e donne, sesso e potere – suonava come uno smodato sberleffo a chi la vita se la deve guadagnare in mezzo a mille difficoltà tutti i giorni. Lei professor Monti, mi perdoni, ma viene a raccontare a noi, che da vent’anni soffriamo, ragioniamo, facciamo politica e soprattutto esperienza personale della precarietà, nelle sue mille forme, che non si deve più cercare il posto fisso. Caro professore, davvero, come dice molto più autorevolmente di me Barbara Spinelli, arriva un po’ tardi. Non solo tardi rispetto ad una realtà del lavoro che marcia da trent’anni (ricorda? Ha mai letto i sociologi che come Gorz e altri ragionavano di lavoro precario alla fine degli anni ottanta?) ma tardi, penosamente tardi rispetto allo sforzo generoso di intelligenze politiche che la precarietà l’hanno guardata bene in faccia e non hanno prodotto solo lamento, ma analisi e proposte. La riflessione su una radicale revisione delle forme di welfare e sull’opportunità e la sostenibilità di un reddito di esistenza attraversano da un quindicennio tutta l’Europa, le sinistre radicali, ma anche sindacati e governi. Con le sue improvvide parole lei ci fa torto due volte: una prima, perché non vede e riconosce la durezza e la povertà materiale delle nostre Vite di scarto, la seconda, perché neppure riconosce lo sforzo intellettuale di comprensione e proposta che da quel disagio è emerso. E’ quest'ultima negligenza che trovo forse paradossalmente più odiosa; la pietà per i meno fortunati ha sempre fatto parte del bagaglio di molte culture religiose, come il cristianesimo, il riconoscimento della piena titolarità dell’essere un soggetto politico alla pari è stata una conquista che è costata durissime battaglie, al movimento operaio come a quello delle donne.
Ma è questa la autentica fine di ciò che di meglio la “modernità” ha significato nel mondo occidentale: un progetto politico e sociale magari fortemente conflittuale che però si declinava nello stesso mondo, nello stesso orizzonte. I protagonisti della lotta di classe, professore, per quanto male se ne potesse pensare da una parte e dall’altra (ed è ovvio quale sarebbe stata la mia) stavano sulla stessa barca, guardavano lo stesso cielo. Ora un orizzonte comune non solo non è più abitato da diversi soggetti in conflitto, né co-governato, come per esempio le socialdemocrazie con tutti i loro limiti in Europa tentavano da fare, ma è consapevolmente negato. Il privilegio torna a essere ovvio e indiscusso, ribadito attraverso la ridicolizzazione, l'infatilizzazione e la colpevolizzazione dei "poveri" (che un tempo si chiamavano appunto “vergognosi”) e degli "sfortunati". Cittadini giovani e meno giovani dalle vite dsigregate dalla precarità e dalla povertà diventanto così "cocchi di mamma", pigri bamboccioni alla ricerca di un illusorio posto fisso, concesso in passato da governanti di troppo buon "cuore" a (ormai) un manipolo di cattivoni egoisti attaccati alle proprie comodità. Che noia, doverli rimproverare tutti per le loro marachelle. Il suo linguaggio volutamente apolitico, professore, come ancora acutamente scrive Spinelli, cancella due secoli di battaglie e crescita civile e sociale come fossero una svista. Se otto ore vi sembran poche, signor primo ministro, venite voi a lavorar: e capirete la differenza che c’è tra faticar e comandar.
Paola

7 ottobre 2011

Cogli la prima mela...

Pick the first apple...

Non mi unirò alla planetaria eroificazione di Steve Jobs, niente di personale, invoco solo un po' di senso critico:
come un fascista in doppio petto resta sempre un fascista, un capitalista in dolcevita resta sempre un capitalista.

I don't agree with the planetary Steve Job's eroification, nothing personal, i just demand a little bit of critical sense: as a fascist in double-breasted suit is still a fascist, a capitalist in turtleneck is still a capitalist.

Valentina

7 aprile 2011

letteralmente Alain Badiou

a quote from Pocket pantheon Prologue

dal Prologo a Piccolo pantheon portatile (il melangolo, 2010)

“Coloro che pretendono che l’essere umano sia malvagio, vogliono in realtà solo addomesticarlo per farne un salariato triste e un consumatore depresso, al servizio della circolazione dei capitali. Capace com’é di creare in diversi mondi verità eterne, l’uomo custodisce in sé l’angelo che le religioni volevano rimpiazzare.
[…]
Abbiamo visto resuscitare quei “valori” da cui la filosofia ci ha aiutato da sempre a sbarazzarci, valori come l’obbedienza (ai contratti commerciali), la modestia (davanti all’arroganza degli istrioni della tivù), il realismo (la necessità logica dei profitti e delle ineguaglianze), l’egoismo totale (ribattezzato col nome di “individualismo moderno”), la superiorità coloniale (i buoni democratici dell’Occidente contro i malvagi despoti del Sud), l’ostilità al pensiero vivo (ogni opinione va presa in considerazione), il culto del numero (la maggioranza é sempre legittima), il millenarismo stupido (il pianeta si riscalda già sotto i miei piedi), la religione vuota (dovrà pur esistere Qualcosa…)”.

Io non devo aggiungere niente
Valentina