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7 febbraio 2013

Abbiamo bisogno di una nuova definizione di economia?





I dizionari definiscono l'economia “modo di operare volto a ottenere il massimo vantaggio con il minimo dispendio di energie” come primo significato e “saggia amministrazione dei beni; impiego oculato del denaro” e al quarto posto “attività dell'uomo organizzata su base sociale, volta allo sfruttamento dei beni naturali e alla produzione e distribuzione di ricchezza”. Il vocabolario Devoto Oli esordisce così: “Impiego razionale del denaro e di qualsiasi altro mezzo limitato, diretto a ottenere il massimo vantaggio col minimo sacrificio”.

Secondo queste definizioni, l'economia non ha rapporto con la riproduzione delle condizioni della vita umana sul nostro pianeta. Al massimo rimanda all'etimologia greca che riconduce alla dimensione della saggia amministrazione domestica, il saggio uso delle proprie risorse. L'economia diventa così una tecnologia astratta e impersonale che serve a trarre il massimo vantaggio dalla scarsità (data o indotta) o dallo sfruttamento della natura (intesa ancora come estranea e separata dal destino umano) con il minimo sforzo. L'economia interviene laddove interviene l'uso del denaro, inteso a mediare relazioni personali col medium impersonale per eccellenza ed è necessariamente orientata alla dimensione dello scambio, della relazione sociale: vivere non è una attività economica, arricchirsi sì. Intesa così, l'economia si dichiara programmaticamente indifferente al genere perché ad esso, alla sua costruzione e alle sue dinamiche di rapporto, è demandata la gestione delle condizioni di riproduzione della vita umana; che non rientra nel calcolo economico ma senza la quale, però, nessuna economia è possibile. Come sostiene Mary Mellor, il lavoro delle donne è il lavoro di base che rende possibili tutte altre possibili forme dell'attività umana. Obliterarlo è probabilmente servito a sottrarne le condizioni a una qualsivoglia possibile forma di negoziazione paritaria; ma riflette comunque anche un limite, un'irriducibilità: il lavoro necessario alla vita umana non è suscettibile, oltre una certa misura, di un processo di razionalizzazione dei mezzi e ha un fine ineludibile e dato, le cui condizioni di esistenza sfuggono, in gran parte, alla nostra creatività e capacità di scelta. Ancora, l’economia, il mercato, lo scambio non esistono di per sé – anche qui con uno stretto parallelismo con quanto avviene per i generi – ma sono un costrutto sociale, e, come tale, modificabile socialmente.
Se invece proponiamo una nuova definizione di economia come l'insieme delle pratiche, delle norme e delle relazioni con cui riproduciamo le condizioni materiali della nostra esistenza su questo pianeta, allora nessuna valutazione o attività economica potrebbe più prescindere dal nodo di come sono costruite le relazioni fra i generi. E nessuna pratica economica, ugualmente, potrebbe prescindere da che cosa è necessario e meglio fare per assicurare la continuità della specie umana sulla terra. Riconoscendo poi la stretta interdipendenza non gerarchica dalle altre forme di vita e così superando infine uno specismo miope e, ormai, colpevole.
Paola

22 gennaio 2013

Attraverso il "soffitto di cristallo" si vede tutto



Non passa giorno che non vengano divulgate nuove drammatiche cifre sulla disoccupazione e sui tagli ai più svariati sistemi di welfare.
Poi capita di sentire o leggere che avere più donne occupate farebbe aumentare di tanto il pil.
Le/gli espertti/e che lo sostengono fanno quasi tenerezza nella loro infantile ostinazione. Perchè delle due l'una: a fare quale lavoro e al posto di chi le donne dovrebbero andare? e a chi dovrebbero mollare figli anziani malati disabili? Oh sì, ai loro compagni (tanto ormai anche loro ne hanno di tempo libero, essendo disoccupati). 
Sapete bene che a noi di dwp il lavoro extradomestico salariato come massima forma di libertà non è che ci abbia mai proprio convinto. Ma certo se l'alternativa è l'emarginazione e la miseria nera non c'è mica tanto da discutere. Solo che la redistribuzione dei carichi di cura - come la decrescita - avremmo voluto fosse generale, ossia redistribizione di ricchezza, pratica di giustizia, sperimentazione di nuove relazioni. Per come la si vede ora, è solo l'ennesima forma di sfruttamento. Il resto sono solo frottole fanfaluche fanfaronate. La regina è nuda, e, attenzione, attraverso il soffitto di cristallo si vede tutto.

Paola

13 novembre 2012

14 november European Strike


Il 14 novembre sciopererò perché non riesco a concepire un femminismo che non sia anche uno strumento per cambiare l'orrore economico che sta travolgendo questo pianeta e i suoi viventi.

Il 14 novembre scipererò perchè dopo più di 27 anni di lavoro precario variamente assorito ho il lusso di avere un datore di lavoro a cui comunicarlo. Datemi della stupida: l'idea di farmi trattenere quelle quattro ore dalla miserrima busta paga mi dà un gusto impagabile.
Paola 

17 luglio 2012

Laurie Penny: "Quand'è che il femminismo ha così ristretto i suoi orizzonti...?


"When did feminism narrow its horizons so that the absolute maximum we're prepared to fight for is the rights of a minority of women to be admitted into a sexist labour market whilst managing the school run on the side? "
The Independent

Onore a Laurie Penny, che nel suo articolo  (tradotto in Internazionale di questa settimana contestualmente a quello di Anne-Marie Slaughter cui il pezzo di Penny si riferisce), si e ci chiede:
"Ma vorrei sapere, quand'è che siamo diventate così poco ambiziose? Quand'è che il femminismo ha ristretto i suoi orizzonti al punto che il massimo assoluto per cui siamo disposte a combattere è il diritto di una minoranza di donne a essere ammesse in un mercato del lavoro sessista e intanto gestire anche la vita scolastica dei figli?". E prosegue: "Se dovessi inventare un modo per togliere forza al femminismo in quanto movimento socialmente utile, ecco che farei: fisserei un ridicolo standard di realizzazione personale e professionale che fosse irraggiungibile per la stragrande maggioranza delle donne non ricche, non bianche e non dell'alta borghesia, e lo chiamerei "avere tutto".
Su questo blog tempo fa abbiamo parlato del 'volere tutto', più che dell'avere tutto', e non sono esattamente la stessa cosa. E però dell'intervento di Penny mi piace il richiamo al femminismo all'essere un movimento socialmente utile, cioè capace di esprimere una critica motivata e profonda ai meccasmismi della crisi presente, più che essere la vetrina più o meno patinata del "successo" di alcune. Primo perché del successo ce ne facciamo un tubo, vogliamo felicità e libertà, e secondo perché del successo ce ne facciamo un tubo, vogliamo lavoro, giustizia, un'economia diversa: "Se il massimo che può raggiungere il femminismo moderno è la liberazione personale per un pugno di privilegiate nel quadro di un mercato del lavoro pensato da e per i maschi ricchi, allora possiamo tutte tornare in cucina". Well said, Laurie.
Paola

4 maggio 2012

Garofani rossi e mazzetti pesti di mughetto

Reduce dall'ennesismo, estenuante e per di più inutile confronto con il mio capo sull'annosa questione del lavoro, nonchè dei "giovani" nel lavoro, lo sconforto è tale da doverlo condividere.
Io un lavoro ce l'ho, anche se a termine.
Sapere che potrai pagare l'affitto fino ad una certa data e poi non si sa è destabilizzante; sapere che questo lavoro finirà con certezza, nonostante tutto, dà sollievo.
È strano, anche un po' schizofrenico, questo atteggiamento che permette di immaginare mondi possibili e schiantarsi contro il muro della dura realtà come se niente fosse. Eppure questa è una costante del lavoro dei "giovani" nel lavoro, mi pare.
E invece no. Pare che il punto non sia questo.


La lezioncina di oggi, propinata con la protervia tipica del "lupo sazio", dispiega scenari nuovi.
Il lavoro - quello gratificante, quello per cui ti sei preparato e magari avresti sperato di viverci - ci sarebbe, c'è anzi (?), ma "voi giovani non vi sapete muovere. Avete pretese di carriera e non capite che l'algerino arrivato con il barcone vi farà le scarpe. Bisogna essere umili e farsi notare. Invece voi non siete abituati al sacricifio. Se dovessi dare un consiglio, direi di vivere una settimana con la famiglia algerina, così da capire il sacrificio e imparare la determinazione".
L'assurdità di tali affermazioni - gratuite e qualunquistiche, non solo perchè l'Italia non è mai stata terra d'elezione per  profughi e/o migranti algerini - provoca emicrania e bruciori di stomaco. Scatena la rabbia, gettandoti nel panico perchè ti scopri impotente di fronte a chi alimenta il sistema per come lo conosciamo e subiamo.


Mi ero solo permessa, interrogata al riguardo, di far notare quanto fosse inappropriato di questi tempi commissionare un lavoro ad un ultrasettantenne pensionato invece che ad un giovane.
Stiamo parlando di massimi sistemi, dice lui. E no, dico io.
Ho opposto resistenza, chiarendo che noi, i cosidetti giovani, il sacrificio lo sappiamo cos'è. Che io, figlia di migranti, conosco il sacrificio e ho imparato la determinazione, nonchè il rispetto del lavoro, in qualunque forma esso si manifesta, quando c'è e quando non c'è. Cosa quest'ultima che i "lupi sazi" non impareranno mai.
Avrei potuto aggiungere tante cose, tipo che gli sproloqui sui "massimi sistemi", per alcuni sono lame taglienti che ti affettano parola dopo parola.
Ma poi ho mollato. Ci sono dialoghi possibili ed altri impossibili, poichè in tutta evidenza non è saltato soltanto il patto tra le generazioni, ma un intero codice di comunicazione.
Solo allora ho realizzato che allo scorso Primo maggio non ho preso il solito garofano rosso, non ne ho visti. Forse erano terminati. C'erano in compenso coccardine tricolore a 5 euro, decisamente troppo care. E mi sono ricordata di un'amica francese il cui padre per il Primo maggio inviava mazzettini di mughetto (in Francia si usa così) ai fratelli emigrati in Canada. I mazzetti arrivavano inevitabilmente pesti, ma arrivavano puntuali.
Voglio ancora credere che seppure pesti arriveremo alla meta anche noi. Una meta semplice, quella di una vita degna e di un lavoro dignitoso.
Maria Grazia

1 maggio 2012

Un ritorno forzato al privato o del lavoro, delle donne e delle emergenze

In occasione del primo maggio riprendo un vecchio pezzo che parla di una vecchia storia.

Durante la Prima Guerra Mondiale moltissime donne si ritrovarono ad essere impiegate in lavori che erano loro precedentemente preclusi a causa della situazione di emergenza.
Alla fine del conflitto la smobilitazione delle lavoratrici non fu immediata (sebbene fu efficace e ferma nel lungo periodo), tranne nel caso delle tranviere.
Più che sui dati statistici, occorre interrogarsi sul ruolo simbolico che ha avuto la smobilitazione, soprattutto in relazione al ritorno dei soldati dal fronte.
Appena finita la guerra le lavoratrici furono accusate di essere delle profittatrici, di volere usurpare il lavoro che, di diritto, spettava agli uomini che avevano combattuto per la patria. 
Emerse una vera e propria esigenza di “rimettere ogni cosa al proprio posto”, un vero e proprio rigoglio della privatizzazione” (Hirschman) centrato sulla famiglia e il bambino. Occorreva “da una parte, dare una nuova sicurezza ad un'identità maschile destabilizzata da quattro ani di anonimato nei combattimenti, dall'altra, cancellare la guerra, e rispondere, in un contesto di fervore sociale e reazione politica, al profondo bisogno dei reduci di ripristinare il vecchio ordine delle cose” (Thébaud).


Durante il conflitto il carattere di eccezionalità della presenza di corpi femminili dove il corpo femminile non ha luogo, viene continuamente sottolineato soprattutto ricorrendo alla simbologia donna - madre.
Immagine emblematica di tale rappresentazione è l’infermiera. La sua figura rappresenta nello stesso tempo il principale oggetto delle fantasie sessuali dei soldati e la proiezione della madre che si prende cura dei propri figli. Più si rafforza quest’immagine di una maternità che esce dai confini tradizionali, più il soldato - l’uomo - diventa indifeso e debole.
La simbologia materna viene sfruttata soprattutto per sminuire il valore della partecipazione femminile al conflitto, i sacrifici delle donne sono considerati ‘normali’, ‘comuni’, ‘naturali’, se sono finalizzati a mandare avanti la propria famiglia e tutelare i propri figli.
Un’altra questione interessante è quella che lega indissolubilmente, e forzosamente, la donna alla pace e l’uomo alla guerra.
È davvero così? L’esperienza della prima guerra mondiale dimostra il contrario. Se, infatti, da tempo il femminismo si era legato al pacifismo, l’esperienza della guerra fa sì che il nazionalismo diventi un sentimento molto forte anche per le donne “fino a quando durerà la guerra, le donne del nemico saranno anch’esse nemico” scriverà Jane Misme in un articolo del 1914.


Facendo un bilancio conclusivo del ruolo che ha giocato la Grande Guerra nella ridefinizione dei rapporti tra i sessi possiamo concludere che l’esperienza lavorativa ha accentuato ulteriormente le divisioni sessuali, collocando le donne sempre ai livelli più bassi della carriera, fino a considerare incompatibili il sesso femminile e l’ascesa nelle carriere lavorative.
Ha prevalso la volontà di riordinare il disordine conseguente alla guerra rinsaldando “i vecchi miti virili” (Thébaud): alle donne il compito di partorire e accudire i figli, agli uomini quello di combattere e conquistare.

Valentina

27 aprile 2012

Restituire complessità al lavoro delle donne in un'ottica femminista ('70-'90)

Words into Italian Feminism: to continue our  discussion about feminism we illustrate a research project going on  with the word Work (scroll down for english version)

Per un Glossario delle parole nel femminismo italiano: continuiamo la nostra riflessione sul femminismo e la sua storia presentando una sintesi dello schema della parola Lavoro.




Lavoro

Con  “Lavoro” intendiamo esplicitare alcuni complessi e spinosi nodi teorici del pensiero femminista italiano mostrandone lo sviluppo nel tempo fino al dibattito presente. La problematica della divisione sessuale del lavoro in produttivo e riproduttivo è stata cruciale nel movimento femminista italiano all’inizio degli anni settanta. Il dibattito si sviluppò soprattutto attorno alla opportunità di chiedere o meno un salario per il lavoro non pagato delle casalinghe. Si sottolineava  il nesso significativo fra sistema capitalistico e sfruttamento del lavoro domestico delle donne ( il capitalismo non può funzionare senza questo lavoro invisibile, nascosto) così come con la fissità dei ruoli di genere. 


Pensatrici femministe come Carla Lonzi – ma anche collettivi femministi e gruppi di base – cominciarono precocemente a mettere in discussione il modello maschile del lavoro extradomestico e della carriera come unica strada per l'accesso ai diritti, al rispetto e ad avere voce nella sfera pubblica. Era una critica radicale all'idea della cosiddetta “emancipazione femminile”, il modello proposto dai partiti della sinistra e dai sindacati che chiedevano più inclusione per le donne nella società. Il movimento femminista si rifiutava di chiedere maggiore inclusione delle donne nella società maschile, ma era piuttosto alla ricerca delle vie per ripensare e ridisegnare l’intera società. Liberazione, intesa come ricerca di una identità femminile completamente libera dai condizionamenti del maschile venne contrapposta ad “emancipazione”.
Nelle decadi successive, specialmente a partire dagli anni novanta, il dibattito si spostò quasi interamente sul welfare e sui provvedimenti legislativi necessari a promuovere e supportare l'ingresso delle donne nella vita professionale e nel mercato del lavoro, in particolare fra le donne impegnate nei partiti politici, nei sindacati e nelle istituzioni. Fu un periodo caratterizzato dal fiorire di molte iniziative, sia a livello locale che a livello nazionale, che recepivano le indicazioni provenienti soprattutto dall'Unione europea in materia di pari opportunità. Da parte sua, il  movimento femminista mise per lo più da parte la questione, focalizzandosi su altre istanze teoriche, mentre, abbandonando la presenza e l’azione politica nello spazio pubblico si stava trasformando in un movimento culturale con la fondazione di archivi, centri, biblioteche. Molta della complessità e della dimensione critica di quel dibattito venne quindi perduta e non venne trasmessa alle nuove generazioni  proprio mentre le giovani donne iniziavano a discutere degli effetti della globalizzazione e della precarizzazione del lavoro. E' infatti nel contesto di un progressivo attacco al welfare, di precarizzazione del lavoro appunto e poi di crisi economica che riemergono, pure con una diversa valenza, aspetti di critica al modello emancipativo – collegati in modo nuovo alla critica al sistema capitalistico che si sviluppa anche all'interno del cosiddetto movimento no-global. Emergono nuove problematiche: il ruolo delle donne immigrate nel lavoro di cura come “sostitute” delle donne native; la necessità di redistribuire i carichi di cura; l'emergere di nuovi modelli maschili e di paternità.


Work

Even the translation from italian “lavoro”  into a proper english term is a challenging theoretical question, given that in italian language the word “lavoro” could nearly without distinction mean “work”, “job”, “labor”. We’ll try to  explain some complex issues of the italian feminism through from Seventies to Nineties, touching  the present lines of reasoning.
The topic concerning the sexual division of labor in productive and reproductive work was a crucial point of discussion within the feminist movement in Italy at the beginning of the seventies. The debate developed around the advisability of calling a wage for housewifes' unpaid work or not. Some feminist groups calling a wage saw a meaningful link between capitalism and the exploitation of unpaid women’s work (without this unpaid hidden work capitalism doesn’t work) likewise fixed gender roles and identities. Feminist theorist like Carla Lonzi, but also grassroots feminist groups early started questioning the male model of extra-domestic job and career as a unique way to get rights, respect and power within the public sphere. That was a strong critique of the so-called “emacipatione femminile” (female emancipation), the term used and the model proposed by left parties and Trade Union demanding more inclusion for women in society. Feminists refused to demand inclusion in this male society; they are seeking a way to re-think and re-shape the whole society. By the  feminist movement  “liberazione” (liberation),  the quest for a female identity completely free from any influence of the  male dominance, was set against the “emancipazione”(emancipation).
During the following decades, especially in the nineties, the debate almost entirely shifted on welfare and laws necessary to promote and support women to enter in a professional life and in the labor market. The feminist movement put aside the topic: it was abandoning the demonstrations, the political activity and presence in the public spaces and turning on a cultural movement, funding archives, libraries and centers and focusing on other theoretical issues.
Those days were characterized by plenty of initiatives both at the national and local level according to the indication by the EU about equal opportunity issues. Extra-domestic female job was becoming  more widespread (despite the female employment average is still lower in Italy than in other European country). So, the complexity of the debate got lost and was not transmitted to younger generations.
More recently, in a frame of increasingly unemployment, attack on the welfare system and economic crisis some  elements of critical analysis on the model of “female emancipation” are back again. This revival is related in a new and original way to some emerging issues within the so-called no-global movement, like the role of migrant women as a surrogates of native women and the critique on industrialism, endless consumption of good  and growth that are threatening our environment. At  the same time, the debate goes on about a fair splitting of care burdens between women and men who are adopting new attitudes in fatherhood and family relationships.

Paola

20 marzo 2012

Ministra Fornero, se un piatto di spaghetti le sembran pochi: lavoro, non lavoro, reddito di esistenza

Job or basic income? If they got a minimum guarantee income, would ate italian people "spaghetti" instead searching a new job? Italian Minister Fornero is worried about it...

Pare che la ministra Fornero sia preoccupata del fatto che gli italiani sussidiati col reddito di esistenza smetterebbero di cercare un lavoro accontentandosi di un piatto di spaghetti al pomodoro. Il fatto è che gli spaghetti al pomodoro ci piacciono molto e continuiamo a pensare che ci siano un sacco cose più interessanti da fare nella vita che dannarsi in un lavoro orrendo per permettersi il Sushi (il caviale è passato di moda). Siamo però adeguatamente preoccupate della nostra linea e di conseguenza inclini a non sprofondare nella nullafacenza. Per mantenere in esercizio se non altro le cellule grigie, eccovi un paio di link in ardito accostamento per riflettere su lavoro, non lavoro e reddito di esistenza:

Paola

23 febbraio 2012

Se il femminismo è “solo” una “misura di buonsenso”…

It’s feminism merely a matter of “common sense”?

Sul numero de “Gli Altri” del 17 febbraio 2012, un'intervista a Franco Piperno visionaria, provocatoria, interessante sulla parola “lavoro”. Dove si dice d’accordo con il reddito di cittadinanza: “ma non bisogna farsi illusioni sul fatto che questo comporti una trasformazione radicale della realtà. E' come il femminismo, il reddito di cittadinanza: una misura sensata”. Perché a volte ho la sensazione di avere vissuto sulla luna, in una dimensione parallela, di avere letto e visto altre cose che voi umani non potete nemmeno immaginare? E’ solo colpa mia? E’ vero accidenti, il femminismo è così “sensato” che per aver senso implica ripensare l’intera visione del mondo, se non è questa trasformazione radicale della realtà, non so cosa lo sia. Che ci sia poi riuscito, è altro paio di maniche, d’accordo. E nemmeno caviamocela dicendo che esistono più e diversi femminismi, signore e signori, ci vuole uno sforzo di immaginazione, coraggio, e un po’ più d’onestà intellettuale nel (non) parlare di cose che (non) si conoscono.
Paola

8 febbraio 2012

Da cittadini e cittadine a poveri vergonosi: l’autentica fine della modernità

Italian Prime Minister Monti blames people demanding for a permanent job

Caro professor Monti,
di tutte le cose nei confronti delle quali potrei mostrare sconcerto, e forte dissenso politico, ce n’è una che mi pare, forse a torto, la più sconcertante, perché di sapore così intriso da ancien régime da far venire la nausea: ovvero la separatezza – davvero castale, dico io che ho sempre detestato le scorciatoie populiste di ogni genere – tra chi ci governa e il “mondo reale”. Avevamo un premier che si difendeva penosamente dalla realtà personale del suo decadimento e da quella sociale del mondo che lo circondava immergendosi in una corte ridicolmente orgiastica che, tralasciandone il significato rispetto alle relazioni fra uomini e donne, sesso e potere – suonava come uno smodato sberleffo a chi la vita se la deve guadagnare in mezzo a mille difficoltà tutti i giorni. Lei professor Monti, mi perdoni, ma viene a raccontare a noi, che da vent’anni soffriamo, ragioniamo, facciamo politica e soprattutto esperienza personale della precarietà, nelle sue mille forme, che non si deve più cercare il posto fisso. Caro professore, davvero, come dice molto più autorevolmente di me Barbara Spinelli, arriva un po’ tardi. Non solo tardi rispetto ad una realtà del lavoro che marcia da trent’anni (ricorda? Ha mai letto i sociologi che come Gorz e altri ragionavano di lavoro precario alla fine degli anni ottanta?) ma tardi, penosamente tardi rispetto allo sforzo generoso di intelligenze politiche che la precarietà l’hanno guardata bene in faccia e non hanno prodotto solo lamento, ma analisi e proposte. La riflessione su una radicale revisione delle forme di welfare e sull’opportunità e la sostenibilità di un reddito di esistenza attraversano da un quindicennio tutta l’Europa, le sinistre radicali, ma anche sindacati e governi. Con le sue improvvide parole lei ci fa torto due volte: una prima, perché non vede e riconosce la durezza e la povertà materiale delle nostre Vite di scarto, la seconda, perché neppure riconosce lo sforzo intellettuale di comprensione e proposta che da quel disagio è emerso. E’ quest'ultima negligenza che trovo forse paradossalmente più odiosa; la pietà per i meno fortunati ha sempre fatto parte del bagaglio di molte culture religiose, come il cristianesimo, il riconoscimento della piena titolarità dell’essere un soggetto politico alla pari è stata una conquista che è costata durissime battaglie, al movimento operaio come a quello delle donne.
Ma è questa la autentica fine di ciò che di meglio la “modernità” ha significato nel mondo occidentale: un progetto politico e sociale magari fortemente conflittuale che però si declinava nello stesso mondo, nello stesso orizzonte. I protagonisti della lotta di classe, professore, per quanto male se ne potesse pensare da una parte e dall’altra (ed è ovvio quale sarebbe stata la mia) stavano sulla stessa barca, guardavano lo stesso cielo. Ora un orizzonte comune non solo non è più abitato da diversi soggetti in conflitto, né co-governato, come per esempio le socialdemocrazie con tutti i loro limiti in Europa tentavano da fare, ma è consapevolmente negato. Il privilegio torna a essere ovvio e indiscusso, ribadito attraverso la ridicolizzazione, l'infatilizzazione e la colpevolizzazione dei "poveri" (che un tempo si chiamavano appunto “vergognosi”) e degli "sfortunati". Cittadini giovani e meno giovani dalle vite dsigregate dalla precarità e dalla povertà diventanto così "cocchi di mamma", pigri bamboccioni alla ricerca di un illusorio posto fisso, concesso in passato da governanti di troppo buon "cuore" a (ormai) un manipolo di cattivoni egoisti attaccati alle proprie comodità. Che noia, doverli rimproverare tutti per le loro marachelle. Il suo linguaggio volutamente apolitico, professore, come ancora acutamente scrive Spinelli, cancella due secoli di battaglie e crescita civile e sociale come fossero una svista. Se otto ore vi sembran poche, signor primo ministro, venite voi a lavorar: e capirete la differenza che c’è tra faticar e comandar.
Paola

14 ottobre 2011

Il lavoro invisibile: censimento 2011, per l’Istat il lavoro domestico non è lavoro

Housekeeping, the invisible work to Iitalian National statistic departement Istat (population census 2011)

E’ storia vecchia: l’estenuante lavoro domestico di riproduzione (delle condizioni della vita e non solo della specie) resta invisibile.
E’ storia vecchia: nonostante gli sforzi decennali (altrettanto estenuanti del lavoro domestico) per conteggiare l’enorme quantità di lavoro svolto ancora in maggioranza dalle donne, nel censimento ancora non si potrà vedere.
Si può continuare lo sforzo per aggiungerlo, ricomprenderlo, contarlo. Ma forse, donne e uomini, abbiamo bisogno di una cura più radicale: ripensare il concetto stesso di lavoro e la sua priorità. Che immane spreco di tempo e felicità darsi tanto da fare per guadagnare una cosa così priva di fascino, odore colore sapore suono come alcuni bit persi nell’etere:salario, stipendio, profitto…


Paola

7 ottobre 2011

Il deprivato è politico

Quanto segue parla di me, ma non solo. Quanto segue non parla di me, ma anche.
The next talk about me, but not only. The next don't talk about me, but also.

Mi sento obliqua rispetto al piano della realtà e provo ammirazione per quelli che invece vi sono perpendicolari, ben piantati su di esso anche se proiettati altrove.
Mi sento al centro di un uragano di vetri infrangibili, non sono in mezzo alla tempesta, non ne sono fuori.
La colla non rimette insieme la polvere.

Qualcosa incombe, qualcosa si prepara.
Qualcosa incombe, qualcosa si prepara?
E io sono ancora in grado di subodorare il presente?
O sono come quegli animali cresciuti in cattività che confondo l’odore del camino con la puzza d’incendio?

Io a che classe sociale appartengo?

Io ho una laurea magistrale, un master, un dottorato.
Io ho lavorato e lavoro per: università, case editrici, scuole, grossi quotidiani, progetti europei.
Io non ho mai accettato di lavorare gratis.
Io ho detto un sacco di no.
Io lavoro con contratti di collaborazione.
Io vengo pagata male, in ritardo, poco.
Io accumulo bollette perché non posso pagarle.
Io ho una casa piena di libri, una stanza tutta per me, un bel computer su cui scrivere.
Io alcuni mesi sono povera poverissima, altri mesi la sfango, altri ancora mi sento benestante.
Io non voglio guadagnare di più.
Io penso che la vita oggi abbia un costo nemmeno lontanamente plausibile, il mio non é un problema di mancato accesso ai consumi e di desiderio.
Io penso che occorra andare alla radice della questione, che gli aggiustamenti siano cose di superficie buone per chi non si vuole sforzare, che sia necessario un pensiero rivoluzionario.

Io sono una privilegiata.
Io sono una deprivata.
Questa schizofrenia, che di per sé genera un disagio esistenziale, mi risulta insostenibile, politicamente.

Io a che classe sociale appartengo?

Valentina

5 ottobre 2011

Ora o mai più?

Per Tina, Matilde, Giovanna, Antonella e Maria, morte di lavoro a Barletta

Right now or never?
Again about women’s work. Dedicated to Tina, Matilde, Giovanna, Antonella e Maria who have been  working in illegal awful conditions and died.

Dal sito di “Se non ora quando” ho appreso che, dopo l’assise nazionale a Roma del 2 ottobre, è in preparazione un appuntamento autunnale a Bologna sui temi del lavoro, una proposta avanzata da un gruppo di giovani donne impegnate, dice il resoconto a “ripensare il lavoro in un’ottica di genere e generazionale”.

Mi sono detta, potrebbe essere una buona occasione di confronto tra donne diverse; purché, ho proseguito fra me e me, si diano per scontate meno cose possibili e si osi a tutto campo su che cosa è per le donne, più anziane o più giovani, il lavoro;  su quale lavoro desideriamo e su come vorremmo fosse fatto e non solo su come è stato sinora; purché accettassimo serenamente di declinare tutta la trama di relazioni, di significati, di simboli che “il lavoro” e “i lavori” trainano con sé, alcuni incardinati su una grammatica dei diritti che vorremmo fosse anche la nostra lingua; altri più anarchici e riottosi ma pur sempre apparentati alla giustizia da una parte, al desiderio dall’altra.

Pensavo così e altre cose sull’urgenza della crisi e poi ho saputo di Barletta. E mi è sembrato che le mie belle considerazioni, proprio come quella palazzina, si afflosciassero su se stesse. Poi ancora ho letto una parte del commento di Massimo Gramellini su La stampa : “Se non ora quando? È una domanda che sfiorisce prima di giungere alle loro orecchie  delle operaie morte].Non può esistere riscossa per chi ha come orizzonte esistenziale la prossima bolletta”.

Non lavoro in uno scantinato fatiscente e non so se ” Se non ora quando” e relativi appuntamenti siano una forma di riscossa. Il mio orizzonte esistenziale è la prossima bolletta ma non voglio arrendermi, né pensare che qualcun altro andrà avanti per me. Voglio desiderare un altro lavoro, o pensare la fine di questo lavoro, o del lavoro tutto finché avrò un cervello funzionante in grado di immaginare futuri possibili. La pietà e l’indignazione – per quanto umani, e dovuti – li lascio a chi ha un orizzonte esistenziale che può andare oltre la prossima bolletta.

Paola

28 aprile 2011

Vogliamo tutto, ma tutto è quello che vogliamo?

We want everything! But is everything what we really want?
Job, career, maternity for... Wonderwomen

A Bologna è tempo di elezioni. Qualche sera fa ascoltavo una giovane candidata di una lista di centrodestra raccontare che alla notizia della sua candidatura molte persone avevano osservato che, così facendo, “aveva scelto la carriera”. E che lei rifiutava questa opzione: “io voglio tutto”, diceva, figli, famiglia e carriera.
La giovane candidata era brillante e disponibile a mettersi in gioco in una sede storica del femminismo cittadino; non proprio il suo terreno, si intuiva. L'affermazione suonava come una conferma di tante parole d'ordine del femminismo, passato e presente, e per questo e per la sua spontaneità è stata immediatamente circondata da una corrente di simpatia. Che non voglio mettere in discussione, sarebbe davvero ingeneroso.
E' al femminismo che, ancora una volta, è giusto porre la questione, perché il femminismo ci ha insegnato una pratica di vigile coscienza e autocoscienza, individuale e di gruppo. Vogliamo tutto è uno slogan straordinario nella sua parte che allude al rifiuto consapevole della scissione tra pubblico e privato, tra razionalità e affettività, tra corpo e mente che è una delle pratiche più violente e pervasive della disciplina maschile dei generi e delle donne travestita da neutro universale. Vogliamo tutto è uno slogan ambiguo nel suo alludere ad un modello di onnipotenza e perfezione femminile con cui ci tengono in scacco nelle nostre vite concrete e quotidiane, nelle faccende di tutto i giorni. Non si può avere tutto – e non si tratta solo di arrendevole conformismo e vigliaccheria travestita da saggezza. Sarebbe ora che noi donne e femministe ci interrogassimo con più onestà sulla forma che la complicità femminile prende quando si manifesta come desiderio/aspirazione alla capacità di tenere miracolosamente insieme tutto. Non solo perché questo fa pagare a noi stesse un prezzo altissimo, che ben conosciamo e che è tutto interamente e solo nostro. I limiti esistono: va ammesso che la cura è spesso un lavoro spossante, totalizzante, faticoso, non sempre creativo e gioioso, che può escludere o limitare fortemente l'impegno in altre sfere della vita. Non ammetterlo, non riconoscerlo e riconoscerselo rovescia interamente su noi wonderwomen e sulle nostre straordinarie doti individuali quello che è un compito squisitamente sociale: costruire una mondo basato su relazioni sociali e di genere in cui, mentre si riconosce l'altro valore della cura, non lo si attribuisce solo alle donne o ai “servizi” ad esse dedicati (presto tagliati come un lusso incomprensibile alle prime difficoltà, se non si fa questo passaggio); e sarebbe a mio parere una società in cui per forza il pil, il denaro e l'accumulazione di ricchezza verrebbero perlomeno fortemente ridimensionati come esclusivi compiti umani.
Nella megamacchina del turbocapitalismo(di cui le donne, come dice bene Picchio, sono gli invisibili servo-meccanismi) per la cura, per i figli (o gli anziani, o i malati) non ci può essere davvero posto. Siamo bravissime, è vero, simpatica candidata: ma è ora di dire agli uomini che noi non possiamo fare tutto, e che se non vogliamo tutto, almeno sappiamo tutto quello che vogliamo.

Paola

12 aprile 2011

Donne e uomini nella crisi

Italian feminist wiews on work and employment: women and men in the economic crisis.

L’Associazione per il rinnovamento della sinistra ha organizzato l’8 aprile 2011 a Milano una giornata di riflessione dal titolo Donne e uomini nella crisi: letture e proposte del femminismo italiano. Molte le voci di donne, studiose e femministe con varie visioni della questione, e anche di uomini : trovate qui notizie precise sul l’appuntamento e su invitate/i.

Il dibattito interveniva sulla carne viva della crisi e ha avuto diversi spunti interessanti. Vi dico subito una cosa che ho apprezzato e una cosa che mi ha lasciata più perplessa. Ho apprezzato che si istruisse una discussione a partire da alcuni testi pubblicati negli ultimi due anni e li si indicasse prima, consentendo a tutti di approfondire gli argomenti, e che si proponessero le visioni – plurali, come i femminismi stessi – femministe per un confronto sulla crisi che stiamo vivendo tutti, uomini e donne. Ho apprezzato meno una certa aria di autoreferenzialità che ancora è circolata: sintomatico il richiamo, da più parti, alle generazioni della precarietà che non si sono mai ribellate – ma, con una grande manifestazione, in programma per il giorno dopo, più visibilità poteva essere data all'ascolto di una/un “giovane” precaria/o.

Vengo al mio nocciolo della questione. Mio, perché certamente altri potrebbero essere individuati. Il mio nocciolo è la crisi del lavoro: non solo crisi economica, ma anche di prospettiva, modello, desiderabilità, progetto di vita. Crisi del lavoro come mancanza di : arretramento, perdita di opportunità e di diritti, e, per le donne più che per gli uomini, di autonomia e libertà, col rischio di essere ricacciate in ruoli e stereotipi che si vogliono superati per sempre. Crisi del lavoro come logoramento del: critica profonda e radicale del modello della produzione fordista e capitalista, del lavoro salariato come unica via d’accesso ai diritti e alla autonomia, della sua capacità di fondare identità e progettualità di sé.

Da una parte si dice: se rinunciate alla rivendicazione di un lavoro stabile, garantito,contrattato collettivamente, fate a pezzi i diritti, e, con essi, le vite delle donne e degli uomini. Siete subalterni a questo turbocapitalismo feroce, parlate a una élite di privilegiate/i che possono concedersi il lusso di uscire dal meccanismo. E’ grosso modo la “parte” più vicina a istanze di cosiddetta “emancipazione”. Dall’altra si dice: se rinunciate alla critica a questo lavoro, a come si è organizzato e pensato, rinunciate a guardare fino in fondo la faccia del turbo capitalismo feroce, e a pensare alternative. Siete subalterni alle sue esigenze. E’ grosso modo la "parte "più vicina alle istanze di un femminismo che ha condotto molto precocemente la propria critica alla emancipazione tout-court.

La semplificazione dei termini del confronto, è ovviamente, ancora una volta mia. Come mio resta il dubbio su chi sia subalterno a chi. Non posso fare a meno di pensare che l’argine posto con tanta fatica e tanto dolore alla mercificazione totale del lavoro nel corso di decenni di lotte, abbia ceduto come sabbia di fronte all’urto della globalizzazione. Non posso fare a meno allora che, se non ora, quando? Bisogna tornare a intendersi su che cosa è il lavoro, a chi serve e a che cosa serve. Prima di tutto per le donne. Senza avere paura di abbandonare, nella sua ridefinizione di senso e di orizzonte, le sponde che consideriamo sicure: quando arriva lo tsunami, Giappone insegna, la terraferma rischia di non essere più tale.

Paola


6 aprile 2011

Il nostro tempo è adesso - la vita non aspetta - Tutte/i in piazza il 9 aprile

The elephant in the room. There's no capitalism with a human face. It is necessary a new welfare state, it is necessary a basic income: NOW.

E’ vero che la vita non aspetta: ve lo può dire chi appartiene alla prima generazione di precari a vita, e arrivata sulla soglia della mezza età con prole assume pienamente (formulazione elegante per dire che ci sbatte il naso) che la sua condizione si è fatta permanente e non ha più tempo di modificarla. Perché se non cambia radicalmente la concezione dello Stato sociale, in direzione di un reddito di esistenza, anche uscire dalla precarietà lavorativa a più di quarant'anni – ancorché augurabile, intendiamoci – non mi restituirebbe la vita passata, la casa più adatta e dignitosa cui no non ho avuto accesso perché non potevo accendere un mutuo di un certo tipo o avere un contratto d’affitto migliore, una futura pensione cui non potrei comunque avere diritto perché, appunto, non c’è più tempo.

Non è solo questa la “generazione precaria”: ormai se ne accumulano diverse; ora semplicemente le condizioni mondiali sempre più difficili hanno spogliato definitivamente il re dei panni luccicanti di fondi di bottiglia che vestiva quando tutti saremmo diventati “liberi professionisti”, votati al successo e alla ricchezza. Lo sapevamo che era una bugia colossale: eppure le nostre grida di dolore si sono levate per quasi vent’anni nel silenzio assordante della politica. E’ che credere ottusamente alla crescita infinita della ricchezza e della disponibilità di merci, gadget, opportunità, diciamocelo, era consolatorio e gratificante per tutti: sì, le relazioni sociali si degradavano, l’ambiente attorno a noi era sopraffatto, le ingiustizie crescevano, ma il progresso avrebbe sistemato tutto, e il progresso, per definizione, non può essere fermato.

Bene scendere in piazza, finalmente, portarci i nostri corpi, pesanti esigenti e difettati, di uomini e donne che hanno bisogno di essere nutriti alcune volte al giorno, di essere curati quando si acciaccano, di essere accuditi nelle varie fasi della vita: tutte cose che ci hanno insegnato a trascurare per diventare più efficaci ingranaggi della macchina lanciata alla massima velocità. Noi siamo gli effetti collaterali del “turbo capitalismo”, esternalità, costi non rendicontabili. Al massimo grado le donne, che sono più difficili da ridurre al virtuale per l’accidente evoluzionistico che dà loro la possibilità (non il dovere) di partorire nuovi esseri umani. E’ vero che il nostro paese sconta una situazione peggiore e più disperata di altri per tante cose che sappiamo benissimo: ma non facciamoci troppe illusioni. Guardiamoci dietro le spalle, per non perdere la memoria storica di quello che ci ha appena preceduti, guardiamoci attorno, per capire che la crisi è globale e senza ritorno. Diversamente, sarà davvero difficile affrontare quello che ci aspetta con qualcosa di più che una confusa, irrealistica aspettativa di una giustizia che non arriverà.

Paola