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9 febbraio 2014

Una questione di Cittadinanza

La campagna internazionale "One Billion Rising" anche quest'anno per il 14 febbraio chiamerà a raccolta un miliardo di persone. Nel 2013 l'obiettivo fissato dalle organizzatrici era di carattere prettamente culturale: mobilitare donne e uomini contro la violenza sulle donne e le bambine. Quest'anno la posta in gioco è tutta politica e la mobilitazione ha lo scopo di chiedere giustizia: "Fino a quando i governi non chiederanno perdono e faranno ammenda Insieme a capi di stato, mariti, fidanzati, padri, fratelli, preti, mullah, ministri, zii, datori di lavoro, dirigenti d’azienda", recita il manifesto 2014.
Questo passaggio pone, senza lasciare troppo spazio a dubbi, la questione dell'oppressione di un sesso sull'altro, che non riguarda la sfera privata ma investe in pieno quella pubblica e, dunque, mi è sembrato un utile appiglio per ragionare sulla cittadinanza dis-pari delle donne.
"Fino a quando i governi ... non faranno ammenda" ci ricorda, se ce ne fosse bisogno, che la questione della violenza sulle donne è questione politica e deve - dovrebbe - essere affrontata  in idonee sedi istituzionali, non soltanto attraverso leggi di tutela e misure per facilitare le denunce. Si tratta di riconoscere alle donne un diritto di cittadinanza piena, effettiva, stabilendo che la violenza sul corpo delle donne e delle bambine non si limita all'aggressione sessuale, ma che è istituzionalmente perpetrata ogni qualvolta si promulgano leggi tese a limitare la titolarità delle donne sul proprio corpo. 
Esiste infatti una peculiare forma di proprietà privata che le donne hanno sul proprio corpo, sulla propria sessualità, della quale siamo state paradossalmente private: "La piena sovranità procreativa è requisito imprescindibile della cittadinanza femminile" scrive Emma Baeri nel saggio Cittadine in transizione. Spunti di riflessione per una cittadinanza differente (2007).


Per questo mi è parsa interessante e particolarmente evocativa l'iniziativa che il 7 febbraio scorso ha visto protagoniste poco più di 200 donne, le quali si sono recate presso gli uffici di Registro della proprietà di diverse città spagnole per registrare il proprio corpo. Si è trattato di un gesto simbolico, certo, uno dei tanti per manifestare contro il progetto di legge di riforma dell'aborto, in discussione in Spagna, e per chiedere le dimissioni dell'estensore, il ministro della Giustizia Alberto Ruiz Gallardon. Il dato rilevante, tuttavia, è che si è trattato di un atto pubblico: registrare la proprietà del proprio corpo per rivendicare il diritto a decidere. 
"Solo una donna, solo quella donna, sa cosa è giusto o sbagliato fare in questa scena "arcaica" della generazione umana, della quale il suo corpo è soggetto primario, indiscutibile" (Baeri, Cittadine in transizione). 
Seguendo il percorso diacronico della cittadinanza femminile non ci resta che ritornare al 1791, a
quella Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina in cui Olympe de Gouges - giocandosi la testa, è il caso di ricordarlo - ha svelato il paradosso di una universalità dei diritti (Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, 1789) che manca della sua attribuzione al genere femminile, riconoscendo alle donne un peculiare diritto di proprietà, quello sul proprio corpo, da cui partire per avanzare la pretesa di un contratto sociale ad esso conforme.


Nell'articolo 12 della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina Olympe scrive: "La garanzia dei diritti della donna e della cittadina implica un più generale interesse comune; questa garanzia deve essere istituita a vantaggio di tutti e non solo per l'interesse privato di coloro ai quali è attribuita". 
A vantaggio di tutti, dunque, Olympe ha codificato "il diritto delle donne ad una differente uguaglianza", che implica "il diritto ad avere garantita la libertà riproduttiva [...], un lavoro equamente retribuito e differentemente organizzato, una rappresentanza politica adeguata ... ".
Per lei, del resto, la questione era già cristallina: "non era il corpo femminile a doversi piegare alla polis, ma la polis a quel corpo, nell'interesse generale(Baeri, Cittadine in transizione).
MGrazia




14 gennaio 2013

Guida per l'interruzione di gravidanza a Bologna


Una segnalazione che non è soltanto una segnalazione:
la Guida per l'interruzione di gravidanza a Bologna del collettivo Mujeres Libres.
Questa vorrebbe essere qualcosa di più di una semplice informazione, ma a volte le cose semplici servono e fanno la differenza. Come questa guida, che semplicemente informa, con correttezza, e dice che cosa succede e come si fa. Grazie alle Mujeres e alla loro capacità di essere semplici, utili, comprensibili. Segnalate e diffondete.
Paola



19 giugno 2012

Femminismo, dose (minima) giornaliera raccomandata: una civiltà di sessualità liberata

Feminism, Recommended Daily Allowance

"L'uomo ha lasciato la donna sola di fronte a una legge che le impedisce di abortire: sola, denigrata, indegna della collettività. Domani finirà per lasciarla sola di fronte a una legge che non le impedirà di abortire, sola, gratificata, degna della collettività. Ma la donna si chiede: "Per il piacere di chi sono rimasta incinta? Per il piacere di chi sto abortendo?". Questo interrogativo contiene i germi della nostra liberazione:formulandolo, le donne abbandonano l'identificazione con l'uomo e trovano la forza di rompere un'omertà che è il coronamento della colonizzazione.
(...)
Proviamo a pensare a una civiltà in cui la libera sessualità non si configuri come l'apoteosi del libero aborto e dei contraccettivi adottati dalla donna: essa si manifesterà come sviluppo di una sessualità non specificamente procreativa, ma polimorfa, e cioè sganciata dalla finalizzazione vaginale. Non si tratterà più di preparare l'incontro ta il sesso di un soggetto egemone e il suo strumento, ma tra due soggetti umani, la donna e l'uomo, e i loro sessi (con ogni prevedibile e imprevedibile fluttuazione nell'assetto eterosessuale dell'umanità). Da luogo della violenza e della voluttà la vagina diventa, a discrezione, uno dei luoghi per giochi sessuali. In tale civiltà apparirebbe chiaro che i contraccettivi spettano a chi intendesse usufruire della sessualità di tipo procreativo, e che l'aborto non è una soluzione per la donna libera, ma per la donna colonizzata dal sistema patriarcale".
Rivolta Femminile, 1971

Paola

18 giugno 2012

Femminismo, dose (minima) giornaliera raccomandata: Vogliamo riaprire il discorso sulla coppia e sulla famiglia

Feminism, Recommended Daily Allowance

Arrivare ad una legge ci sembra indubbiamente un grande traguardo perché è indispensabile che l'aborto esca dalla clandestinità, che di aborto non si muoia, che quando si decide di abortire si possa farlo in condizioni umane e che donne si liberino dalla colpa e dalla vergogna.
Tuttavia il problema dell'aborto ci porta "oltre".
[...]
Vogliamo riaprire il discorso sulla coppia e sulla famiglia. [...]
Liberarsi dai vecchi schemi non significa per questo accettare quanto ci viene contrabbandato per "liberazione sessuale". Sappiamo bene che la cosiddetta liberazione sessuale ha significato quasi sempre un uso più facile del corpo della donna da parte dell'uomo, sacrificando i bisogni della donna.
Abbiamo parlato della sessualità proprio perché dalla costruzione di una sessualità non subordinata, dalla riappropriazione del proprio corpo parte ogni discorso di superamento della violenza dell'aborto

Documento conclusivo del seminario delle donne del movimento Cristiani per il socialismo, 1976

Paola

15 giugno 2012

Femminismo, dose (minima) giornaliera raccomandata: "Vogliamo l'aborto non vogliamo abortire"

Feminism, Recommended Daily Allowance


Vogliamo l'aborto, non vogliamo abortire!

«300 miliardi all'anno per "fabbricare angeli"
In Italia si fanno 3 milioni di aborti all'anno. (...) Il costo di un intervento  clandestino va dalle 100 alle 500 mila lire. Si calcola che ogni anno si spendono 300 miliardi per abortire clandestinamente. Gran parte di queste somme va a medici privati. Ma alti sono anche gli interessi e le speculazioni degli intermediari»

dal "Corriere della sera" del 5 dicembre 1975

«Il discorso dei soldi, anche se a prima vista può sembrare veniale, è molto importante perché la quantità di denaro che circola è tale da farci capire una delle ragioni della feroce opposizione alla liberalizzazione dell'aborto da parte dei medici (...)
Non è infatti dell'aborto che ha paura la nostra società (l'aborto è un dato di fatto accettato da tutti). Il sistema ha invece paura che siamo noi donne a decidere della nostra maternità, del nostro destino».

Documento ciclostilato del Collettivo autonomo femminista di Ferrara, 1976

Paola

20 aprile 2012

Il femminismo italiano dai '70 ai '90: appunti per una storia

Riprendiamo un discorso già iniziato*, ampliandolo.

Non è facile offrire una prospettiva storica del femminismo italiano poiché ancora oggi manca, per l’Italia, un’analisi storiografica complessiva e di largo respiro. Questo evidenzia un problema non solo di ordine pratico, relativo alla ricostruzione della varietà e molteplicità sia degli inizi che dei collettivi, ma spinge a riflettere anche sulla difficoltà di rielaborare la propria storia da parte delle protagoniste.


C’è stata una forte discussione, ed il dibattito è tutt’oggi aperto, sulla derivazione del neofemminismo dal movimento degli studenti o sulla autonomia e discontinuità con questa esperienza.
Le due cose, in realtà, sono meno contrastanti di quanto non appaiano, proprio a causa della molecolarità del neofemminismo italiano. Se da un lato è vero che i primi collettivi anticiparono le grandi mobilitazioni studentesche, è vero anche che il movimento studentesco per molte donne rappresentò l'inizio e il luogo privilegiato di una riflessione sui rapporti di potere tra i sessi che le avrebbe poi condotte al femminismo. Nella rivolta degli studenti esse ravvisarono, da un lato, la propria condizione di subalternità rispetto all’uomo e, dall’altro, la necessità di cambiare i rapporti fra i sessi. La presa di coscienza così definita si tradusse nella separazione dei collettivi femministi dal resto del movimento. Le donne espressero così l’esigenza di riunirsi tra di loro per sovvertire quello che agli inizi degli anni Settanta era il perno della struttura su cui poggiava l’intera società: visto che il valore di una donna si definiva in relazione ad un uomo, era necessario dare valore alla donna tra le donne.
Il movimento delle donne è l’ultimo movimento politico in ordine temporale a diventare visibile sulla scena politica e sociale, ma quello destinato a lasciare sul lungo periodo maggiormente il segno nella società, nei comportamenti, nei costumi, nelle mentalità, nel modo di relazionarsi tra le persone.
La genesi del neofemminismo italiano si colloca molto precocemente nel 1965, anno in cui nasce il gruppo Demau - Demistificazione autoritarismo divenuto poi Demistificazione autoritarismo patriarcale, un gruppo promosso da donne a cui partecipano anche alcuni uomini.
Ma è a partire dal 1970 che si assiste, in tutta Italia, ad una vera e propria fioritura di gruppi e collettivi di sole donne molto diversi tra loro, soprattutto per quanto riguarda i riferimenti culturali ed ideologici cui si rifacevano.
Quando nel 1970 fu diffuso il Manifesto di “Rivolta femminile”, si avviò un meccanismo per il quale si pensò di poter partire dal punto più lontano della politica, il corpo e la sessualità, e mettere in discussione tutto l’impianto su cui poggiava la civiltà, con le sue istituzioni e i suoi saperi. Attraverso la riflessione di Carla Lonzi, e le tante altre che contribuirono al dibattito collettivo, il femminismo riuscì nel tentativo di immettere qualcosa di nuovo sulla scena politica: il “partire da sé” da tema politico divenne modo di fare politica.
Da subito le donne iniziano ad occupare pubblicamente lo spazio con il proprio corpo. Nel 1971, il collettivo Lotta femminista di Roma, chiamò le donne a scendere in piazza in occasione della Giornata internazionale per l’abrogazione delle leggi proibitive dell’aborto. Negli incontri serali e clandestini delle femministe maturò l’organizzazione della manifestazione dell’8 marzo 1972 (Roma, Campo dei Fiori). Pur non essendo stata autorizzata, il passaparola delle donne condusse in piazza circa 20.000 persone. A manifestare vi erano donne nate in prevalenza negli anni Quaranta, non chiedevano genericamente diritti, chiedevano specificamente diritti per sé, avendo “deciso di essere sesso che valeva tanto quanto” per usare un’espressione di Edda Billi (Casa internazionale delle donne, Roma).
La presa di parola, prevalente in una prima fase, si accompagnò, quasi immediatamente, ad un’altra pratica, quella della scoperta e della conoscenza concreta del proprio corpo, attraverso il dialogo e il confronto con le altre donne.
Nel volgere di pochissimi anni l’effetto dell’apparizione di questa nuova soggettività femminile fu dirompente e capillare.
Il femminismo ebbe una grande diffusione coinvolgendo, attraverso occasioni e incontri, molte donne provenienti da storie differenti. L’occasione poteva essere data dal gruppo più ristretto che si misurava con l’autocoscienza, dall’avvicinamento ai luoghi in cui gruppi e collettivi si incontravano, dall’incrocio tra vicende personali che in un diverso tempo storico sarebbero rimaste confinate negli aspetti più privati e intimi della vita di ciascuna, con invece una cultura diffusa che portava a riflettere su di esse insieme ad altre: dai rapporti d’amore alla sessualità, alla scelta della maternità , al nodo doloroso e difficile dell’aborto, allora clandestino.
Le donne, in quanto soggetto politico, entrarono prepotentemente sulla scena pubblica, costruirono spazi d’incontro, diedero vita a gruppi teatrali, radio libere, case editrici, consultori autogestiti e in tante, singolarmente e insieme, cambiarono i ritmi e le scansioni della vita quotidiana, inventando nuove forme di socialità femminile. 


Gli anni di massima visibilità, quelli che vanno dal ‘74 al ‘77, furono contemporaneamente quelli delle prime crisi dei gruppi di autocoscienza, di allontanamenti e di nuovi differenti inizi.
Emergevano sempre più nettamente le differenze interne ai gruppi di donne e si faceva sempre più evidente, anche nello spazio pubblico, l'impossibilità di una tanto ideale quanto impossibile sorellanza fondante le relazioni e le azioni delle donne.
Il tema dell'aborto conduce a un dibattito serrato, aspro e intenso sia a livello pubblico che privato. E’ proprio l’aborto uno dei temi su cui si misurerà la crisi del femminismo degli anni Settanta.
La discussione sull'aborto può essere definita una causa interna di messa in crisi del femminismo, le cause esterne possono essere individuate negli spazi tolti dal terrorismo ai movimenti, che ne furono uccisi e al femminismo in particolare, anche se fu l'unico a sopravvivere.
Molti definirono "colpevole" il silenzio delle femministe sul terrorismo, un silenzio che silenzio non era, ma che veniva riempito di senso da molte militanti.
Una esperienza importante, che nasce proprio in quegli anni, è quella della Libreria delle Donne (Milano, 1975): uno spazio di relazione tra donne che segnava tangibilmente la presenza nella sfera pubblica di un'esperienza differente. Fu quello il primo nucleo dal quale partì la riflessione e la diffusione del pensiero della differenza sessuale.
La tempestiva traduzione di Speculum da parte di Luisa Muraro (uscito in Francia nel 1974 e in Italia nel 1975) e la rapida diffusione del libro costituirono un punto di riferimento per l’elaborazione di pensieri e teorie che ponevano al centro la differenza dell’essere donna e dell’esperienza femminile.
Un pensiero che, a partire dalla decostruzione del discorso freudiano sulla sessualità femminile, superava la categoria dell’oppressione e poneva in campo un soggetto altro, rompendo con l’universalità del soggetto maschile e del suo linguaggio.
Il pensiero della differenza si radicherà profondamente nel femminismo Italiano e assumerà, a partire dagli anni ‘80, una posizione dominante nella percezione e rappresentazione del femminismo. Dato, questo, che mette in evidenza sin da subito le questioni relative a trasmissione, memoria, eredità. Le elaborazioni femministe che hanno prevalso negli anni ‘80 e ‘90, legate all’impostazione filosofica del pensiero della differenza, che comportava implicitamente un rifiuto della storia, hanno costruito e trasmesso una visione paradossale per cui proprio il femminismo italiano, che aveva avuto un carattere di massa superiore a quello di ogni altro paese, è stato rappresentato come un percorso teorico di piccoli gruppi o di singole pensatrici, sia pure grandi (Carla Lonzi su tutte).

Il lascito di leggi seguito alla spinta femminista degli anni Settanta è notevole. In generale, possiamo affermare che il neofemminismo si disinteressa completamente dell’elaborazione e approvazione di leggi molto avanzate che, però, sono senza dubbio dirette conseguenze delle sue battaglie, quindi possono a tutti gli effetti essere definite sue conquiste: 1968, la Corte costituzionale dichiara incostituzionale la disuguaglianza dei sessi nella punizione dell’adulterio e le norme sul concubinato; 1970 è approvata la legge sullo scioglimento del matrimonio; 1974 al referendum abrogativo del divorzio il 58% vota per il mantenimento della legge; 1975 sono approvate le leggi di riforma del diritto di famiglia che sanziona la parità dei coniugi e d’istituzione dei consultori familiari; 1977 è approvata le legge sulla parità di trattamento fra uomini e donne in materia di lavoro; 1978 è approvata la legge sulla tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza; 1981 è approvata la legge che abroga la rilevanza penale della causa d’onore come attenuante nei delitti. Gli opposti referendum abrogativi della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, uno radicale, gli altri proposti dal Movimento per la vita vengono respinti nella consultazione popolare; 1984 è istituita la Commissione nazionale per la realizzazione della parità e delle pari opportunità fra uomo e donna presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri; 1991 è approvata la legge 125 sulle azioni positive per la realizzazione delle pari opportunità nel campo del lavoro; 1996 è approvata la legge contro la violenza sessuale, che da reato contro la morale diventa reato contro la persona.

Negli anni Ottanta e Novanta - oltre al già citato radicarsi del pensiero della differenza e all’avanzamento dal punto di vista legislativo - il femminismo italiano si allontana dalla piazze per entrare nei luoghi istituzionali: l’università e la ricerca accademica; la politica e le pari opportunità.
Importantissimi, in questi decenni, i luoghi delle donne e l’elaborazione teorico/politica dei piccoli gruppi, simboli schizofrenici di un forte radicamento in ambito strettamente locale e di una propensione all’apertura all’ambito internazionale. Nella maggior parte dei casi, questi luoghi e questi piccoli gruppi, figli (e la parola non è casuale) delle femministe degli anni ‘70, per un istinto di protezione e difesa della propria produzione non hanno saputo comunicare con le nuove generazioni di femministe, spesso escludendole di fatto o relegandole al ruolo di “giovani” nell’eterna posizione di discenti.

La generazione di femministe nate tra gli anni settanta e gli anni novanta è una generazione di donne che non volevano simbolicamente uccidere le proprie madri, ma che si sono comunque trovate orfane di una storia che esse stesse hanno dovuto ricostruire, ma questa è un’altra storia.

*qui, qui e qui

13 ottobre 2011

Cose da maschi

Stavo pensando alla doppia militanza degli spiriti incendiari in bocche sessiste (e mi riferisco ad esseri che non smetto di ammirare); alle mani che reggono i megafoni; alle cose che presuppongo evidenti e che invece restano seppellite sotto tonnellate di cultura; al fatto che un paradigma, se non é universale, non può essere definito tale.
E mi é tornata in mente queste storia.

Avevo 17 anni,  frequentavo un collettivo politico nel paesello in cui sono nata (che poi è una orrenda/stupenda città della Sicilia, anche se, come mi ha insegnato mio padre, io dico sempre che è del Nord Africa), un giorno i maschi consapevoli del collettivo organizzarono un dibattito sull'aborto, durante il dibattito mi alzai e uscii dalla stanza, non mi piaceva il modo in cui stavano "cosificando" (sic! ipsa dixit) il - anche mio - corpo di donna, perché quel linguaggio pizzicava le corde delle mie piccole riflessioni sulla pratica medica e il controllo del corpo. 
Uscii dalla stanza senza dir niente perché lì dentro mi sembravano tutti così uniti e concordi e perfettamente a proprio agio con l’ipotesi delle loro intelligenze e questo (allora) mi intimidiva. 
Finito l’incontro, l'intellettualeader del collettivo disse a voce alta e incazzata che non era pratica politica buona e giusta alzarsi e farsi i cazzi propri mentre c'era un dibattito. Alla mia risposta continuò ad essere incazzato, io feci la faccia stronza (abilità che ho affinato col passare degli anni fino a diventare così brava da potermi fregiare del titolo di “Madre di tutte le Stronze”) e me ne andai con la mia motoretta. 
La sera, sfogai la mia rabbia per l'atteggiamento dell'int.lead. parlando al telefono con l'allora fidanzato studente-lontano-ma-sempre-membro-a-distanza-del-collettivo. Il fidanzato c'aveva l'intelligenza femminista e comprese, ma fece una cosa da maschio (un colpo al cerchio e uno alla botte...): telefonò all'int.lead. e gli fece il cazziatone. 
Ebbene, l'indomani l'int.lead. mi chiese scusa - pausa di riflessione, contate fino a dieci - scuse che peggiorarono la situazione, vista la fonte della sua autocritica.
Poi me ne sono andata, definitivamente.

Valentina

25 settembre 2011

Il femminismo italiano degli anni settanta: (brevissimi) appunti per un ripasso privato a uso pubblico


The italian '70s feminism: personal review (very short) notes for public consumption

C'è stata una forte discussione, ed il dibattito è tutt'oggi aperto, sulla derivazione del neofemminismo dal movimento degli studenti o sulla autonomia e discontinuità con questa esperienza.
Penso che in realtà le due cose siano meno contrastanti di quanto non appaiano, proprio a causa della molecolarità del neofemminismo italiano. Se da un lato è vero che i primi collettivi anticiparono le grandi mobilitazioni studentesche, è vero anche che il movimento studentesco per molte donne rappresentò l'inizio e il luogo privilegiato di una riflessione sui rapporti di potere tra i sessi che le avrebbe poi condotte al femminismo.
Il movimento delle donne è, in ordine temporale, l’ultimo movimento politico  a diventare visibile sulla scena politica e sociale, ma quello destinato a lasciare sul lungo periodo il segno più profondo nella società, nei comportamenti, nei costumi, nelle mentalità, nel modo di relazionarsi tra le persone.
La genesi del neofemminismo italiano si colloca molto precocemente nel 1965, anno in cui nasce il gruppo Demau Demistificazione autoritarismo divenuto poi Demistificazione autoritarismo patriarcale, un gruppo promosso da donne di cui fanno parte anche alcuni uomini.
É, però, a partire dal 1970 che si assiste, in tutta Italia, ad una vera e propria fioritura di gruppi e collettivi di sole donne molto diversi tra loro, soprattutto per quanto riguarda i riferimenti culturali ed ideologici.
Da subito le donne iniziano ad occupare pubblicamente lo spazio con il proprio corpo, diventando un soggetto politico ineludibile.
La presa di parola, prevalente in una prima fase, si accompagnò, quasi immediatamente, ad un’altra pratica, quella della scoperta e della conoscenza concreta del proprio corpo, attraverso il dialogo e il confronto con le altre donne.
Nel volgere di pochissimi anni l’effetto dell’apparizione di questa nuova soggettività femminile fu dirompente e capillare.
Gli anni di massima visibilità sulla scena pubblica, quelli che vanno dal '74 al '77, furono contemporaneamente quelli delle prime crisi.
Emergevano sempre più nettamente le differenze interne ai gruppi di donne e si faceva sempre più evidente, anche nello spazio pubblico, l'impossibilità di una tanto ideale quanto impossibile sorellanza fondante le relazioni e le azioni delle donne.
A poco a poco diventa sempre più centrale la questione della "differenza sessuale", anche grazie alla tempestiva traduzione di Speculum di Luce Irigaray da parte di Luisa Muraro e alla nascita della Libreria delle Donne.
La discussione sull'aborto può essere considerata una causa interna di messa in crisi del femminismo, le cause esterne possono essere individuate negli spazi tolti dal terrorismo ai movimenti, che ne furono uccisi e al femminismo in particolare, anche se fu l'unico a sopravvivere.
Molti definirono "colpevole" il silenzio delle femministe sul terrorismo, un silenzio che silenzio non era, ma che veniva riempito di senso da molte militanti.
Le elaborazioni femministe che hanno prevalso negli anni ‘80 e ‘90, legate all'impostazione filosofica del pensiero della differenza, che comportava implicitamente un rifiuto della storia, hanno costruito e trasmesso una visione paradossale per cui proprio il femminismo italiano, che aveva avuto un carattere di massa superiore a quello di ogni altro paese, è stato rappresentato come un percorso teorico di piccoli gruppi o di singole pensatrici, sia pure grandi (Carla Lonzi su tutte).
Un nodo critico non indifferente, come ha magistralmente rilevato Anna Rossi-Doria, è rappresentato dalla questione relativa al nesso tra femminismo e democrazia: nei collettivi il rifiuto radicale di regole formalizzate, che si pensava fossero di per sé improntate a un modo di ragionare e fare politica ‘maschile’, portò nei fatti alla prevalenza di forme di leadership di tipo carismatico, legate paradossalmente da un lato alla fusionalità che schiacciava le individualità, ma dall'altro proprio alla potenza individuale della seduzione.
Nel femminismo degli anni Settanta mancò, con rarissime eccezioni, un'analisi delle differenze di classe tra donne, forse proprio perché in Italia era stata forte la tradizione marxista da cui molte provenivano e con cui si voleva rompere in modo radicale come con tutto il resto.

Bibliografia di riferimento/Bibliography
Teresa Bertilotti, Anna Scattigno, a c. di, Il femminismo degli anni Settanta, Roma, Viella, 2005.
Anna Rossi-Doria, Dare forma al silenzio, Roma, Viella, 2007.
George Duby, Michelle Perrot, Storia delle donne - Il Novecento, Roma - Bari, Laterza, 1992.
Yasmine Ergas, Tra sesso e genere, in «Memoria. Rivista di storia delle donne», 1987, n. 19-20.
Stefania Voli, I movimenti femministi degli anni settanta e il post-femminismo, intervento al Convegno “1908-2008: dall'uguaglianza alle differenze di genere. Cent'anni di storia delle donne nella pianura bolognese”, Budrio, 8 marzo 2008.


Valentina

17 maggio 2011

17 maggio 1981 - 17 maggio 2011: trent'anni dal referendum sulla legge 194.

A short history of the italian abortion legislation in the thirtieth anniversary of its approval.

È il 1973, a Padova, una donna, Gigliola Pierobon, subisce un processo con l'accusa di procurato aborto.
Nel 1973, in Italia, vigevano ancora le norme del Codice Rocco, del 1930, per le quali l’aborto era definito reato “contro l’integrità e la sanità della stirpe”. Pena prevista: da uno a cinque anni di reclusione per le donne che si procuravano da sole l’aborto; da due a cinque anni per quelle che si sottoponevano all'interruzione e a chi lo praticava.
La grande maggioranza delle interruzioni di gravidanza avveniva clandestinamente, spesso con metodi rozzi e dannosi quali i decotti di prezzemolo, di chinino, gli aghi da maglia inseriti nell'utero. Solo per le donne più abbienti c’erano le cliniche private, illegali o estere.
Il processo Pierobon diventa il pretesto per una mobilitazione di massa delle donne. Non solo le femministe scendono in piazza con una grande manifestazione, ma entrano nel processo, invadono il tribunale e si autodenunciano per aver abortito.
Pierobon viene assolta, insieme a tutte le altre donne che si sono autodenunciate.
Il movimento femminista porta alla luce in modo eclatante la drammaticità dell’aborto clandestino - esso sì una violenza conseguente il controllo sociale della sessualità femminile - e rivendica il diritto di abortire, come diritto di ogni donna di autogestire il proprio corpo.
Subito dopo, nel 1974, il deputato radicale Loris Fortuna fa una proposta di legge.
Nel 1978 verrà approvata la legge 194 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza”.
Le femministe la definiranno una “legge truffa”, a causa del potere dato al medico, cui spetta di decidere se la donna è nella condizione fisica o psicologica di non poter portare avanti la gravidanza.
Nonostante la legge fosse un enorme passo avanti, viene negata la capacità della donna di autodeterminarsi, di scegliere per se stessa.
La legge scatena le ansie moralistiche e apocalittiche della società conservatrice.
Nel 1981 si andrà al voto per il referendum abrogativo. Il movimento femminista, a quel punto, non può più contare su una presenza massiccia sul territorio, ma la vittoria dei no è comunque schiacciante (67,8%).
Valentina