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7 luglio 2014

Io prendo gli appunti a matita ....

 Così ho passato buona parte del pomeriggio cercando una citazione nascosta in uno dei quaderni sparsi, in cui accumulo/affastello quanto mi sembra o mi è sembrato interessante.
Annoto tanto e di tutto: argomenti di studio, pensieri a margine di episodi spesso poco significativi, indirizzi di persone di cui non ricordo nulla - neppure perché ho il recapito, la tavola sinottica dei migliori distillati d'Italia (!), i titoli di tutti i libri che ho letto, di quelli che avrei voluto e di quelli che avrei dovuto leggere, i lavori fatti, quelli da fare, le linee guida di progetti di ricerca, alcuni scritti altri rimasti in bozza.
In particolare mi sono accorta di avere annotato quello che avrei voluto dire ma che ho dovuto tenere per me. In quest'ultima pratica mi sono applicata con una certa  convinzione quando militante ho aderito ad un partito politico.
Sarà che il mio era un partito del secolo scorso, ma carica di proposte e ideali com'ero ho fatto fatica a confrontarmi con la paternalista e transgenerazionale "ostilità" dei compagni. Un'ostilità cristallina verso un autonomo pensiero di donna e verso la parola che avrebbe potuto dirlo. Ecco, tacere perché a me/a te in quanto donna si attribuisce un ruolo politico preciso, quello del  "ripetitore consenziente" in pubblico e di "accessorio silente/annuente" nelle riunioni di partito, mi risultava inaccettabile. La scelta si impose, inevitabile: meglio lasciar perdere. Ora però tutto è cambiato.
Stando ai commentatori politici e ad alcune analiste di genere ("femminologhe", mi sbilancio), da qualche mese siamo entrati in un'era nuova, di cambiamento, in cui finalmente è stato riconosciuto un ruolo, anzi, il ruolo delle donne nella società e anche in politica, finalmente! 
Tutto questo cambiamento non sono riuscita a registrarlo. L'indicatore utilizzato è forse il dato quantitativo? Se così è, non è sufficiente. Il numero non basta più ad indicare un progresso, un passo avanti. Non si possono più fare le cose a metà. Quantità e qualità devono andare di pari passo.  
Donne impegnate in ministeri chiave o sedute su poltrone pubbliche importanti dovrebbero portare avanti proposte politiche marcatamente ispirate da riflessioni di genere, questo per provare ad affermare almeno in via di principio politiche rispettose delle diversità. Del resto, il percorso biostorico (l'accezione senza trattino è di Emma Baeri per dire: del corpo desiderante e autocosciente) di ciascuna, che è anche capacità di immaginare percorsi possibili di civiltà e di descrivere iniziative rispettose dei viventi partendo da sé, per l'appunto, solo facendosi "politica" può incidere sul sistema che regola la vita sociale, a tutto vantaggio di quella uguaglianza che si vuole acriticamente neutra e che invece gioverebbe nell'essere più equamente sessuata. 
Ma qui mi fermo, rendendomi conto che "il ripetitore consenziente" non condivide il mio orizzonte di riferimento.
"Quando una donna di partito vi si presenta così, la riconosci subito, sia che indossi il tailleur e i tacchi bassi sia che sfoggi tacchi a spillo e rossetto, è segnata dalla sua corruzione, da quella sicurezza efficiente e da quella falsa dinamicità che vuol copiare l'uomo"  (così Goliarda Sapienza, Lettera aperta, inedito, citato in Giovanna Providenti, La porta è aperta. Vita di Goliarda Sapienza, UME 2010, p. 103). 
La falsa dinamicità non è più necessaria. Non serve copiare l'uomo, poiché nessun uomo sta cedendo il posto o prova a fare spazio a delle donne capaci. Egli sta solo ricollocando utilmente l'oggetto, che a sua volta ciecamente grato non potrà che riconoscere la generosità del capo di turno, l'anziano andromane o lo scout rampante non ha alcuna importanza. Neppure lo stile serve a marcare differenze di parte tanto meno di pensiero: la spuntata tacco 12 è in assoluto il modello più apprezzato, insieme a completi pantalone e giacca. 
A scrivere a matita, si sa, la nota prima o poi sbiadisce. Sta di fatto che quando nella società, nella politica, nel costume la superficialità diventa degrado intellettuale, il femminismo rimane muto, neppure un ricordo lontano. Una perdita grave.
MGrazia



9 maggio 2013

Le donne libere/liberate e l'ordine maschile della società


Su questa finestra ultimamente è calata una spessa tenda di silenzio. Pesante, non fa passare l'aria e scherma fastidiosamente la luce.
Faccio molta fatica a prendere parola ... quello che mi accade intorno - dalla politica alla violenza sociale diffusa, alla grossolana verbosità che non ci da tregua a lavoro come per strada - accartoccia anche la più piccola velina di speranza. Eppure ci sono eventi che spingono a parlare anche se comprendo la sterilità del gesto.
Come se non bastassero i continui attacchi all'individualità femminile, all'autoderminazione delle donne, oggi si aggiungono nuovi e meschini insulti.
Le donne senza figli sono persone che non si assumono le proprie responsabilità e che non vogliono crescere. Questo più o meno ha detto il papa nella giornata dedicata alla figura della madre (tale nella coppia eterosessuale). Inoltre, se si è tanto irresponsabili da non avere figli e indossare i tacchi e magari il rossetto, e perchè no una canotta ora che viene estate, beh essere aggredite, per strada o in casa o sull'autobus, picchiate, violentate, sfigurate, uccise -  è cosa normale. E' cosa tanto normale da non dovere essere neanche discussa pubblicamente. E' certo non lo possiamo fare noi!
Una campagna di civiltà per il rispetto del corpo delle donne e non solo delle donne, ma anche di quello delle bambine e dei bambini, non è una nostra battaglia sorelle.
E' una battaglia tutta dei maschi, ma evidentemente sono troppo vigliacchi per poterla fare ad alta voce.
MGrazia

20 maggio 2012

Una economia differente per una buona vita - Considerazioni introduttive

These days
Ci sono giorni in cui non ci resta che imparare, nostro malgrado, l'amarissima e straziante lezione della ineluttabile fragilità della comune condizione umana. Il dolore, il male, la morte rimangono largamente incomprensibili e senza riscatto nonostante tutti i nostri sforzi. Tra la mattina di ieri e le prime ore della mattina di oggi ne in questo paese ne abbiamo avuto tutti un esempio, per quel che mi riguarda anche privato. Mentre sullo sfondo in Europa a milioni siamo in attesa di essere sbranati dai “mastini dello spread”. Ciascuno medica come può le ferite e i colpi che riceve. Io cerco, con le mie compagne di avventura, di continuare a scrivere, a lavorare, ad aggiornare questo blog. È senz'altro poco, è sempre meno di quello che sarebbe necessario, è quello che so fare.

An alternative economy for a better life  (english summary coming soon)

Ho scelto di pubblicare qui una sintesi in tre parti di una ricerca cui sto lavorando da tempo. La ricerca si è svolta sinora con la raccolta di 11 interviste a donne che stanno facendo esperienze di “economia alternativa”. La definizione è volutamente generica e prende in considerazione donne che hanno reinterpretato professioni tradizionali in una chiave innovativa, che hanno dato vita a esperienze che potremmo definire di autoimprenditoria, o che collaborano a nuove forme di economia attraverso scambi solidali e non monetari.
Le esperienze e le reti cui queste donne fanno riferimento nella loro attività rappresentano una galassia assai composita in cui confluiscono vari filoni di pensiero:  il consumo critico inteso anche come messa in discussione delle forme attuali della globalizzazione e la denuncia delle relazioni squilibrate tra nord e sud del mondo;  l'ambientalismo, la consapevolezza che le risorse del pianeta si vanno esaurendo e la critica alla ideologia dello sviluppo crescente e illimitato. Di qui la necessità di trovare una definizione abbastanza ampia e generale da poterle ricomprendere tutte. 
Queste esperienze restano molto diverse fra loro come rimane del tutto aperta la questione della possibilità, o dell'opportunità, della costruzione di un comune soggetto politico (considerato forse meno rilevante della realizzazione di esperienze concrete), comune però è un orizzonte non tanto ideologico, quanto piuttosto prodotto dalla circolazione delle singole esperienze, di concetti e linguaggi che si interrogano non solo sulla indesiderabilità dell'attuale modello di sviluppo produttivista e industrialista ma anche sulla sua sostenibilità ormai a breve/medio termine: per lo  sfruttamento eccessivo cui sottopone le risorse naturali del pianeta, per l'enorme disparità economica che produce e che condanna alla fame o alla estrema povertà miliardi di persone al mondo, per l'incapacità che mostra (ancor più dall'inizio della crisi) di creare speranza, giustizia e una buona vita anche per tanta parte del nostro ricco occidente.

Questo lavoro è stato concepito circa due anni fa, quando già la crisi economica aveva preso avvio,  anche se forse non ne vedevamo ancora gli esiti più distruttivi. Per la verità, per chi come me frequentava da tempo letture attorno a problematiche ambientali e di esaurimento delle risorse, e si sentiva parte del movimento che ha messo in discussione ormai da più di dieci anni il volto feroce di questa globalizzazione capitalistica, non è poi tanto vero che la crisi sia giunta inaspettata. Certo, nessuno è o è stato in grado di prevederne esattamente i tempi, lo sviluppo e gli esiti, ma i segni mi sembravano tutti abbastanza chiari. D'altro canto, la profondità e la pervasività della crisi economica, con l'emorragia quotidiana di posti di lavoro, con la contrazione sempre più drammatica del welfare, con intere generazioni che si trovano senza alcuna tutela rischia di far sembrare, ancora più di prima, le esperienze raccontate nelle interviste condotte per questa ricerca come comode vie di fuga per anime belle e fortunate. Mentre le obiezioni di chi ha prodotto il disastro presente diffondendo una vulgata economica irresponsabile al solo scopo di preservare il proprio potere e profitto non fanno male più di tanto, altre obiezioni bruciano, quando vengono da persone e da luoghi con cui ho condiviso molto in questi anni e a cui riconosco lucidità nel vedere le dimensioni e i contorni della posta in gioco nel capitalismo globale. Queste amiche e amici critici ci dicono: dateci soluzioni, battaglie sociali che possiamo condurre, risposte alle migliaia di lavoratori in cassa integrazione, ai milioni di precari, ai milioni di pensionate e pensionati mancati che dovranno faticare ancora non si sa quanto. Come si fa a dare loro una risposta decente se non facendo ripartire alla grande l'economia?
È chiaro che di fronte a problemi con una mole simile, queste dieci piccole storie impallidiscono. E però non voglio stare al gioco che mi, che ci, ricaccerebbe nella insignificanza. Perché non trovo sia poi del tutto vero che questi racconti di vita non ci dicono nulla sugli enormi problemi sociali di cui sopra. E non sono neppure il giocattolo felice di qualche radicale annoiato; le alternative ci sarebbero, se solo a qualcuno venisse in mente di discuterne. Ci sarebbero sul fisco, sul welfare, sull'energia, sulla mobilità. Perché il problema non è tanto che questo movimento non sia in grado di immaginare alternative concrete e credibili (per quanto il lavoro da fare resti enorme, e le contraddizioni tante) quanto che se si esce dall'assioma “There's no alternative”, crolla il castello di carta su cui è stata costruita la politica neoliberista vincente in tutto il pianeta negli ultimi trent'anni.  Se solo si immagina che una alternativa sia possibile, allora tutto quello che oggi viene presentato come ineluttabile e necessario, una legge di natura, cessa di esserlo. Semmai abbiamo bisogno di una grande sforzo di intelligenza collettiva per elaborare proposte politiche utili a trasferire esperienze e soluzioni dalle realtà di “nicchia” ( per quanto alcune lo abbiano già fatto da sole), a quello delle soluzioni politiche utili a un intero corpo sociale, (una cosa di cui, sentiamo un grande bisogno). Qualche passo in questo senso è stato compiuto, negli ultimi due anni: il timore, per il quale penso sia stato utile condurre e concludere questo lavoro, è che il ricatto dell'emergenza della crisi ci impedisca di vedere non solo che le alternative sono possibili, ma che probabilmente, al di fuori di esse, la giustizia sociale e un futuro di pacifica convivenza sono difficilmente possibili. In questo senso, come bene ha sostenuto Guido Viale, davvero “There's no alternative”.
Nella narrazione di queste storie di vita “macro” e “micro” provano a tenersi insieme. Le esperienze raccontate attraverso queste interviste sono soltanto storie di vita, e insieme non lo sono. Sono solo tentativi individuali, non hanno la pretesa di essere soluzioni applicabili a prescindere dalle singole e diverse situazioni concrete, sono sentieri impervi, strumenti migliorabili, modificabili, discutibili e nello stesso tempo si collocano però all'interno di uno scenario comune. Nelle intenzioni e nelle scelte di queste donne non c'è una coerente visione ideologica comune, né sarebbe corretto che gliela appiccicassi addosso io, a partire da quelle che sono le mie convinzioni. È chiaro però che tute condividono un'urgenza, una tensione a superare i limiti di quello che viene presentato come unico mondo possibile. Come dicevo, sono esperienze molto diverse fra loro. Con un diverso rapporto tra la ricerca di un equilibrio personale e un possibile cambiamento sociale. Ma la cosa interessante è che in nessuna è assente la consapevolezza che le due cose sono intimamente legate, che si fa “politica” su molti piani diversi contemporaneamente, e che in questo nostro mondo smaterializzato e  sempre più forzosamente omogeneo per opporre la minor resistenza al consumo, riprendere il controllo sul proprio lavoro, i propri ritmi di vita, fare qualcosa con le proprie mani o lavorare con chi lo fa sono sì atti piccoli ma tutt'altro che neutri, sono sì atti individuali, ma tutt'altro che individualisti e solipsisti.

Paola

1 maggio 2012

Un ritorno forzato al privato o del lavoro, delle donne e delle emergenze

In occasione del primo maggio riprendo un vecchio pezzo che parla di una vecchia storia.

Durante la Prima Guerra Mondiale moltissime donne si ritrovarono ad essere impiegate in lavori che erano loro precedentemente preclusi a causa della situazione di emergenza.
Alla fine del conflitto la smobilitazione delle lavoratrici non fu immediata (sebbene fu efficace e ferma nel lungo periodo), tranne nel caso delle tranviere.
Più che sui dati statistici, occorre interrogarsi sul ruolo simbolico che ha avuto la smobilitazione, soprattutto in relazione al ritorno dei soldati dal fronte.
Appena finita la guerra le lavoratrici furono accusate di essere delle profittatrici, di volere usurpare il lavoro che, di diritto, spettava agli uomini che avevano combattuto per la patria. 
Emerse una vera e propria esigenza di “rimettere ogni cosa al proprio posto”, un vero e proprio rigoglio della privatizzazione” (Hirschman) centrato sulla famiglia e il bambino. Occorreva “da una parte, dare una nuova sicurezza ad un'identità maschile destabilizzata da quattro ani di anonimato nei combattimenti, dall'altra, cancellare la guerra, e rispondere, in un contesto di fervore sociale e reazione politica, al profondo bisogno dei reduci di ripristinare il vecchio ordine delle cose” (Thébaud).


Durante il conflitto il carattere di eccezionalità della presenza di corpi femminili dove il corpo femminile non ha luogo, viene continuamente sottolineato soprattutto ricorrendo alla simbologia donna - madre.
Immagine emblematica di tale rappresentazione è l’infermiera. La sua figura rappresenta nello stesso tempo il principale oggetto delle fantasie sessuali dei soldati e la proiezione della madre che si prende cura dei propri figli. Più si rafforza quest’immagine di una maternità che esce dai confini tradizionali, più il soldato - l’uomo - diventa indifeso e debole.
La simbologia materna viene sfruttata soprattutto per sminuire il valore della partecipazione femminile al conflitto, i sacrifici delle donne sono considerati ‘normali’, ‘comuni’, ‘naturali’, se sono finalizzati a mandare avanti la propria famiglia e tutelare i propri figli.
Un’altra questione interessante è quella che lega indissolubilmente, e forzosamente, la donna alla pace e l’uomo alla guerra.
È davvero così? L’esperienza della prima guerra mondiale dimostra il contrario. Se, infatti, da tempo il femminismo si era legato al pacifismo, l’esperienza della guerra fa sì che il nazionalismo diventi un sentimento molto forte anche per le donne “fino a quando durerà la guerra, le donne del nemico saranno anch’esse nemico” scriverà Jane Misme in un articolo del 1914.


Facendo un bilancio conclusivo del ruolo che ha giocato la Grande Guerra nella ridefinizione dei rapporti tra i sessi possiamo concludere che l’esperienza lavorativa ha accentuato ulteriormente le divisioni sessuali, collocando le donne sempre ai livelli più bassi della carriera, fino a considerare incompatibili il sesso femminile e l’ascesa nelle carriere lavorative.
Ha prevalso la volontà di riordinare il disordine conseguente alla guerra rinsaldando “i vecchi miti virili” (Thébaud): alle donne il compito di partorire e accudire i figli, agli uomini quello di combattere e conquistare.

Valentina

16 aprile 2012

Le notizie di oggi ovvero tutto quello che non avreste voluto sapere e che tutti vogliono dirvi

La home di un quotidiano e le donne come ce le troviamo (giochetto divertente per appassionati di visione periferica):
P.M. è nei guai a Parigi perché un suo amico punta la pistola contro alcuni fotografi.
C.B. scende in piazza per la campagna elettorale di suo marito N.S.
B.P. regala un anello da 250mila dollari ad A.J.
H.C. balla la salsa cubana e beve mojito.
S. bacia B.O.
A.T. si è tagliata i capelli.
V.P. è "scandalosa" perché interpreta M.P.
D. a 83 anni è la modella più vecchia del mondo.
L.P. è nuda di fronte all'amore.

Valentina

20 novembre 2011

Diamo i numeri! ovvero di donne al governo e altre amenità

Tra tutte le cose che mi preoccupano e mi schifano dell’attuale e non originale esaltazione dei tecnici,

(breve interpolazione I
nei giorni scorsi mi ero chiesta se tutti quelli che hanno avuto ripetuti orgasmi pronunciando o scrivendo le magiche parole “governo tecnico” avessero mai letto Foucault, ho scoperto che non ero la sola.)

che nella circostanza attuale sta assumendo una sfumatura messianica e salvifica che ha più a che fare con la superstizione che con la politica,

(breve interpolazione II
leggendo del bigliettino di L. a M. ho pensato che la sinistra-non-di-sinistra italiana non vedeva l’ora di poter tornare a leccare liberamente il culo  al liberismo, invece di nascondersi dietro le tende del reparto per adulti delle videoteche...)

ce n’é una che fa proprio il paio con le affermazioni reazionarie tanto in voga nel nostro paese sul modo in cui il corpo delle donne abbia il diritto di occupare lo spazio pubblico. Mi riferisco alle considerazioni sulle ministre del governo M., mi riferisco all’oscena asserzione che un mezzo tacco, un fil di perle e un’ostia siano inequivocabili indicatori di onestà e capacità.
Di cosa stiamo parlando di preciso? Perché io credo di non capirlo.
Parliamo della presenza di donne con cariche importanti all’interno di un esecutivo? Parliamo di quali donne abbiano o meno il diritto di assumere tali cariche? Parliamo della scelta tra tette gonfiate e messe in piega cotonate? Parliamo del pubblicitario dilemma tra qualità e quantità? Parliamo della sostanziale differenza tra ministri col portafoglio e ministri senza portafoglio? Parliamo, per caso, di donne-per-bene e donne-per-male?
Scusate la semplificazione, ma io ho tanto la sensazione che una parte del femminismo italiano sia ancora fermo all’inutile questione anni ’90 riassunta nella domanda: “Una donna torero è una conquista o un regresso?”. 
Perché io la risposta ce l’ho, é semplice e non ammette opinioni: una donna torero é un refuso politico-culturale, tanto quanto un uomo.

Per chiarire quello di cui sto parlando, a uso e consumo degli amanti della presunta oggettività dei numeri, mi sono armata di pazienza ed ho trascritto (fonte governo.it) la durata dei governi e i ministri donna negli ultimi 19 anni (da storica decido di considerare periodizzante il primo governo Amato, quello dell’aprile 1992).
E per restare nella tecnica assegno un compitino di matematica:
calcola per quanti anni, tra quelli indicati nella Tabella a, ci sono stati governi berlusconi e per quanti anni governi non-berlusconi; calcola il numero totale di ministri donna e quante di queste hanno avuto un ministero col portafoglio; stabilisci se, nell'arco temporale indicato, gli incarichi hanno subito una progressione o una regressione e realizza un grafico con: nelle ordinate il nome del governo e nelle ascisse il numero di ministri donna; rispondi da sol* alle domande che ti si porranno inevitabilmente dopo aver eseguito i calcoli richiesti.

(breve interpolazione III: porca paletta! Ho appena scoperto che word ha il correttore automatico della maiuscolità di Berlusconi, non vuole che lo scriva minuscolo)

Tabella a

I Governo Amato (28.06.1992 - 28.04.1993): Pubblica istruzione, Rosa Russo Jervolino.
Governo Ciampi (28.04.1993 - 10.05.1994): Affari sociali, Fernanda Contri; Pubblica istruzione, Rosa Jervolino Russo; Sanità, Maria Pia Garavaglia.
I Governo Berlusconi (10.05.1994 - 17.01.1995): Risorse agricole alimentari e forestali, Adriana Poli Bortone.
Governo Dini (17.01.1995 - 17.05.1996): Affari esteri, Susanna Agnelli.
Governo Prodi (17.05.1996 - 21.10.1998): Pari opportunità, Anna Finocchiaro; Solidarietà sociale, Livia Turco; Sanità, Rosy Bindi.
I Governo D'Alema (21.10.1998 - 22.12.1999): Pari opportunità, Laura Balbo; Affari regionali, Katia Bellillo; Solidarietà sociale, Livia Turco; Interno ed incarico per il coordinamento della Protezione Civile, Rosa Russo Jervolino; Sanità, Rosy Bindi; Beni culturali e Ambientali, Giovanna Melandri.
II Governo D'Alema (22.12.1999 - 25.04.2000): Pari opportunità, Laura Balbo; Affari regionali, Katia Bellillo; Solidarietà sociale, Livia Turco; Politiche comunitarie, Patrizia Toia; Sanità, Rosy Bindi; Beni e attività culturali, Giovanna Melandri.
II Governo Amato (25.04.2000 - 11.06.2001): Pari Opportunità, Katia Bellillo; Rapporti con il parlamento, Patrizia Toia; Solidarietà sociale, Livia Turco; Beni e attività culturali, Giovanna Melandri.
II Governo Berlusconi (giugno 2001- aprile 2005): Pari opportunità, Stefania Prestigiacomo; Istruzione, università e ricerca, Letizia Moratti.
III Governo Berlusconi (23.04.2005 - 17.05.2006): Pari opportunità, Stefania Prestigiacomo; Istruzione, università e ricerca, Letizia Moratti.
II Governo Prodi (17.05.2006 - 06.05.2008): Affari regionali e autonomie locali, Linda Lanzillotta; Diritti e pari opportunità, Barbara Pollastrini; Politiche europee, Emma Bonino; Politiche per la famiglia, Rosy Bindi; Politiche giovanili e attività sportive, Giovanna Melandri; Commercio internazionale, Emma Bonino; Salute, Livia Turco.
IV Governo Berlusconi (08.05.2008 - 16.11.2011): Pari opportunità, Mara Carfagna; Politiche europee, Annamaria Bernini Bovicelli (dal 27 luglio 2011); Gioventù, Giorgia Meloni; Turismo (dall'8 maggio 2009), Michela Vittoria Brambilla; Ambiente, tutela del territorio e del mare, Stefania Prestigiacomo; Istruzione, università e ricerca, Mariastella Gelmini.
Governo Monti (dal 16.11.2011):  Interno, Anna Maria Cancellieri; Giustizia, Paola Severino; Lavoro e politiche sociali con delega alle Pari opportunità, Elsa Fornero.

Valentina

14 ottobre 2011

Il lavoro invisibile: censimento 2011, per l’Istat il lavoro domestico non è lavoro

Housekeeping, the invisible work to Iitalian National statistic departement Istat (population census 2011)

E’ storia vecchia: l’estenuante lavoro domestico di riproduzione (delle condizioni della vita e non solo della specie) resta invisibile.
E’ storia vecchia: nonostante gli sforzi decennali (altrettanto estenuanti del lavoro domestico) per conteggiare l’enorme quantità di lavoro svolto ancora in maggioranza dalle donne, nel censimento ancora non si potrà vedere.
Si può continuare lo sforzo per aggiungerlo, ricomprenderlo, contarlo. Ma forse, donne e uomini, abbiamo bisogno di una cura più radicale: ripensare il concetto stesso di lavoro e la sua priorità. Che immane spreco di tempo e felicità darsi tanto da fare per guadagnare una cosa così priva di fascino, odore colore sapore suono come alcuni bit persi nell’etere:salario, stipendio, profitto…


Paola

30 luglio 2011

Abracadabra No Tav

Splendide, decisamente splendide, le donne No Tav di Chiomonte che al grido "tremate, tremate, le streghe son tornate" lanciano funesti incantesimi contro le forze dell'ordine che - giorno e notte, in tenuta antisommossa - presidiano il territorio in difesa di un'opera inutile e violenta.

to be continued...
Valentina

18 giugno 2011

"Frammenti di memoria", recensione a un saggio di Francesca Badi

Francesca Badi, Frammenti di memoria. Donne e guerra a Calestano e Marzolara (1943-1945), Provincia di Parma - Comune di Calestano - Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Parma, 2006.

Il filo attraverso cui si dipana il libro di Francesca Badi ha il merito di mettere in luce la specificità femminile nella partecipazione al secondo conflitto mondiale senza però appiattirla sulle categorie d’analisi dentro le quali viene solitamente confinata. Emerge una lettura critica della memoria delle testimoni che rimette in discussione alcune delle presunte certezze che molta storiografia ancora oggi dà per scontate.
I temi scelti - nascondere, curare, scegliere, madri, ricordare - mostrano chiaramente, e l'autrice lo ha sottolineato più di una volta, che circoscrivere la partecipazione femminile ad una mera estensione del 'tradizionale', 'naturale' e 'spontaneo' lavoro di cura è assai riduttivo.
Riduttivo per la storia tutta, non per la storia delle donne o per la storia di una comunità ristretta come quella di cui parla il saggio.
La nostra è una storia ancora incompleta se mancano Livia, Anna, Maria, Orsolina, ovvero se mancano le donne che questa storia la hanno fatta, non solo vissuta, non solo subita.
Un merito di questo lavoro è quello di aver saputo parlare di tutta la simbologia legata al materno mantenendo ben fermo un punto, ossia che questo è uno dei modi, non il solo, con cui si può spiegare l'agire delle donne, all'interno di un sfaccettata gamma di comportamenti.
Quindi il materno come possibilità, non come spiegazione.
Un dato storico rilevante che emerge dal libro è lo sconvolgimento dei ruoli tradizionali che avviene in quegli anni. É un dato che, a mio parere, deve essere guardato da più punti di vista: è una situazione eccezionale, quindi provvisoria, nella quale le donne si trovano proiettate quasi improvvisamente e di fronte alla quale reagiscono con coraggio; è un banco di prova attraverso cui queste donne scoprono la possibilità di vivere la sfera pubblica che era loro preclusa; é anche un momento di libertà, pur nell'orrore della guerra, in cui le donne diventano 'l'anello forte' della società.
Ma occorre guardare anche l'altro lato dello specchio, l'eccezionalità del momento fa sì che il ruolo avuto nella guerra non soltanto non venga riconosciuto, ma non venga neanche introiettato dalle testimoni stesse, che spesso si raccontano utilizzando i percorsi della memoria ufficiale, sottovalutando le proprie azioni, giustificandole come naturali. L’autrice fa notare, ad esempio, quanto sia stato sminuito il ruolo delle staffette - una delle testimoni quasi si stupisce di essere considerata una partigiana dalla sua intervistatrice - e quanto questa sottovalutazione sia entrata nell'immaginario delle partigiane stesse. Anche in questo caso, se capovolgiamo i punti di vista appare chiaro quanto sia rischioso il ruolo della staffetta, che queste donne hanno rischiato la vita tanto quanto l'hanno rischiata gli altri partigiani, che hanno avuto il coraggio di compiere azioni che gli uomini avevano paura di fare senza mai tirarsi indietro, con un misto di incoscienza dovuta alla giovane età e di coraggio dato dalla consapevolezza di fare la cosa giusta.
Il lavoro di Badi sottolinea con intelligenza il valore delle azioni, non tanto la loro eccezionalità - perché eccezionali non sono, i racconti delle donne di Marzolara e Calestano condividono molte cose con i racconti di guerra fatti da altre testimoni, in altre parti dell'Italia - restituendocele in una luce nuova e collocandole correttamente nella storia, ovvero al suo centro, non al margine.
Dalle testimonianze raccolte nel saggio emerge il coraggio della scelta, la forza di schierarsi, la volontà di fare.
Le donne di Calestano e Marzolara non si lasciano sopraffare dalla guerra, la affrontano.

Valentina

6 aprile 2011

Il nostro tempo è adesso - la vita non aspetta - Tutte/i in piazza il 9 aprile

The elephant in the room. There's no capitalism with a human face. It is necessary a new welfare state, it is necessary a basic income: NOW.

E’ vero che la vita non aspetta: ve lo può dire chi appartiene alla prima generazione di precari a vita, e arrivata sulla soglia della mezza età con prole assume pienamente (formulazione elegante per dire che ci sbatte il naso) che la sua condizione si è fatta permanente e non ha più tempo di modificarla. Perché se non cambia radicalmente la concezione dello Stato sociale, in direzione di un reddito di esistenza, anche uscire dalla precarietà lavorativa a più di quarant'anni – ancorché augurabile, intendiamoci – non mi restituirebbe la vita passata, la casa più adatta e dignitosa cui no non ho avuto accesso perché non potevo accendere un mutuo di un certo tipo o avere un contratto d’affitto migliore, una futura pensione cui non potrei comunque avere diritto perché, appunto, non c’è più tempo.

Non è solo questa la “generazione precaria”: ormai se ne accumulano diverse; ora semplicemente le condizioni mondiali sempre più difficili hanno spogliato definitivamente il re dei panni luccicanti di fondi di bottiglia che vestiva quando tutti saremmo diventati “liberi professionisti”, votati al successo e alla ricchezza. Lo sapevamo che era una bugia colossale: eppure le nostre grida di dolore si sono levate per quasi vent’anni nel silenzio assordante della politica. E’ che credere ottusamente alla crescita infinita della ricchezza e della disponibilità di merci, gadget, opportunità, diciamocelo, era consolatorio e gratificante per tutti: sì, le relazioni sociali si degradavano, l’ambiente attorno a noi era sopraffatto, le ingiustizie crescevano, ma il progresso avrebbe sistemato tutto, e il progresso, per definizione, non può essere fermato.

Bene scendere in piazza, finalmente, portarci i nostri corpi, pesanti esigenti e difettati, di uomini e donne che hanno bisogno di essere nutriti alcune volte al giorno, di essere curati quando si acciaccano, di essere accuditi nelle varie fasi della vita: tutte cose che ci hanno insegnato a trascurare per diventare più efficaci ingranaggi della macchina lanciata alla massima velocità. Noi siamo gli effetti collaterali del “turbo capitalismo”, esternalità, costi non rendicontabili. Al massimo grado le donne, che sono più difficili da ridurre al virtuale per l’accidente evoluzionistico che dà loro la possibilità (non il dovere) di partorire nuovi esseri umani. E’ vero che il nostro paese sconta una situazione peggiore e più disperata di altri per tante cose che sappiamo benissimo: ma non facciamoci troppe illusioni. Guardiamoci dietro le spalle, per non perdere la memoria storica di quello che ci ha appena preceduti, guardiamoci attorno, per capire che la crisi è globale e senza ritorno. Diversamente, sarà davvero difficile affrontare quello che ci aspetta con qualcosa di più che una confusa, irrealistica aspettativa di una giustizia che non arriverà.

Paola

2 aprile 2011

Quale pacifismo e quali culture di pace

What kind of pacifism, what kind of pacifist culture: the feminist silence on the current libyan war.

L’inizio dell’intervento militare in Libia ha trovato il ‘popolo’ pacifista disorientato, determinando pericolose associazioni di idee, con il rischio di rendere nullo qualsiasi onesto tentativo di riflettere sulle cause del conflitto e le ragioni della non-violenza. Pacifisti di lungo corso si sono espressi a sostegno dell’intervento militare, ricordando il grave errore dell’Europa (Società delle nazioni) per non aver appoggiato i repubblicani spagnoli nel 1936; e chi, come Gheddafi, si è visto venir meno il sostegno mostratogli dalla comunità internazionale fino al giorno prima non ha esitato a definire nazista quell’azione. A parte l’anacronismo delle espressioni, pare che il ricorso alle simbologie di inizio Novecento stia accompagnando l’intera vicenda, ma nell’Italia smemorata del 2011 nessuno sembra ricordare che proprio cento anni fa andammo in Libia per soddisfare le nostre esigenze imperialiste. Allora i moti di piazza furono numerosi e molte furono anche le donne che protestarono contro la politica del governo [mi riservo un approfondimento in un altro post].
Oggi 2 aprile in varie piazze italiane e davanti a diversi Cie si sono riuniti gruppi politici e non, femministi e non, sotto lo slogan “il problema attuale non è più la lotta della democrazia contro il fascismo ma quello del fascismo nella democrazia (G. Galletta)”. Ecco un ‘nuovo’ slogan, il cui sound risulta troppo disturbato per poter superare le soglie della bassa propaganda, che nulla comunica a chi si colloca fuori dall’ombra protettrice delle bandiere ideologiche e certo non aiuta né gli insorti e né i migranti.
Quale pacifismo e quali culture di pace, dunque.
Speravo emergessero differenti voci di donne, credevo che la mobilitazione femminile di febbraio avesse lasciato qualche traccia.
In questo silenzio e di fronte ai tristi eventi in cui siamo precipitati solo due cose mi sembra opportuno ricordare, esattamente in quest’ordine:

Costituzione della Repubblica italiana

Art. 11
L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Art. 10
L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.
MGrazia


28 marzo 2011

incubi governativi

Oh poor man! Every single waste can be explained with a teasing women, advertising docet.

Nel nuovo (e, pare, costosissimo) spot previsto dalla campagna informativa contro l'uso di droghe promossa per il 2011 dalla Presidenza del Consiglio, un giovane maschio aitante dalla faccia pulita sta andando a sciare con gli amici. Prima di partire si compra le pasticche: la ragazza acqua e sapone che gli siede accanto lo guarda con esplicita riprovazione. La pasticca è una modella bellissima e vistosa che fasciata in un giubbotto bianco con risvolti di pelliccia da vamp lo avvolge in un abbraccio mortifero sui campi da sci, trasformandosi in un essere mostruoso.
Epilogo edificante: il bel ragazzone getta i pericolosi confettini colorati nel fuoco e la brava ragazza del sedile accanto ricomincia a sorridergli.
Non dovrei essere stupita, ma ancora mi sorprende e mi sconcerta la persistenza di un immaginario così tenace sulla pericolosità della ingannevole seduzione femminile: la droga, che ti promette piacere e in realtà ti ammazza, è la femme fatale che adescandoti ti succhia il sangue e la vita. Di più: tra la Scilla della bellona demoniaca e la Cariddi della brava ragazza che “queste cose non si fanno” al nostro bellone non restano molte alternative per incontrare una donna vera. Fatti la tua vita, caro: esci dall'incubo governativo, magari non solo forse le pastiglie non ti serviranno più, ma capace forse che persino ti diverti.

Paola

15 marzo 2011

Senso e doppio senso ovvero della rappresentazione delle donne e dell'habitat culturale in cui si riproduce

In uno degli episodi di “Family Guy” (serie animata statunitense che smaschera con ironia la mediocrità e l'ignoranza di una certa cultura non solo americana) la famiglia protagonista è seduta di fronte alla televisione, sullo schermo si vedono due donne seminude distese su un prato che si spal­mano a vicenda l'olio solare con atteggiamento sensuale, l'inquadratura si sposta su alcune bottiglie  mentre una voce fuori campo dice: “Se compri questa birra delle donne focose faranno ses­so nel tuo giardino” - l'ambientazione, è evidente, allude al tanto tipico quanto immarcescibile immagi­nario erotico finto lesbo che si perpetua in linea maschile di generazione in generazione, quasi ine­luttabilmente. Dal divano Lois, la moglie-madre, esclama indignata: “Tipica fantasia maschile  - smorfia di fastidio - le donne che bevono birra! Ti garantisco che è stato un uomo a fare quella pub­blicità.”, al che Peter, il marito-padre, le risponde: “Ma certo che è stato un uomo: è una pubblicità, non la cena per il giorno del ringraziamento!”.
Surreale? Esagerato? Ridicolo? No, siamo noi: qui, ora.
La verità, nella sua complessità, ci appare così com'è solo nella sua finzione, come in un'opera d'arte iperrealista.
Qui, ora, in Italia, lo stereotipo “santa o prostituta” assume nuove brillanti vesti grafiche, senza mutare nella sostanza. Da un lato, un'azienda che produce pannelli fotovoltaici ci offre una versione photoshop del fordismo con l'immagine di una donna in perizoma e scarpe rosse che, accovacciata sulle ginocchia, invita gli astanti a montarla gratis; dall'altro lato, un'azienda che produce bibite si dà alla speculazione matematica postulando che: se un uomo si ad­diziona ad una donna il risultato è il desiderio di fare sesso, se una donna si addiziona ad un uomo il risultato è il desiderio di fare figli.
Sono i due estremi di un pensiero unico, pervasivo e influente, di cui tutti noi siamo permeati e con cui tutti noi dobbiamo fare i conti.
Bisogna indignarsi e reagire, e le donne – molto più degli uomini – si indignano e reagiscono.
Eppure, ogni volta che si tenta di articolare un ragionamento su questi temi si viene infilate a forza  nel cul de sac dei “Sì ma...” e dei “C'è di peggio”, con la violenza invasata tipica della pulsione normalizzatrice che punta all'annientamento.
Il corpo delle donne è oggi il luogo fisico di un discorso da cui le donne sono escluse come soggetti.
L'utilizzo di un linguaggio sessista e di immagini che definiscono i sessi in maniera unidimensionale, senza metterli in prospettiva, perpetua una cultura in cui i ruoli della donna e dell'uomo sono de­finiti e sclerotizzati. In tal modo si danno per scontate relazioni che non prevedono il rispetto del corpo e della persona, e si costruiscono modelli identitari che non ammettono la libertà di scelta e l'autodeterminazione, identità eterodirette.
Sono modelli dai quali sembra impossibile derogare, se non nel caso di eccezioni che però vengono considerate eccentriche e che poi, a ben guardare, richiamano comunque gli stereotipi più comuni sull'immaginario sessuale dell'uomo etero.
Il ruolo della donna è quello della seduttrice passiva che non sceglie e il ruolo dell'uomo è quello del seduttore attivo che non ha scelta, se non quella di sedurre.
C'è uno sguardo esterno ed estraneo che, oggi come ieri, ha la pretesa di definire la soggettività femminile e normarla.
Questi occhi partoriscono una femminilità debole e pericolosa, asservita e incapace di decidere.
Questi occhi presuntuosi modellano La Donna.
Ma questa donna con la D maiuscola non esiste, sebbene sia proprio di lei che, il più delle volte, si par­la nel dibattito pubblico.
C'è un ipotetico Corpo Collettivo delle donne come un Golem obbediente e servizievole da annichilire quando cresce troppo, essere privo di intelletto e incapace di prendere decisioni autonomamente.
L'epoca reazionaria in cui viviamo è una vasca di deprivazione sensoriale dentro la quale galleggiamo igno­rando la profondità ed eludendo la critica.
A questa cultura bisogna ribellarsi, su questa cultura - parafrasando Carla Lonzi - bisogna sputare.


Valentina 


Apparso su la rivista il Mulino online il 23 agosto 2010