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28 gennaio 2015

Un atto di rottura epistemologica

"Ma visto che vi amo, miei coraggiosi simili, vi auguro di perdere anche voi il coraggio. Vi auguro di non avere più la forza di ripetere la norma e di fabbricare l’identità, di perdere la fede in quello che dicono i vostri documenti su di voi. E una volta che avrete perso il vostro coraggio, stanchi di gioia, vi auguro di inventare un modo per l’uso del vostro corpo. Proprio perché vi amo, voglio che siate deboli e disprezzabili. Perché è attraverso la fragilità che opera la rivoluzione" (Paul B. Preciado)

http://www.internazionale.it/opinione/beatriz-preciado/2014/11/18/il-coraggio-di-essere-se

                                                                                                                                                        MGrazia

4 ottobre 2012

Il corpo come prassi rivoluzionaria. Rileggere Antologaia. Sesso genere e cultura degli anni Settanta (Milano, Il dito e la luna, 2007) di Porpora Marcasciano


Leggendo di recente il saggio introduttivo di Elda Guerra al volume Partire dal corpo. Laboratorio politico di donne e uomini (Milano, Essediesse, 2011), sono rimasta piuttosto colpita dal breve passaggio in cui l’autrice scrive:

«gli anni Settanta sembrano consegnati ad una fine […] i due grandi lutti sono […] la perdita della parola autocoscienziale […], l’allontanamento dal corpo» (p. 26).

In questo blog abbiamo cominciato ad affrontare la questione della trasmissione/eredità del femminismo, ma perplime sempre vedere come nella parabola di movimento descritta dagli anni Settanta, il femminismo sembra aver prodotto una rivoluzione, certo, ma chiusa su se stessa, partecipata e agita solo da quante hanno fatto parte di quell’esperienza, alla fine della quale, con lo spostamento dell’attenzione sul pensiero della differenza ad esempio, altri corpi conquistano uno spazio di protagonismo e quindi, per ciò stesso, il primo femminismo svanisce.
Al volgere degli anni Ottanta, si apre una fase nuova, popolata dagli “altri corpi”, che fanno un percorso “altro” (“a parte da”) e in cui sembra mancare una contaminazione con l’esperienza precedente, poiché, per l’appunto, il femminismo è morto senza lasciare eredi, se non delle alterità vagamente (e confusamente) riconosciute. è il palesarsi dell’esperienza femminista come qualcosa di chiuso che genera preoccupazione, non solo in riferimento all’esperienza specifica, ma anche perché un tale procedere misconosce inevitabilmente tutto quello che è entrato in contatto con quell’esperienza, per poi avviarsi ad un percorso proprio, certo non “altro” e neppure “a parte da”.


Ecco quindi l’esigenza di ritornare su questo testo. 
Antologaia, in prima lettura, restituisce attraverso la biografia politica di Porpora Marcasciano, che è di fatto una biografia collettiva, il percorso intenso e tragico che porta dal FUORI (Fronte Unitario Omosessuali Rivoluzionari Italiani) al MIT (Movimento Identità Transessuale).
Esso attraversa tutto il movimento di critica radicale della società proprio degli anni Settanta per arrivare ad una presa di coscienza identitaria, che si fa politica nel decennio successivo.
È nelle fila del movimento studentesco di sinistra, infatti, che comincia a farsi largo la riflessione di Porpora, la quale intuisce che la contestazione, pur avendo permesso a tanti di mettersi in discussione “non ha assolutamente riguardato il proprio essere maschio”(p. 21). Nonostante ciò, pur nella consapevolezza che gli slogan dei compagni mascheravano, e neppure tanto bene, quel maschilismo patriarcale mai messo in discussione, la rete della sinistra extraparlamentare permise una maggiore visibilità a quelle che erano le iniziative e le riflessioni emergenti nella comunità omosessuale, in quegli anni in fase di organizzazione (p. 105).
Non era però uno spazio sufficientemente accogliente.
Le influenze provenienti da altre anime di quel movimento, il femminismo per esempio, portano Porpora a manifestare il bisogno di maggiore presenza di sé nell’agire politico:

«sentivo il bisogno di incanalare la mia esperienza dentro una lotta di liberazione più generale, riuscivo ad inserire il processo di liberazione nella mia esperienza personale e nella mia omosessualità, ma non riuscivo a fare il contrario e cioè proporre la mia omosessualità come prassi rivoluzionaria» (p. 52).

Ecco, quindi, che il corpo riappare, facendosi perno di un’intera struttura riflessiva:

«mi sento nomade, trasversale, ibrido, extraterritoriale, l’unica certezza è il mio corpo […], terminale della mia felicità perché punto di partenza e punto di arrivo di bisogni e desideri» (p. 15).

Questo scrive Porpora, riportando al centro della sua riflessione politica il corpo e con esso la parola autocoscienzale. La pratica femminista non è qui solo una eco lontana. La contaminazione è indiscutibile e l’autrice non la nega, anche se è costretta a constare come le femministe si opposero alla presenza dei travestiti nelle proprie fila. Finanche nei cortei, come accadde a Bologna nel ’77 durante la manifestazione contro la repressione, poiché per le femministe i travestiti rappresentavano “un modello femminile vetusto complice del patriarcato” (p. 88).



Con la presa di coscienza si innalza pian piano il livello di autoaccettazione, determinando quell’aumento dell’autotisma, “che tradotta in termini politici, si chiama “orgoglio” (p.116)”. Con la conquista orgogliosa dell’identità si avviano una serie di iniziative pubbliche, che alla fine degli anni Settanta sembrano subire una accelerazione decisiva. 



È  del maggio 1979 la nascita del Collettivo Narciso, in novembre dello stesso anno la prima manifestazione gay a Pisa, quindi il Pride di Bologna nel giugno 1980 e due anni dopo l’assegnazione del Cassero di Porta Saragozza…
Non si tratta però di una marcia trionfale. Enormi sono stati i costi e continua la fatica per affermare quel principio di nuova cittadinanza, con tutti i diritti che essa richiede, di cui il MIT si è fatto portavoce.



Nell’intenso e tragico percorso indicato all’inizio, tra lustrini e polvere di palcoscenico, comizi improvvisati e incontri organizzativi, è stato possibile imbattersi in momenti performativi ed in improbabili processioni di imperatrici, nobildonne … e vaghebionde. Non sono mancati gli incontri occasionali e quelli a pagamento; le aggressioni; le riflessioni di Mario Mieli; le canzoni impegnate di Claudio Lolli; e la morte, arrivata sì tragicamente con le vittime della “peste gay”.
Eppure, in tutto questo, non è venuta meno né la parola autocoscienziale

«La coscienza è la base necessaria per un sano rapporto con il mondo e con se stessi: bisognerebbe partire da essa per fare un sano e favoloso coming out […]» p.118;

né l’importanza della centralità del corpo

«[…] il corpo non esiste più nella sua totalità ma in singole parti scomposte. Forse non ce ne rendiamo bene conto […], ma i corpi sono super controllati, ingabbiati, predefiniti, sterilizzati. […] Di questo passaggio ne ha coscienza solo chi è riuscito a mantenere una memoria non solo psichica, ma soprattutto fisica, chi riesce ancora a ricordare gli odori, i sapori, i colori e la sensualità del corpo reale […]» p. 157.

È nel protagonismo indiscusso del corpo, nel suo essere mutante o in “via di liberazione” – come scrive nella postfazione Nicoletta Poidimani –, che Antologaia testimonia come correre il rischio della contaminazione sia il primo passo per l’affermazione del corpo-soggetto. 
MGrazia

16 marzo 2012

#italyrapeinsilence

Look at Possible&impossible page.

Alcuni link utili ad un viaggio comune per non restare in silenzio: segnalateci altre riflessioni se volete
P.

15 novembre 2011

Occupying is feminist part 2: the “invisible hand of the market”

Letting technocrats run the Europe

Da una parte corpi concreti, nella loro irriducibile materialità e differenza, nei loro tormenti quotidiani, dall’altra la famosa mano invisibile del mercato, e i signori tecnocrati, neutri, puliti, non contaminati dalla politica, dalla realtà, dalla materialità dei corpi.
Asettici scienziati dell’economia (ma che cos'è l’economia? Il pane quotidiano con cui manteniamo in vita i nostri corpi, o un grafico perfetto protetto silenzioso immateriale protetto dal rumore e dalla sporcizia della vita?) in grado di curare, purché indisturbati e ben separati da ogni contaminazione mondana, il malato. Cioè il grafico perfetto protetto immateriale silenzioso. Il resto non li riguarda.

La fine di Berlusconi e del berlusconismo rischiano di segnare invece che una ripresa degli spazi democratici in questo paese l'asfissia definitiva della politica. L'emergenza tritura tutto come una megamacchina implacabile che ha perso persino il volto, detestabile ma umano, del tiranno nudo, volgare e stupido.

Quest'ossessione del tecnico che proprio perché tale ha le soluzioni incontrovertibili per tutti mi butta proprio male. E per le donne, ça va sans dire, male due volte.
C’è chi pensa che l’arrivo dei tecnocrati faccia dell’Italia (e della Grecia) un laboratorio politico europeo se non mondiale (ricordate? È già successo nella storia…), e che il pulito e imparziale tecnocrate sia la nuova ennesima maschera di volgari, concretissimi interessi di classe: qui.
E’ senz’altro vero. Ma io ci vedo un pericolo più profondo: un riduzionismo economico ancora più feroce, assoluto e radicale di quello che ci ha portato sin qui. La piena cancellazione di quell’impiccio che sono i corpi differenti di donne e uomini, coi loro vari umani bisogni.


Paola

25 settembre 2011

Il femminismo italiano degli anni settanta: (brevissimi) appunti per un ripasso privato a uso pubblico


The italian '70s feminism: personal review (very short) notes for public consumption

C'è stata una forte discussione, ed il dibattito è tutt'oggi aperto, sulla derivazione del neofemminismo dal movimento degli studenti o sulla autonomia e discontinuità con questa esperienza.
Penso che in realtà le due cose siano meno contrastanti di quanto non appaiano, proprio a causa della molecolarità del neofemminismo italiano. Se da un lato è vero che i primi collettivi anticiparono le grandi mobilitazioni studentesche, è vero anche che il movimento studentesco per molte donne rappresentò l'inizio e il luogo privilegiato di una riflessione sui rapporti di potere tra i sessi che le avrebbe poi condotte al femminismo.
Il movimento delle donne è, in ordine temporale, l’ultimo movimento politico  a diventare visibile sulla scena politica e sociale, ma quello destinato a lasciare sul lungo periodo il segno più profondo nella società, nei comportamenti, nei costumi, nelle mentalità, nel modo di relazionarsi tra le persone.
La genesi del neofemminismo italiano si colloca molto precocemente nel 1965, anno in cui nasce il gruppo Demau Demistificazione autoritarismo divenuto poi Demistificazione autoritarismo patriarcale, un gruppo promosso da donne di cui fanno parte anche alcuni uomini.
É, però, a partire dal 1970 che si assiste, in tutta Italia, ad una vera e propria fioritura di gruppi e collettivi di sole donne molto diversi tra loro, soprattutto per quanto riguarda i riferimenti culturali ed ideologici.
Da subito le donne iniziano ad occupare pubblicamente lo spazio con il proprio corpo, diventando un soggetto politico ineludibile.
La presa di parola, prevalente in una prima fase, si accompagnò, quasi immediatamente, ad un’altra pratica, quella della scoperta e della conoscenza concreta del proprio corpo, attraverso il dialogo e il confronto con le altre donne.
Nel volgere di pochissimi anni l’effetto dell’apparizione di questa nuova soggettività femminile fu dirompente e capillare.
Gli anni di massima visibilità sulla scena pubblica, quelli che vanno dal '74 al '77, furono contemporaneamente quelli delle prime crisi.
Emergevano sempre più nettamente le differenze interne ai gruppi di donne e si faceva sempre più evidente, anche nello spazio pubblico, l'impossibilità di una tanto ideale quanto impossibile sorellanza fondante le relazioni e le azioni delle donne.
A poco a poco diventa sempre più centrale la questione della "differenza sessuale", anche grazie alla tempestiva traduzione di Speculum di Luce Irigaray da parte di Luisa Muraro e alla nascita della Libreria delle Donne.
La discussione sull'aborto può essere considerata una causa interna di messa in crisi del femminismo, le cause esterne possono essere individuate negli spazi tolti dal terrorismo ai movimenti, che ne furono uccisi e al femminismo in particolare, anche se fu l'unico a sopravvivere.
Molti definirono "colpevole" il silenzio delle femministe sul terrorismo, un silenzio che silenzio non era, ma che veniva riempito di senso da molte militanti.
Le elaborazioni femministe che hanno prevalso negli anni ‘80 e ‘90, legate all'impostazione filosofica del pensiero della differenza, che comportava implicitamente un rifiuto della storia, hanno costruito e trasmesso una visione paradossale per cui proprio il femminismo italiano, che aveva avuto un carattere di massa superiore a quello di ogni altro paese, è stato rappresentato come un percorso teorico di piccoli gruppi o di singole pensatrici, sia pure grandi (Carla Lonzi su tutte).
Un nodo critico non indifferente, come ha magistralmente rilevato Anna Rossi-Doria, è rappresentato dalla questione relativa al nesso tra femminismo e democrazia: nei collettivi il rifiuto radicale di regole formalizzate, che si pensava fossero di per sé improntate a un modo di ragionare e fare politica ‘maschile’, portò nei fatti alla prevalenza di forme di leadership di tipo carismatico, legate paradossalmente da un lato alla fusionalità che schiacciava le individualità, ma dall'altro proprio alla potenza individuale della seduzione.
Nel femminismo degli anni Settanta mancò, con rarissime eccezioni, un'analisi delle differenze di classe tra donne, forse proprio perché in Italia era stata forte la tradizione marxista da cui molte provenivano e con cui si voleva rompere in modo radicale come con tutto il resto.

Bibliografia di riferimento/Bibliography
Teresa Bertilotti, Anna Scattigno, a c. di, Il femminismo degli anni Settanta, Roma, Viella, 2005.
Anna Rossi-Doria, Dare forma al silenzio, Roma, Viella, 2007.
George Duby, Michelle Perrot, Storia delle donne - Il Novecento, Roma - Bari, Laterza, 1992.
Yasmine Ergas, Tra sesso e genere, in «Memoria. Rivista di storia delle donne», 1987, n. 19-20.
Stefania Voli, I movimenti femministi degli anni settanta e il post-femminismo, intervento al Convegno “1908-2008: dall'uguaglianza alle differenze di genere. Cent'anni di storia delle donne nella pianura bolognese”, Budrio, 8 marzo 2008.


Valentina

18 giugno 2011

"Frammenti di memoria", recensione a un saggio di Francesca Badi

Francesca Badi, Frammenti di memoria. Donne e guerra a Calestano e Marzolara (1943-1945), Provincia di Parma - Comune di Calestano - Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Parma, 2006.

Il filo attraverso cui si dipana il libro di Francesca Badi ha il merito di mettere in luce la specificità femminile nella partecipazione al secondo conflitto mondiale senza però appiattirla sulle categorie d’analisi dentro le quali viene solitamente confinata. Emerge una lettura critica della memoria delle testimoni che rimette in discussione alcune delle presunte certezze che molta storiografia ancora oggi dà per scontate.
I temi scelti - nascondere, curare, scegliere, madri, ricordare - mostrano chiaramente, e l'autrice lo ha sottolineato più di una volta, che circoscrivere la partecipazione femminile ad una mera estensione del 'tradizionale', 'naturale' e 'spontaneo' lavoro di cura è assai riduttivo.
Riduttivo per la storia tutta, non per la storia delle donne o per la storia di una comunità ristretta come quella di cui parla il saggio.
La nostra è una storia ancora incompleta se mancano Livia, Anna, Maria, Orsolina, ovvero se mancano le donne che questa storia la hanno fatta, non solo vissuta, non solo subita.
Un merito di questo lavoro è quello di aver saputo parlare di tutta la simbologia legata al materno mantenendo ben fermo un punto, ossia che questo è uno dei modi, non il solo, con cui si può spiegare l'agire delle donne, all'interno di un sfaccettata gamma di comportamenti.
Quindi il materno come possibilità, non come spiegazione.
Un dato storico rilevante che emerge dal libro è lo sconvolgimento dei ruoli tradizionali che avviene in quegli anni. É un dato che, a mio parere, deve essere guardato da più punti di vista: è una situazione eccezionale, quindi provvisoria, nella quale le donne si trovano proiettate quasi improvvisamente e di fronte alla quale reagiscono con coraggio; è un banco di prova attraverso cui queste donne scoprono la possibilità di vivere la sfera pubblica che era loro preclusa; é anche un momento di libertà, pur nell'orrore della guerra, in cui le donne diventano 'l'anello forte' della società.
Ma occorre guardare anche l'altro lato dello specchio, l'eccezionalità del momento fa sì che il ruolo avuto nella guerra non soltanto non venga riconosciuto, ma non venga neanche introiettato dalle testimoni stesse, che spesso si raccontano utilizzando i percorsi della memoria ufficiale, sottovalutando le proprie azioni, giustificandole come naturali. L’autrice fa notare, ad esempio, quanto sia stato sminuito il ruolo delle staffette - una delle testimoni quasi si stupisce di essere considerata una partigiana dalla sua intervistatrice - e quanto questa sottovalutazione sia entrata nell'immaginario delle partigiane stesse. Anche in questo caso, se capovolgiamo i punti di vista appare chiaro quanto sia rischioso il ruolo della staffetta, che queste donne hanno rischiato la vita tanto quanto l'hanno rischiata gli altri partigiani, che hanno avuto il coraggio di compiere azioni che gli uomini avevano paura di fare senza mai tirarsi indietro, con un misto di incoscienza dovuta alla giovane età e di coraggio dato dalla consapevolezza di fare la cosa giusta.
Il lavoro di Badi sottolinea con intelligenza il valore delle azioni, non tanto la loro eccezionalità - perché eccezionali non sono, i racconti delle donne di Marzolara e Calestano condividono molte cose con i racconti di guerra fatti da altre testimoni, in altre parti dell'Italia - restituendocele in una luce nuova e collocandole correttamente nella storia, ovvero al suo centro, non al margine.
Dalle testimonianze raccolte nel saggio emerge il coraggio della scelta, la forza di schierarsi, la volontà di fare.
Le donne di Calestano e Marzolara non si lasciano sopraffare dalla guerra, la affrontano.

Valentina

15 aprile 2011

Corpo, ancora una volta

Body, once again
When the denial of female sexuality becomes dominant model

Le ultime informazioni relative al rubygate mettono di fronte ad un dato alquanto sconcertante, almeno per me.
Le descrizioni “puntuali” sull’esercizio del bunga bunga restituiscono, infatti, un’immagine della sessualità femminile degradata e degradante, con la quale tutte noi dovremmo fare i conti.
Agli inizi di questa triste vicenda, che ci tocca non per un problema morale, quanto piuttosto per una questione di qualità della cittadinanza, è stato sorprendente vedere come le giovani donne coinvolte, benchè mediaticamente sovraesposte apparissero mute. Incapaci di formulare una qualsivoglia considerazione sulla natura del proprio coinvolgimento e in alcuni casi della propria professione. In loro vece si sono espressi uomini e donne, esponenti della politica e del giornalismo, sostenendo ora la libertà femminile a fare del proprio corpo l’uso ritenuto più opportuno, ora la natura del rapporto uomo/donna in termini di “amore” regolato dalla gratuità.
Quello che ci viene plasticamente descritto non è né l’una né l’altro.
Si tratta solo di un povero corpo di donna che, essendo inconsapevole di sé e per questo tutt’altro che libero aggiungerei, viene vilipeso.
I corpi schiacciati in pose pornografiche riducono la libido femminile ad un mero strumento per soddisfare il bisogno altrui di piacere. Plasmata su un immaginario maschile, la sottomissione a Priapo appare quasi un rito iniziatico per donne giovani, le quali ignorano semplicemente il loro diritto ad esprime la sessualità liberamente ovvero liberata dalle regole degradanti cui proprio quell'immaginario la riconduce.
Di fronte a questo scenario, mi sono chiesta se la riflessione femminista sulla sessualità avesse avuto una qualche forma di trasmissione. E se sì, dove si fosse interrotto quel percorso. Perché dev’essersi interrotto: come capacitarsi altrimenti di questa visione tardo-impero della nostra sessualità?
Ora resta da capire quanto questo vuoto culturale costerà ai nostri corpi.

MGrazia

10 aprile 2011

Scomparsa del corpo, assenza del soggetto

Disappearance of body, absence of subject.
Feminist historiography between gender perspective and “women’s history”.

Soffocamento. Questa è la sensazione che rimane a margine di un convegno di storia delle donne.
Minorità dell’argomento sottolineata dalla presenza poco numerosa ed esclusivamente femminile di pubblico.
Studiosi, il maschile linguistico va da sé, sebbene nove siano le studiose e uno solo lo studioso. Giovane, quest’ultimo – catalizzatore di condiscendenza materna: un uomo che si/ci degna di assumere ad oggetto delle proprie ricerche tematiche femminili (ovvero che abbiano per oggetto le donne)!
Seguono interventi in cui le donne - indicate come soggetto, almeno stando ai titoli dati alle letture -, si rivelano scarni oggetti di classificazioni. Private della loro esistenza (il corpo), le donne svaniscono nel tentativo fallimentare di analizzare i ruoli nei quali sono state collocate. L’inefficacia dell’operazione deriva proprio dall’assenza del soggetto. In sua assenza, infatti, risulta impossibile cogliere appieno il peso che quei corpi di donna hanno avuto nello stabilire o nel modificare un determinato ruolo. Ma tra i presenti nessuno sembra essersene accorto.
Eppure l’assunzione di una peculiare prospettiva di genere è una metodologia che coinvolge in primo luogo chi compie la ricerca: serve a far sì che l’esistenza negata dalla Storia riemerga, rivelando l’inganno di una ricostruzione storica che ne ha naturalmente avallato l’assenza.

Ossigeno. È tutto qui, in alcuni versi di Emma Baeri (I Lumi e il cerchio, Rubbettino 2008, p. 190):

La fine della storia
appare morte
ma è sguardo differente
sulle cose
è acquisto di memoria
di me stessa – lieve
pensosa di parole nuove
Può sembrare banale
forse insano
Ma la gioia di esistere
è più forte
del greve condiscendere del padre
della grigia mestizia
che trascura
il sapore del vento
(…)

MGrazia


6 aprile 2011

Il nostro tempo è adesso - la vita non aspetta - Tutte/i in piazza il 9 aprile

The elephant in the room. There's no capitalism with a human face. It is necessary a new welfare state, it is necessary a basic income: NOW.

E’ vero che la vita non aspetta: ve lo può dire chi appartiene alla prima generazione di precari a vita, e arrivata sulla soglia della mezza età con prole assume pienamente (formulazione elegante per dire che ci sbatte il naso) che la sua condizione si è fatta permanente e non ha più tempo di modificarla. Perché se non cambia radicalmente la concezione dello Stato sociale, in direzione di un reddito di esistenza, anche uscire dalla precarietà lavorativa a più di quarant'anni – ancorché augurabile, intendiamoci – non mi restituirebbe la vita passata, la casa più adatta e dignitosa cui no non ho avuto accesso perché non potevo accendere un mutuo di un certo tipo o avere un contratto d’affitto migliore, una futura pensione cui non potrei comunque avere diritto perché, appunto, non c’è più tempo.

Non è solo questa la “generazione precaria”: ormai se ne accumulano diverse; ora semplicemente le condizioni mondiali sempre più difficili hanno spogliato definitivamente il re dei panni luccicanti di fondi di bottiglia che vestiva quando tutti saremmo diventati “liberi professionisti”, votati al successo e alla ricchezza. Lo sapevamo che era una bugia colossale: eppure le nostre grida di dolore si sono levate per quasi vent’anni nel silenzio assordante della politica. E’ che credere ottusamente alla crescita infinita della ricchezza e della disponibilità di merci, gadget, opportunità, diciamocelo, era consolatorio e gratificante per tutti: sì, le relazioni sociali si degradavano, l’ambiente attorno a noi era sopraffatto, le ingiustizie crescevano, ma il progresso avrebbe sistemato tutto, e il progresso, per definizione, non può essere fermato.

Bene scendere in piazza, finalmente, portarci i nostri corpi, pesanti esigenti e difettati, di uomini e donne che hanno bisogno di essere nutriti alcune volte al giorno, di essere curati quando si acciaccano, di essere accuditi nelle varie fasi della vita: tutte cose che ci hanno insegnato a trascurare per diventare più efficaci ingranaggi della macchina lanciata alla massima velocità. Noi siamo gli effetti collaterali del “turbo capitalismo”, esternalità, costi non rendicontabili. Al massimo grado le donne, che sono più difficili da ridurre al virtuale per l’accidente evoluzionistico che dà loro la possibilità (non il dovere) di partorire nuovi esseri umani. E’ vero che il nostro paese sconta una situazione peggiore e più disperata di altri per tante cose che sappiamo benissimo: ma non facciamoci troppe illusioni. Guardiamoci dietro le spalle, per non perdere la memoria storica di quello che ci ha appena preceduti, guardiamoci attorno, per capire che la crisi è globale e senza ritorno. Diversamente, sarà davvero difficile affrontare quello che ci aspetta con qualcosa di più che una confusa, irrealistica aspettativa di una giustizia che non arriverà.

Paola

15 marzo 2011

Senso e doppio senso ovvero della rappresentazione delle donne e dell'habitat culturale in cui si riproduce

In uno degli episodi di “Family Guy” (serie animata statunitense che smaschera con ironia la mediocrità e l'ignoranza di una certa cultura non solo americana) la famiglia protagonista è seduta di fronte alla televisione, sullo schermo si vedono due donne seminude distese su un prato che si spal­mano a vicenda l'olio solare con atteggiamento sensuale, l'inquadratura si sposta su alcune bottiglie  mentre una voce fuori campo dice: “Se compri questa birra delle donne focose faranno ses­so nel tuo giardino” - l'ambientazione, è evidente, allude al tanto tipico quanto immarcescibile immagi­nario erotico finto lesbo che si perpetua in linea maschile di generazione in generazione, quasi ine­luttabilmente. Dal divano Lois, la moglie-madre, esclama indignata: “Tipica fantasia maschile  - smorfia di fastidio - le donne che bevono birra! Ti garantisco che è stato un uomo a fare quella pub­blicità.”, al che Peter, il marito-padre, le risponde: “Ma certo che è stato un uomo: è una pubblicità, non la cena per il giorno del ringraziamento!”.
Surreale? Esagerato? Ridicolo? No, siamo noi: qui, ora.
La verità, nella sua complessità, ci appare così com'è solo nella sua finzione, come in un'opera d'arte iperrealista.
Qui, ora, in Italia, lo stereotipo “santa o prostituta” assume nuove brillanti vesti grafiche, senza mutare nella sostanza. Da un lato, un'azienda che produce pannelli fotovoltaici ci offre una versione photoshop del fordismo con l'immagine di una donna in perizoma e scarpe rosse che, accovacciata sulle ginocchia, invita gli astanti a montarla gratis; dall'altro lato, un'azienda che produce bibite si dà alla speculazione matematica postulando che: se un uomo si ad­diziona ad una donna il risultato è il desiderio di fare sesso, se una donna si addiziona ad un uomo il risultato è il desiderio di fare figli.
Sono i due estremi di un pensiero unico, pervasivo e influente, di cui tutti noi siamo permeati e con cui tutti noi dobbiamo fare i conti.
Bisogna indignarsi e reagire, e le donne – molto più degli uomini – si indignano e reagiscono.
Eppure, ogni volta che si tenta di articolare un ragionamento su questi temi si viene infilate a forza  nel cul de sac dei “Sì ma...” e dei “C'è di peggio”, con la violenza invasata tipica della pulsione normalizzatrice che punta all'annientamento.
Il corpo delle donne è oggi il luogo fisico di un discorso da cui le donne sono escluse come soggetti.
L'utilizzo di un linguaggio sessista e di immagini che definiscono i sessi in maniera unidimensionale, senza metterli in prospettiva, perpetua una cultura in cui i ruoli della donna e dell'uomo sono de­finiti e sclerotizzati. In tal modo si danno per scontate relazioni che non prevedono il rispetto del corpo e della persona, e si costruiscono modelli identitari che non ammettono la libertà di scelta e l'autodeterminazione, identità eterodirette.
Sono modelli dai quali sembra impossibile derogare, se non nel caso di eccezioni che però vengono considerate eccentriche e che poi, a ben guardare, richiamano comunque gli stereotipi più comuni sull'immaginario sessuale dell'uomo etero.
Il ruolo della donna è quello della seduttrice passiva che non sceglie e il ruolo dell'uomo è quello del seduttore attivo che non ha scelta, se non quella di sedurre.
C'è uno sguardo esterno ed estraneo che, oggi come ieri, ha la pretesa di definire la soggettività femminile e normarla.
Questi occhi partoriscono una femminilità debole e pericolosa, asservita e incapace di decidere.
Questi occhi presuntuosi modellano La Donna.
Ma questa donna con la D maiuscola non esiste, sebbene sia proprio di lei che, il più delle volte, si par­la nel dibattito pubblico.
C'è un ipotetico Corpo Collettivo delle donne come un Golem obbediente e servizievole da annichilire quando cresce troppo, essere privo di intelletto e incapace di prendere decisioni autonomamente.
L'epoca reazionaria in cui viviamo è una vasca di deprivazione sensoriale dentro la quale galleggiamo igno­rando la profondità ed eludendo la critica.
A questa cultura bisogna ribellarsi, su questa cultura - parafrasando Carla Lonzi - bisogna sputare.


Valentina 


Apparso su la rivista il Mulino online il 23 agosto 2010