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5 luglio 2012

Segnalazione: La barbe

"la barbe" è un gruppo femminista francese nato con l'obiettivo di protestare in modo ironico contro il sessismo imperante nella vita pubblica.




Una delle principali attiviste, Colette Coffin, ha affermato che gli incontri femministi sono tutti concentrati e incentrati sulle donne, mentre il problema sono gli uomini! o meglio la loro occupazione dello spazio pubblico.
Dunque, alzarsi in piedi in un consesso pubblico indossando delle barbe finte ha lo scopo di creare un effetto specchio. Sulle prime suscita risatine, poi però le attiviste vengono cacciate in malo modo. Perché? Perché mostrando nella sua completezza una situazione tutta dominata dagli uomini non si fa altro che evidenziare l'assoluta invisibilità delle donne. E certo non fa piacere, men che meno in ambienti cosidetti di alta cultura!
Per documentarsi un po' rimando all'articolo uscito due giorni fa su Atlas, all'interessante intervista di Lucy Ash per BBC News Magazine e alla notizia non più recente rilanciata da FoxNews in seguito alla protesta inscenata al festival di Cannes

MGrazia

18 aprile 2012

Della parentesi come segno (del sessismo) dei tempi

La notizia è questa



Ma ecco come titola il Corriere della Sera l'articolo sulla protesta di questa donna, salita sul tetto dell'automobile del presidente iraniano durante una visita ufficiale nella capitale della regione di Hormozgan


L'ironia di quella parentesi è radicalmente fuori luogo, non sarebbero necessari commenti se non quell'unico commento che è il buon vecchio "senza parole".
Ma una parola, oggi, voglio dirla.
Dentro quella parentesi c'è tutto un mondo, un mondo specificamente italiano, in cui le strizzatine d'occhio sono il dispositivo per relegare alla nota di costume le notizie che riguardano un essere umano di sesso femminile.
Giornalisti e titolisti dovrebbero riflettere, perché, con buona pace di quelli che "è sempre uguale", non è sempre uguale.
Questa deriva linguistica, che è una deriva di senso, si evolve esponenzialmente.
C'è tutto un immaginario su donne e uomini potenti che si è costruito in questi anni in casa nostra, questo linguaggio lo avalla consapevolmente.

Notevole anche l'autocensura in home, un classico


Come scrive Sylvia Plath* "C'è fango sui miei piedi, spesso, rosso, scivoloso".

Valentina**

*Getting there, 6 novembre 1962
**L'autrice ringrazia A., che ha reso chiaro quello che era oscurato dalla collera.

15 aprile 2012

violenza (elettro)domestica: uno spregevole esempio di comunicazione pubblicitaria

La nuova campagna pubblicitaria di Mìele Italia, ideata da Mpr Comunicazione Integrata, gioca sul tema della "pubblicità progresso" presentando una campagna contro la violenza sulle stoviglie (ved. anc he questo post di Giovanna Cosenza)


Non c'è nessuna ironia nel riferimento, quello della violenza sui bicchieri è un problema serio, ingente.
Il che rende la trovata pubblicitaria ancora più agghiacciante e intollerabile nel suo esplicito richiamo alla violenza contro le donne, in particolare quella che si perpetra tra le mura di casa.
La violenza del presunto amato/amante che ti sbatte la testa contro lo spigolo della lavastoviglie che non fa del male al vasellame.
Perché a noi donne ce lo hanno insegnato sin da bambine che prima di tutto bisogna salvare le apparenze e che i piatti sporchi si lavano in casa (senza sbeccarli, altrimenti son botte).

Valentina

13 ottobre 2011

Cose da maschi

Stavo pensando alla doppia militanza degli spiriti incendiari in bocche sessiste (e mi riferisco ad esseri che non smetto di ammirare); alle mani che reggono i megafoni; alle cose che presuppongo evidenti e che invece restano seppellite sotto tonnellate di cultura; al fatto che un paradigma, se non é universale, non può essere definito tale.
E mi é tornata in mente queste storia.

Avevo 17 anni,  frequentavo un collettivo politico nel paesello in cui sono nata (che poi è una orrenda/stupenda città della Sicilia, anche se, come mi ha insegnato mio padre, io dico sempre che è del Nord Africa), un giorno i maschi consapevoli del collettivo organizzarono un dibattito sull'aborto, durante il dibattito mi alzai e uscii dalla stanza, non mi piaceva il modo in cui stavano "cosificando" (sic! ipsa dixit) il - anche mio - corpo di donna, perché quel linguaggio pizzicava le corde delle mie piccole riflessioni sulla pratica medica e il controllo del corpo. 
Uscii dalla stanza senza dir niente perché lì dentro mi sembravano tutti così uniti e concordi e perfettamente a proprio agio con l’ipotesi delle loro intelligenze e questo (allora) mi intimidiva. 
Finito l’incontro, l'intellettualeader del collettivo disse a voce alta e incazzata che non era pratica politica buona e giusta alzarsi e farsi i cazzi propri mentre c'era un dibattito. Alla mia risposta continuò ad essere incazzato, io feci la faccia stronza (abilità che ho affinato col passare degli anni fino a diventare così brava da potermi fregiare del titolo di “Madre di tutte le Stronze”) e me ne andai con la mia motoretta. 
La sera, sfogai la mia rabbia per l'atteggiamento dell'int.lead. parlando al telefono con l'allora fidanzato studente-lontano-ma-sempre-membro-a-distanza-del-collettivo. Il fidanzato c'aveva l'intelligenza femminista e comprese, ma fece una cosa da maschio (un colpo al cerchio e uno alla botte...): telefonò all'int.lead. e gli fece il cazziatone. 
Ebbene, l'indomani l'int.lead. mi chiese scusa - pausa di riflessione, contate fino a dieci - scuse che peggiorarono la situazione, vista la fonte della sua autocritica.
Poi me ne sono andata, definitivamente.

Valentina