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12 giugno 2012

Il triangolo scaleno o del femminicidio a responsabilità limitata

Che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va 
catene non ha il cuore è uno zingaro e va
Il cuore è uno zingaro, Nicola Di bari

Pochissimo tempo fa una certa stampa italiana ha scoperto il femminicidio. È stato amore a prima vista, una di quelle passioni fulminanti che ti riempiono le riunioni di redazione, che colmano la scaletta delle notizie.
Ma la passione, si sa, è fugace.
Il sipario è calato all'acme, sul volto sorridente di un noto calciatore che in passato aveva indossato magliette con frasi di mussoliniana memoria e che ora si trovava a reggere maglietta con slogan impegnati sulla responsabilizzazione del maschio italico.
Ma anche quando un amore finisce le tracce del suo passaggio permangono a lungo in noi, in un gesto, in una parola, che mimiamo senza nemmeno accorgercene.
Così doveva essere per il giornalismo, che dal femminicidio avrebbe dovuto imparare come si racconta la notizia di una donna assassinata da un uomo convinto di possederla.
Così doveva essere, così non è stato.
L'articolo che riporto è apparso su Repubblica Milano l'11 giugno (ringrazio Silvia che l'ha segnalato sulla mailing list di Femminismo a Sud).


Un uomo sposato uccide, sparandole alla tempia mentre la tiene immobilizzata, la donna con cui ha una relazione. Il giornalista racconta la storia partendo dalla moglie dell'assassino "che aveva scoperto tutto" e fatto conseguente "scenata". Di lui ci dice che era "notaio", che "ha perso la testa", che ha lasciato un biglietto in cui si dà la colpa di tutto e descrive la moglie come "la più dolce del mondo". La donna uccisa è "l'amante lettone", che lui "aveva sistemato" in una casa, la portava in farmacia a comprare "creme femminili di bellezza per il corpo. Pagava sempre lui". L'oste - sì, proprio l'oste - racconta di discussioni tra "il notaio e la bella lettone". "Bella lettone" che "a volte è stata vista nei locali insieme ad altre ragazze dell'est, ma anche andare via in macchina con degli altri uomini".
Sessismo, razzismo, classismo, fragilità maschile, deresponsabilizzazione, pettegolezzo di provincia, sono le categorie di analisi di questa storia secondo il giornalista.
Che dalla recente passione della sua testata per il femminicidio non ha imparato niente. E non solo lui.

Valentina

28 aprile 2012

Femminicidio

A quanto pare sono una sopravvissuta, l'ho scoperto ieri.
Ieri dicevo che bisogna avere un nucleo di muffa per dare e ridire, considerandola notizia, che Vanessa Scialfa è stata uccisa perché avrebbe chiamato il convivente "nell'intimità" con il nome di un ex.
La rabbia mista a dolore, un dolore che si sente nella mia carne di donna che sa da sempre, la mia carne che sente la carne delle altre donne.
Oggi arrivano da internet notizie di un cambiamento di rotta.
Così decido di guardare i giornali.
Trovo questo.
E il punto non è non dire la cosa, se la si ritiene una cosa da dire.
Il punto è come la si dice, e cosa quel come significa, e come quel come diventa asserzione.
Perché basterebbe aggiungere "con l'inammissibile alibi", "con la squallida scusa", "con il bieco pretesto".










29 aprile - Un aggiornamento perplesso
Noto con perplessità e frustrazione le discordanze tra le home e le prime pagine dei quotidiani.
Ieri l'Unità, che online titolava come ho indicato in questo post, aveva in prima un articolo di Zanardo sul Femminicidio.
Quale è, se c'è, la linea editoriale delle versioni online? A quale pubblico credono di parlare?

Valentina