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9 giugno 2012

Proud to be at Bologna Pride 2012





Il documento politico rivendicativo del Bologna Pride si articola in cinque parole chiave: Parità, Diritti, Genitorialità, Salute, Tutela dell’Identità di Genere. Poche, ma fondamentali. Tutte hanno a che fare con il riconoscimento della persona tutta intera, senza discriminanti o discriminazioni di sorta. Tutte improntate ad un’assoluta laicità.
Ecco perché ci piace ricordare qui che il Pride è una festa de/genere dei diritti: solo nel riconoscimento delle singole soggettività, può esserci riconoscimento pieno dei diritti di cittadinanza di tutt* e per tutt*.
MGrazia


6 dicembre 2011

La manovra che scende dai Monti ovvero le domande vane di una cittadina svanita

Oggi sono stanca, stanchissima,
non mi mancano le parole
se ne affollano anzi troppe nel mio cervello
un mucchio di parole di marmo non lavorato
non c’é modo di farle uscire
senza spaccarmi la testa.

Non studierò le “156 pagine del pacchetto”
non oggi, che ho le lacrime agli occhi,
lacrime inutili le mie,
le lacrime invisibili di un contratto scaduto e non ancora rinnovato (ad libitum)
io non sono una cittadina.

Però ho una domanda
semplice, semplice:
Perché in questa manovra “necessaria” e “ineluttabile” che ammonta a più di 30 miliardi di euro,
solo 2 mld arriveranno dalla tassa sui capitali degli evasori rientrati anonimamente?
solo 450 milioni di euro arriveranno dalla cosiddetta tassa sul lusso?
Qualcuno mi può rispondere?

Una questione che comunque non mi riguarda
io non esisto
non ho diritti
sui nostri contratti, sui nostri corpi,
sui nostri presenti, sui nostri futuri,
si gioca una partita facile
noi siamo il morto
noi siamo proprio fuori dal discorso
noi non siamo un discorso.
Mi ricordo quando una postilla di una manovra dell’ultimo governo Prodi
tolse 20 euro al mese alla mia borsa di dottorato.
Con noi si fa così.

Penso dunque non sono
mi fanno concreta solo le mie parole
le mie parole che oggi sono di marmo non lavorato
fanno male ma devo lasciarle dentro la testa
per oggi.

Valentina

10 giugno 2011

I diritti umani alle porte dello Stato-nazione: un'analisi di genere sulla cittadinanza trasnazionale

Human rights and national laws sistems in a gender perspective: migrant women and trasnational citizenship

Duole da sempre il nesso tra donne e cittadinanza, rapporto contraddittorio e imperfetto, acrobaticamente sospeso tra una ovvia necessità di inclusione e allargamento e una meno ovvia, ma altrettanto se non più necessaria, istanza di ripensamento della cittadinanza stessa. A completare – e complicare – il quadro viene una impeccabile analisi di genere che ci è stata offerta dalla studiosa di diritto Orsetta Giolo dell'impatto che la migrazione da una parte e il diritto internazionale nella declinazione dei diritti umani stanno avendo sulla legislazione nazionale degli Stati-nazione in un seminario tenuto il 7 giugno a Bologna che aveva come oggetto alcuni aspetti della cittadinanza trasnazionale delle donne migranti.
Il tema meriterebbe assai più di un post, ma è una riflessione ricca e forse non troppo conosciuta per cui è bello darne conto qui, almeno per stimolare a una lettura più puntuale.
Giolo ha giustamente ricordato la giustificata diffidenza del pensiero femminista verso ogni universalismo e quindi la discontinua attenzione che è stata posta al tema dei diritti umani; eppure, ci mette in evidenza la sua analisi, questo sistema di diritti, che uomini e donne possono rivendicare non a partire dalla appartenenza ad una comunità nazionale (ricordate la creazione della figura dell'apolide come esclusione dall'umano consesso che accompagna la messa a punto della macchina dello sterminio ne Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt?) - condizione che per ragioni ampiamente indagate esclude le donne – ma in ragione del loro nascere umani. Insomma, diritti umani universali (ancorché neutri e da declinare) versus diritti nazionali, umanità versus comunità nazionale di sangue e suolo. Giolo ci ha ricordato come ancora oggi, in Italia ad esempio, si accede alla cittadinanza o per Jus sanguinis, ossia se si è figli di un cittadino italiano (e non è da molto che anche le donne possono trasmettere la cittadinanza) o per matrimonio (ma la condizione deve sussistere non solo al momento della richiesta, ma anche al momento della concessione, anni dopo: vietato separarsi!) e solo dopo molto tempo e con grande difficoltà per residenza, ossia per scelta da parte dell'individuo/a che si stabilisce in un paese in cui studia, lavora, paga le tasse, fa parte della “comunità”. Nei primi due casi, è forse superfluo sottolineare, l'accesso alla cittadinanza è legato ad un vincolo di parentela, di famiglia, di “sangue” (sappiamo bene cosa questo significhi per le donne). Le donne, sostiene Giolo, non hanno molto da guadagnare dalla cittadinanza dello stato nazione, in un panorama di di diritto ancora fortemente improntato da radicati stereotipi di genere: basti pensare che le uniche eccezioni ai decreti di espulsione nei confronti di cittadine senza permesso di soggiorno sono l'articolo 18, che tutela le donne vittime di tratta che accettano di collaborare con le forze dell'ordine (la prostituta) e la donna incinta fino a sei mesi dopo la nascita del bambino (la madre).
Paola