Segnalo il bell'articolo di Lea Melandri sulla maternità che ci ricorda come, pur essendo irto e accidentato, quello dell'autoderminazione è un percorso da intraprendere.
MGrazia
collettivo scrittivo de/genere
Insistere fortemente sul ruolo delle donne in alcune società tradizionali o di
zone particolarmente sfruttate e degradate del pianeta come chiave per
esperienze di economia comunitaria, alternativa ed equa no è sbagliato,
intendiamoci. Questo tipo di esperienze, spesso straordinariamente interessanti
da cui abbiamo molto imparato e molto abbiamo da imparare, sono senz’altro
decisive per i contesti in cui hanno vita e anche per avviare una
trasformazione profonda nei nostri contesti economici e sociali. A mio parere
il rischio è piuttosto quello di comunicale con un linguaggi e metafore che
tendono a sovrapporre, senza troppo approfondire, il piano dell'esperienza
storica femminile e quello di una vocazione “naturale” alla cura e alla
riparazione. Di scivolare quindi dalla strumentazione necessaria a mutare
relazioni sociali e rapporti di forza, a riorientare la pratica economica e
dalle concrete condizioni in cui questo si realizza in altre parti del
mondo -
e in cui potrebbe essere realizzata qui a quello della costruzione di un
mito di salvezza, che, alla ricerca affannosa di una via d’uscita dalla
tragedia del presente, prenda la scorciatoia di un’identità femminile per
definizione buona e non violenta, inchiodando contemporaneamente però le donne
ad una eterna maternità sociale e alla cura del mondo non in quando esseri
umani dotati della capacità di scegliere ma in quanto segnate da un destino
“naturale”.
Qui trovate alcuni degli interventi, spero presto che altri saranno resi disponibili in rete così che tutt* possano farsi un'idea. Io c'ero (la mattina) e ne sono rimasta molto turbata. Ho grande stima di alcune delle intervenute. Considero alcuni dei temi sollevati importanti - la politica, la rappresentanza, la libertà femminile. Ma l'impressione complessiva è stata quella di un dibattito sterile, incapace di dire qualcosa di autenticamente incisivo rispetto alla tragedia che stiamo vivendo. Di cui in Italia viviamo per alcuni versi il sovrappiù di una vergognosa farsa sotto il livello di guardia; ma l'origine è il baratro di giustizia sociale, di sostenibilità e distribuzione della ricchezza, di opportunità e speranza che stiamo occhieggiando in Europa e nel mondo. Di questo mi sarebbe piaciuto che un po' si parlasse e non solo per lamentare che altri non ne parlino.
Secondo queste definizioni, l'economia non ha rapporto con la
riproduzione delle condizioni della vita umana sul nostro pianeta. Al massimo
rimanda all'etimologia greca che riconduce alla dimensione della saggia
amministrazione domestica, il saggio uso delle proprie risorse. L'economia
diventa così una tecnologia astratta e impersonale che serve a trarre il
massimo vantaggio dalla scarsità (data o indotta) o dallo sfruttamento della
natura (intesa ancora come estranea e separata dal destino umano) con il minimo
sforzo. L'economia interviene laddove interviene l'uso del denaro, inteso a
mediare relazioni personali col medium impersonale per eccellenza ed è
necessariamente orientata alla dimensione dello scambio, della relazione
sociale: vivere non è una attività economica, arricchirsi sì. Intesa così,
l'economia si dichiara programmaticamente indifferente al genere perché ad
esso, alla sua costruzione e alle sue dinamiche di rapporto, è demandata la
gestione delle condizioni di riproduzione della vita umana; che non rientra nel
calcolo economico ma senza la quale, però, nessuna economia è possibile. Come
sostiene Mary Mellor, il lavoro delle donne è il lavoro di base che rende
possibili tutte altre possibili forme dell'attività umana. Obliterarlo è
probabilmente servito a sottrarne le condizioni a una qualsivoglia possibile
forma di negoziazione paritaria; ma riflette comunque anche un limite, un'irriducibilità:
il lavoro necessario alla vita umana non è suscettibile, oltre una certa
misura, di un processo di razionalizzazione dei mezzi e ha un fine ineludibile
e dato, le cui condizioni di esistenza sfuggono, in gran parte, alla nostra
creatività e capacità di scelta. Ancora, l’economia, il mercato, lo scambio non
esistono di per sé – anche qui con uno stretto parallelismo con quanto avviene
per i generi – ma sono un costrutto sociale, e, come tale, modificabile
socialmente.