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6 novembre 2012

Femminismo, dose minima giornaliera raccomandata


Feminism, Recommended Daily Allowance

 "Per lavorare sulle donne, su tutto ciò ch questa scelta implica, le intellettuali hanno bisogno delle altre donne. In senso proprio, concreto. In primo luogo per sperimentare, seguire con qualche libertà, ma anche per trovare gli ancoraggi di quella che abbiamo definito la peculiare modalità operativa e conoscitiva della ricerca sul femminile (...) Quel che conta è che attorno a qusta peculiarità/originalità ruota la scommessa più forte del femminismo sul tavolo della cultura: presupporre di avere in mano una chiave non solo di critica ma di creazione e di rifondazione conoscitiva"


Maria Luisa Boccia
Sulla storia delle donne. Dieci anni di miti ed esperienze
"Memoria", rivista di storia delle donne n.9 1983

Paola

24 settembre 2012

Per una lettura del libro sul movimento femminista in Italia di Fiamma Lussana

Reading the history of italian feminism by Fiamma Lussana

È ancora difficile e pieno di insidie il rapporto tra storia del femminismo e 'storia generale'. Certo ci sono le difficoltà storiografiche – un movimento che non vuole lasciare memoria, che diffida della carta scritta, che è molecolare e disperso nel suo farsi e nei suoi lasciti – ma il nodo non è soltanto di metodo scientifico. Rimane un nodo squisitamente politico: un movimento che non vuole “morire”, che scavalca allegramente, mutando pelle, le stagioni politiche,  attraversa le cronologie e, nonostante i ripetuti tentativi di confinarlo nell'armadio delle cose dismesse dai favolosi anni settanta, ancora fa resistenza. Attinge questa forza dalla sua stessa radicalità; quella radicalità che “a dispetto del suo furore antisistemico (ma non sarà un poco anche 'grazie'?...) ha in realtà contribuito ben oltre il lungo '68 a illuminare le zone d'ombra e le distorsioni del nostro tempo”; una radicalità che però non supera la crisi politica e sociale innescata  dalla violenza del terrorismo, che mette in crisi irreversibilmente anche “metodi e strategie del movimento”. “Che dopo di allora certo non è morto ma, incalzato da quei tragici eventi, non è riuscito a superare le sue contraddizioni e le sue interne lacerazioni. Ha rimodulato la sua elaborazione scegliendo la riflessione teorica sulla differenza sessuale, che ha arricchito con un nuovo ordine simbolico  l'analisi femminista degli anni ottanta e novanta, ma non ha saputo formulare un progetto politico capace di incorporare le sue diverse anime. Non è riuscito a usare la sua intelligenza teorica per cambiare il mondo”.


Il libro si muove quindi su un crinale difficile: vuole scrivere di storia, e quindi interpretare il femminismo come parte integrante e decisiva della storia del secondo novecento mondiale e italiano, ma si deve confrontare con la sua irriducibilità – di intenzioni e di natura (e così, nella prima parte del libro è come se la storia generale si riprendesse la scena, mentre nella parte conclusiva il diario dei singoli gruppi significativi restituisce quanto sembra collocarsi a fatica nel quadro complessivo) e  con la sua capacità di “contaminazione”: come accade nella vicenda del femminismo sindacale e dei corsi delle 150 ore rivolti alle donne, che il volume ha a mio parere il non trascurabile pregio di ricostruire e approfondire, mostrandone il respiro politico e teorico. “Quella del femminismo sindacale è stata insomma soprattutto una sfida culturale che ha abbattuto pregiudizi, ha cominciato a rimuovere dure e radicate incrostazioni ideologiche, costruendo un ponte ideale con l'universo frastagliato di gruppi e collettivi (…). Per ora perdono le donne, che non sono riuscite a imporre un modello familiare basato su una più giusta divisione dei ruoli e compiti e und adiversa foram di organizzazione del lavoro che, insieme all'uguaglianza dei diritti, sappia riconoscere la differenza femminile. Ma il pensiero delle donne non si è fermato. Negli anni che verranno continuerà a suscitare visioni e suggestioni. Sarà invece il sindacato – e con lui i partiti e l'intero sistema politico – a pagare i costi della voragine sempre più profonda che intanto si è aperta fra la politica e la gente (…). E tutti si portano dietro, donne e uomini, la fatica di vivere in un mondo che, a dispetto dell'era globale che vorrebbe abbattere confini e livellare standard di vita, è sempre più diviso, sempre più ineguale”.
Il fatto è che proprio la  storia  che Lussana fa a parlarci direttamente del nostro presente e non solo come tradizione politica ed eredità culturale: da una parte la radicalità necessaria a pensare ad un diverso ordine simbolico del mondo e quindi a un cambiamento profondo delle relazioni di genere; dall'altra la necessità di tradurre in politiche concrete le istanze di questa radicalità. Cosa può essere perduto e cosa può essere guadagnato in questo difficile e movimentato travaso, che non potrà mai dirsi concluso una volta per tutte, non è – non ancora? Non sarà mai? - questione puramente accademica, di giudizio storiografico.
Nel presente, penso ovviamente al dibattito acceso attorno alle manifestazione del 13 febbraio 2011, o attorno alle questioni del lavoro, del suo valore e del suo significato: da una parte il rifiuto di farsi ingranaggio di un mercato spaventosamente nemico di donne e uomini attraverso retoriche produttiviste e lavoriste, dall'altra i bisogni concreti di welfare, salario, diritti. Solo una sana radicalità può leggerli nella giusta prospettiva; ma non cessano per questo di essere drammaticamente urgenti e drammaticamente reali.
Ben oltre gli anni del movimento “il movimento femminista è la coscienza critica di questi anni. Fin dal suo primo manifestarsi, anche se con accenti diversi nelle sue varie fasi, la sua è una voce contro. Antiegualitaria, antiemancipazionista, antistituzionale. Reagendo all'unanimismo asessuato di un mondo di eguali, la teoria femminista è la scheggia impazzita della cultura dell'eguaglianza e delle pari opportunità che si afferma negli anni settanta”.
Ci resta molto, molto preziosa questa sua "voce contro".

Paola