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28 gennaio 2015

Un atto di rottura epistemologica

"Ma visto che vi amo, miei coraggiosi simili, vi auguro di perdere anche voi il coraggio. Vi auguro di non avere più la forza di ripetere la norma e di fabbricare l’identità, di perdere la fede in quello che dicono i vostri documenti su di voi. E una volta che avrete perso il vostro coraggio, stanchi di gioia, vi auguro di inventare un modo per l’uso del vostro corpo. Proprio perché vi amo, voglio che siate deboli e disprezzabili. Perché è attraverso la fragilità che opera la rivoluzione" (Paul B. Preciado)

http://www.internazionale.it/opinione/beatriz-preciado/2014/11/18/il-coraggio-di-essere-se

                                                                                                                                                        MGrazia

1 maggio 2012

Un ritorno forzato al privato o del lavoro, delle donne e delle emergenze

In occasione del primo maggio riprendo un vecchio pezzo che parla di una vecchia storia.

Durante la Prima Guerra Mondiale moltissime donne si ritrovarono ad essere impiegate in lavori che erano loro precedentemente preclusi a causa della situazione di emergenza.
Alla fine del conflitto la smobilitazione delle lavoratrici non fu immediata (sebbene fu efficace e ferma nel lungo periodo), tranne nel caso delle tranviere.
Più che sui dati statistici, occorre interrogarsi sul ruolo simbolico che ha avuto la smobilitazione, soprattutto in relazione al ritorno dei soldati dal fronte.
Appena finita la guerra le lavoratrici furono accusate di essere delle profittatrici, di volere usurpare il lavoro che, di diritto, spettava agli uomini che avevano combattuto per la patria. 
Emerse una vera e propria esigenza di “rimettere ogni cosa al proprio posto”, un vero e proprio rigoglio della privatizzazione” (Hirschman) centrato sulla famiglia e il bambino. Occorreva “da una parte, dare una nuova sicurezza ad un'identità maschile destabilizzata da quattro ani di anonimato nei combattimenti, dall'altra, cancellare la guerra, e rispondere, in un contesto di fervore sociale e reazione politica, al profondo bisogno dei reduci di ripristinare il vecchio ordine delle cose” (Thébaud).


Durante il conflitto il carattere di eccezionalità della presenza di corpi femminili dove il corpo femminile non ha luogo, viene continuamente sottolineato soprattutto ricorrendo alla simbologia donna - madre.
Immagine emblematica di tale rappresentazione è l’infermiera. La sua figura rappresenta nello stesso tempo il principale oggetto delle fantasie sessuali dei soldati e la proiezione della madre che si prende cura dei propri figli. Più si rafforza quest’immagine di una maternità che esce dai confini tradizionali, più il soldato - l’uomo - diventa indifeso e debole.
La simbologia materna viene sfruttata soprattutto per sminuire il valore della partecipazione femminile al conflitto, i sacrifici delle donne sono considerati ‘normali’, ‘comuni’, ‘naturali’, se sono finalizzati a mandare avanti la propria famiglia e tutelare i propri figli.
Un’altra questione interessante è quella che lega indissolubilmente, e forzosamente, la donna alla pace e l’uomo alla guerra.
È davvero così? L’esperienza della prima guerra mondiale dimostra il contrario. Se, infatti, da tempo il femminismo si era legato al pacifismo, l’esperienza della guerra fa sì che il nazionalismo diventi un sentimento molto forte anche per le donne “fino a quando durerà la guerra, le donne del nemico saranno anch’esse nemico” scriverà Jane Misme in un articolo del 1914.


Facendo un bilancio conclusivo del ruolo che ha giocato la Grande Guerra nella ridefinizione dei rapporti tra i sessi possiamo concludere che l’esperienza lavorativa ha accentuato ulteriormente le divisioni sessuali, collocando le donne sempre ai livelli più bassi della carriera, fino a considerare incompatibili il sesso femminile e l’ascesa nelle carriere lavorative.
Ha prevalso la volontà di riordinare il disordine conseguente alla guerra rinsaldando “i vecchi miti virili” (Thébaud): alle donne il compito di partorire e accudire i figli, agli uomini quello di combattere e conquistare.

Valentina

11 ottobre 2011

I don't agree with the regime! o di come le bambole non sono tornate al Festival di Internazionale grazie a Beatriz Preciado


Avvertenza
I virgolettati sono citazioni letterali tradotte e riagganciate da me (dunque non più letterali).
Ho scelto di riportare le parole delle intervenute perché é così che volevo costruire il mio racconto.
Di conseguenza, anche se ci sono citazioni letterali, questo é il mio racconto, é solo il mio racconto.

Antefatto
Sabato 1 ottobre 2011 si é tenuto a Ferrara un incontro dal titolo “Il ritorno delle bambole”, sono intervenute Michela Marzano, Beatriz Preciado, Natasha Walter, ha moderato Loredana Lipperini.
Quello che segue é “il post lungo”.

Parto da una considerazione, che nella sua evidenza può anche sfuggire: il titolo dato all’incontro sostiene una tesi, quella del libro Living Dolls di Natasha Walter, una tesi che Michela Marzano per molti versi condivide e che é lontanissima dal pensiero di Beatriz Preciado.
La bambola che ritorna non é una bella medusa cyborg, né tantomeno un corpo di plastica, é un corpo di donna “iperfemminile” che diventa modello per le ‘giovani’, un modello che viene inculcato sin dall’infanzia attraverso i giochi, attraverso - ad esempio, guarda caso - quella bellezza bionda/castana/mechata di Barbie (Walter).
Ma, come afferma immediatamente Preciado: “Barbie all'inizio era una puttana (Barbie doll was a whore in the beginning)”!
Preciosa Preciado, che ha trasformato quello che sembrava voler essere un siamo-tutte-indignate discorso sulla disgraziata rappresentazione contemporanea della donna - intesa come portatrice non distratta di vagina - in una riflessione che é fuggita dagli stereotipi, per svelare che sono proprio certe posizioni in apparenza “buone e giuste” che contribuiscono a ossificarli, “non é solo la donna che viene oggettificata, anche il desiderio maschile é costruito in questo modo di merda (in this garbage way)”.
“Viviamo in un regime binario fortemente normativo - continua Preciado - col quale non dobbiamo identificarci. Quante persone possono scegliere il proprio genere? Noi non abbiamo scelta! Dobbiamo espandere il modo in cui pensiamo il genere e la sessualità. Il femminismo non riguarda la donna. Come soggetto politico noi possiamo dire: Io non approvo questo regime!”.
E alla considerazione di Walter: “Ma il femminismo riguarda l’iconicità, dunque riguarda il maschile e il femminile”, Preciado risponde: “Io non voglio essere identificata/o per mezzo dei miei genitali”.
Marzano, in questa impari diatriba, si é assestata su una posizione povera, poverissima, con l’intenzione di farla passare per raffinata e acuta (e mi ha rafforzato nell’idea che non ha proprio idea e che, come succede troppo spesso qui da noi, é diventata l’autorità parlante di cose di cui non dovrebbe parlare): “In Italia si é persa di vista la figura dell’alterità. Io non so cosa é una donna, però so che sono una donna. Il discorso femminista diventa pedagogico per via del flagello del discorso berlusconiano. La chiave di volta oggi é la bellezza. Negli anni ’70 la pornografia serviva a liberare il desiderio delle donne. In Italia altro che post-pornography, siamo alla pre-pornography. Bisogna decostruire l’ambiente socioculturale dentro al quale si fanno i discorsi sul sesso”.
Seguono statistiche di Walter sul numero di prostitute che hanno subito molestie.
“Parlare della relazione tra prostituzione e abuso sessuale é inquietante (fastidioso). Quante donne che lavorano nei supermercati hanno subito molestie?”, in un regime normativo non c’é scelta, non abbiamo la scelta di non essere sex worker, di non essere sposate, di non avere bambini. Che differenza c’é tra lavorare con le proprie mani e lavorare con la propria vagina quando al fondo c’é una questione di classe, quando al fondo c’é il dato che viviamo in un regime che sfrutta il nostro lavoro a fini produttivi?

La differenza tra rivoluzione e aggiustamento dovrebbe essere evidente, ed io che odio il condizionale mi trovo costretta ad usarlo, perché questa evidenza non é data.
Il femminismo é rivoluzionario, il femminismo deve essere rivoluzionario.
Un pensiero rivoluzionario va alla radice delle questioni, in profondità, con un’intelligenza pura che analizza tutte le sfumature, non le nega.
Un pensiero rivoluzionario rompe le cose che si aggregano per abitudine e per facilità.
Un pensiero rivoluzionario pronuncia parole fastidiose per le orecchie tappezzate di velluto.
Mi sembra che tanti discorsi oggi nascondano invece - a volte anche inconsciamente - la nostalgia per “vizi privati e pubbliche virtù”.

Valentina

P.S. Segnalo che l’unica a utilizzare i termini prostituta e puttana é stata Beatriz Preciado, a detrimento delle mie orecchie e delle mie viscere sono volati un sacco di “escort”.

18 giugno 2011

"Frammenti di memoria", recensione a un saggio di Francesca Badi

Francesca Badi, Frammenti di memoria. Donne e guerra a Calestano e Marzolara (1943-1945), Provincia di Parma - Comune di Calestano - Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Parma, 2006.

Il filo attraverso cui si dipana il libro di Francesca Badi ha il merito di mettere in luce la specificità femminile nella partecipazione al secondo conflitto mondiale senza però appiattirla sulle categorie d’analisi dentro le quali viene solitamente confinata. Emerge una lettura critica della memoria delle testimoni che rimette in discussione alcune delle presunte certezze che molta storiografia ancora oggi dà per scontate.
I temi scelti - nascondere, curare, scegliere, madri, ricordare - mostrano chiaramente, e l'autrice lo ha sottolineato più di una volta, che circoscrivere la partecipazione femminile ad una mera estensione del 'tradizionale', 'naturale' e 'spontaneo' lavoro di cura è assai riduttivo.
Riduttivo per la storia tutta, non per la storia delle donne o per la storia di una comunità ristretta come quella di cui parla il saggio.
La nostra è una storia ancora incompleta se mancano Livia, Anna, Maria, Orsolina, ovvero se mancano le donne che questa storia la hanno fatta, non solo vissuta, non solo subita.
Un merito di questo lavoro è quello di aver saputo parlare di tutta la simbologia legata al materno mantenendo ben fermo un punto, ossia che questo è uno dei modi, non il solo, con cui si può spiegare l'agire delle donne, all'interno di un sfaccettata gamma di comportamenti.
Quindi il materno come possibilità, non come spiegazione.
Un dato storico rilevante che emerge dal libro è lo sconvolgimento dei ruoli tradizionali che avviene in quegli anni. É un dato che, a mio parere, deve essere guardato da più punti di vista: è una situazione eccezionale, quindi provvisoria, nella quale le donne si trovano proiettate quasi improvvisamente e di fronte alla quale reagiscono con coraggio; è un banco di prova attraverso cui queste donne scoprono la possibilità di vivere la sfera pubblica che era loro preclusa; é anche un momento di libertà, pur nell'orrore della guerra, in cui le donne diventano 'l'anello forte' della società.
Ma occorre guardare anche l'altro lato dello specchio, l'eccezionalità del momento fa sì che il ruolo avuto nella guerra non soltanto non venga riconosciuto, ma non venga neanche introiettato dalle testimoni stesse, che spesso si raccontano utilizzando i percorsi della memoria ufficiale, sottovalutando le proprie azioni, giustificandole come naturali. L’autrice fa notare, ad esempio, quanto sia stato sminuito il ruolo delle staffette - una delle testimoni quasi si stupisce di essere considerata una partigiana dalla sua intervistatrice - e quanto questa sottovalutazione sia entrata nell'immaginario delle partigiane stesse. Anche in questo caso, se capovolgiamo i punti di vista appare chiaro quanto sia rischioso il ruolo della staffetta, che queste donne hanno rischiato la vita tanto quanto l'hanno rischiata gli altri partigiani, che hanno avuto il coraggio di compiere azioni che gli uomini avevano paura di fare senza mai tirarsi indietro, con un misto di incoscienza dovuta alla giovane età e di coraggio dato dalla consapevolezza di fare la cosa giusta.
Il lavoro di Badi sottolinea con intelligenza il valore delle azioni, non tanto la loro eccezionalità - perché eccezionali non sono, i racconti delle donne di Marzolara e Calestano condividono molte cose con i racconti di guerra fatti da altre testimoni, in altre parti dell'Italia - restituendocele in una luce nuova e collocandole correttamente nella storia, ovvero al suo centro, non al margine.
Dalle testimonianze raccolte nel saggio emerge il coraggio della scelta, la forza di schierarsi, la volontà di fare.
Le donne di Calestano e Marzolara non si lasciano sopraffare dalla guerra, la affrontano.

Valentina

10 giugno 2011

I diritti umani alle porte dello Stato-nazione: un'analisi di genere sulla cittadinanza trasnazionale

Human rights and national laws sistems in a gender perspective: migrant women and trasnational citizenship

Duole da sempre il nesso tra donne e cittadinanza, rapporto contraddittorio e imperfetto, acrobaticamente sospeso tra una ovvia necessità di inclusione e allargamento e una meno ovvia, ma altrettanto se non più necessaria, istanza di ripensamento della cittadinanza stessa. A completare – e complicare – il quadro viene una impeccabile analisi di genere che ci è stata offerta dalla studiosa di diritto Orsetta Giolo dell'impatto che la migrazione da una parte e il diritto internazionale nella declinazione dei diritti umani stanno avendo sulla legislazione nazionale degli Stati-nazione in un seminario tenuto il 7 giugno a Bologna che aveva come oggetto alcuni aspetti della cittadinanza trasnazionale delle donne migranti.
Il tema meriterebbe assai più di un post, ma è una riflessione ricca e forse non troppo conosciuta per cui è bello darne conto qui, almeno per stimolare a una lettura più puntuale.
Giolo ha giustamente ricordato la giustificata diffidenza del pensiero femminista verso ogni universalismo e quindi la discontinua attenzione che è stata posta al tema dei diritti umani; eppure, ci mette in evidenza la sua analisi, questo sistema di diritti, che uomini e donne possono rivendicare non a partire dalla appartenenza ad una comunità nazionale (ricordate la creazione della figura dell'apolide come esclusione dall'umano consesso che accompagna la messa a punto della macchina dello sterminio ne Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt?) - condizione che per ragioni ampiamente indagate esclude le donne – ma in ragione del loro nascere umani. Insomma, diritti umani universali (ancorché neutri e da declinare) versus diritti nazionali, umanità versus comunità nazionale di sangue e suolo. Giolo ci ha ricordato come ancora oggi, in Italia ad esempio, si accede alla cittadinanza o per Jus sanguinis, ossia se si è figli di un cittadino italiano (e non è da molto che anche le donne possono trasmettere la cittadinanza) o per matrimonio (ma la condizione deve sussistere non solo al momento della richiesta, ma anche al momento della concessione, anni dopo: vietato separarsi!) e solo dopo molto tempo e con grande difficoltà per residenza, ossia per scelta da parte dell'individuo/a che si stabilisce in un paese in cui studia, lavora, paga le tasse, fa parte della “comunità”. Nei primi due casi, è forse superfluo sottolineare, l'accesso alla cittadinanza è legato ad un vincolo di parentela, di famiglia, di “sangue” (sappiamo bene cosa questo significhi per le donne). Le donne, sostiene Giolo, non hanno molto da guadagnare dalla cittadinanza dello stato nazione, in un panorama di di diritto ancora fortemente improntato da radicati stereotipi di genere: basti pensare che le uniche eccezioni ai decreti di espulsione nei confronti di cittadine senza permesso di soggiorno sono l'articolo 18, che tutela le donne vittime di tratta che accettano di collaborare con le forze dell'ordine (la prostituta) e la donna incinta fino a sei mesi dopo la nascita del bambino (la madre).
Paola

10 aprile 2011

Scomparsa del corpo, assenza del soggetto

Disappearance of body, absence of subject.
Feminist historiography between gender perspective and “women’s history”.

Soffocamento. Questa è la sensazione che rimane a margine di un convegno di storia delle donne.
Minorità dell’argomento sottolineata dalla presenza poco numerosa ed esclusivamente femminile di pubblico.
Studiosi, il maschile linguistico va da sé, sebbene nove siano le studiose e uno solo lo studioso. Giovane, quest’ultimo – catalizzatore di condiscendenza materna: un uomo che si/ci degna di assumere ad oggetto delle proprie ricerche tematiche femminili (ovvero che abbiano per oggetto le donne)!
Seguono interventi in cui le donne - indicate come soggetto, almeno stando ai titoli dati alle letture -, si rivelano scarni oggetti di classificazioni. Private della loro esistenza (il corpo), le donne svaniscono nel tentativo fallimentare di analizzare i ruoli nei quali sono state collocate. L’inefficacia dell’operazione deriva proprio dall’assenza del soggetto. In sua assenza, infatti, risulta impossibile cogliere appieno il peso che quei corpi di donna hanno avuto nello stabilire o nel modificare un determinato ruolo. Ma tra i presenti nessuno sembra essersene accorto.
Eppure l’assunzione di una peculiare prospettiva di genere è una metodologia che coinvolge in primo luogo chi compie la ricerca: serve a far sì che l’esistenza negata dalla Storia riemerga, rivelando l’inganno di una ricostruzione storica che ne ha naturalmente avallato l’assenza.

Ossigeno. È tutto qui, in alcuni versi di Emma Baeri (I Lumi e il cerchio, Rubbettino 2008, p. 190):

La fine della storia
appare morte
ma è sguardo differente
sulle cose
è acquisto di memoria
di me stessa – lieve
pensosa di parole nuove
Può sembrare banale
forse insano
Ma la gioia di esistere
è più forte
del greve condiscendere del padre
della grigia mestizia
che trascura
il sapore del vento
(…)

MGrazia