13 maggio 2013

Avere figli non è più un destino ma nasconde ancora tanti vincoli segreti


Segnalo il bell'articolo di Lea Melandri sulla maternità che ci ricorda come, pur essendo irto e accidentato, quello dell'autoderminazione è un percorso da intraprendere.
MGrazia



09 maggio 2013

Le donne libere/liberate e l'ordine maschile della società


Su questa finestra ultimamente è calata una spessa tenda di silenzio. Pesante, non fa passare l'aria e scherma fastidiosamente la luce.
Faccio molta fatica a prendere parola ... quello che mi accade intorno - dalla politica alla violenza sociale diffusa, alla grossolana verbosità che non ci da tregua a lavoro come per strada - accartoccia anche la più piccola velina di speranza. Eppure ci sono eventi che spingono a parlare anche se comprendo la sterilità del gesto.
Come se non bastassero i continui attacchi all'individualità femminile, all'autoderminazione delle donne, oggi si aggiungono nuovi e meschini insulti.
Le donne senza figli sono persone che non si assumono le proprie responsabilità e che non vogliono crescere. Questo più o meno ha detto il papa nella giornata dedicata alla figura della madre (tale nella coppia eterosessuale). Inoltre, se si è tanto irresponsabili da non avere figli e indossare i tacchi e magari il rossetto, e perchè no una canotta ora che viene estate, beh essere aggredite, per strada o in casa o sull'autobus, picchiate, violentate, sfigurate, uccise -  è cosa normale. E' cosa tanto normale da non dovere essere neanche discussa pubblicamente. E' certo non lo possiamo fare noi!
Una campagna di civiltà per il rispetto del corpo delle donne e non solo delle donne, ma anche di quello delle bambine e dei bambini, non è una nostra battaglia sorelle.
E' una battaglia tutta dei maschi, ma evidentemente sono troppo vigliacchi per poterla fare ad alta voce.
MGrazia

22 marzo 2013

Grillo arrenditi, sei circondato

Mi ripeto: passare la vita a fare distinguo è faticoso e frustrante, ma resta spesso necessario. A volte prende una botta di entusiasmo che è giustificato più dal proprio desiderio di felicità che da ponderata analisi - e d'altra parte, senza lucida follia, senza una coraggiosa deriva nel sé e nelle altre, non sarebbe mai esistito il femminismo. Così interpreto l'impeto di Paola Tavella che saluta nell'affermazione del movimento 5 stelle la fine del patriarcato. Certo, elettori e attivisti di M5S non sono Grillo, molti pressanti domande alla politica e alla democrazia sono condivisiibili, ma poi leggo questo post scritto da Grillo e l'inquetudine ostinata che mi prende quandp leggo affermazioni del genere di quelle fatte da Tavella, prende il corpo della rabbia. Perché il femminismo è stata una cosa seria, e che signori maschi bianchi di mezz'età ossessionati dalla loro identità sessuale e variamente collocati nell'arco parlamentare ne facciano strame, è comprensibile e non sorprendente. Più sosprendente sinceramente che riscuotano tanto credito e a loro e a ciò che hanno suscitato vada attribuita addirittura la fine del patriarcato.
Al sig. Grillo vorrei dire arrenditi, sei circondato. Da donne che, purtroppo per te, intendono darla quanto, quando e a chi pare a loro. E che non "ci stanno", "fanno" quel che a loro va.

Paola


14 marzo 2013

Tempi duri e complicati: su grillismo e decrescita

Viviamo tempi duri e complicati e a volte accade di tacere, per riprendere fiato.
Seguo con interesse un filino morboso la discussione in rete sul sucesso del MoVimento 5 stelle, sulla sua natura e le sue gesta. Tra le altre, trovo particolarmente interessanti le analisi di WuMing e di Ida Dominjanni e quelle di Giuliano Santoro (autore de Un grillo qualunque).
Molte volte sono stata sul punto di rimettere il dito sulla tastiera per questo blog ma qualcosa sino a stamani mi ha sempre bloccata, non so dire esattamente perché. In un'epoca dal gusto così tranchant mettersi a precisare e distinguere mi pareva soltanto tentare di vuotare il mare con un cucchiaino, e francamente, forse ci sono modi migliori con cui mettere a frutto la propria fugace permanenza in questa valle di lacrime (habemus papam!).
Ma perdere il vizio è dura, e rispetto al supposto endorsement di Serge Latouche per Grillo, e la discussione che si è successivamente scatenata sul rapporto tra il MoVimento e la Decrescita, come non precisare:

- che esistono diverse declinazioni del concetto di decrescita. Quella più interessante - a mio parere - è la proposizione di una teoria economica di chiare radici marxiane, che supera alcune analisi del marxismo nel senso di includere nei fattori di produzione i limiti della biosfera (la natura, l'ambiente, non considerati come limitati -anzi, spesso non considerati tout court- né dalgi economisti classici né da quelli marxisti). La loro inclusione in una teoria economica farebbe emergere nuove, dirompenti e difficilmente risolvibili contraddizioni nello sviluppo capitalistico. In Italia, ne ha scritto un economista come Mauro Bonaiuti (autore de Obiettivo Decrescita).

- che nel mondo anglosassone, esiste poi un interessante filone di riflessione eco-femminista, anche qui di chiara e dichiarata ispirazione marxista, che accosta la negazione dell'apporto essenziale del lavoro femminile alla ripruduzione delle condizioni di vita necessarie a loro volta alla produzione capitalistica alla negazione dell'apporto delle risorse naturali al processi di produzione nel senso del punto precedente. La maggiore esponente di questo eco-femminismo di ispirazione marxista, piuttosto negletto in Italia dove queste analisi hanno avuto scarsa fortuna perchè dafli anni ottanta in poi la riflessione si è concentrata sul simbolico e sulla filosofia della differenza sessuale saltando a più pari un'analisi di stampo più "materialistico", è Mary Mellor. Ne abbiamo parlato spesso su questo blog, in numerossismi post che potrete rintracciare, tra cui questo.

- che ci sono profonde differenze tra le opere paternalistico/divulgative di Maurizio Pallante, di scarso se non nullo spessore teorico, e la riflessione di Serge Latouche, che è comunque un economista di formazione solidamente marxista e terzomondista, che ha vissuto molti anni in Africa e ha iniziato da lì la sua produzione intellettuale riflettendo sui guasti del colonialismo e dei cosìddetti paesi in via di sviluppo. Gli scritti di Pallante presentano in effetti una miscela piuttosto riuscita di divulgazione accessibile, fai da te antintellettualista, semplificazione teorica che occulta il conflitto: posso immaginare siano graditi a molti 5stelle, non è difficile stiracchiarli in direzioni anche opposte e comunque bypassano a pié pari una seria critica politica alla fase attuale del capitalismo.

La pochezza e vaghezza della produzione di Pallante, come le altrettanto vaghe simpatie grilline per una  indetereminata  "decrescita" a mio parere non sono sufficienti a bollare tutta la teoria come "di destra" e per "borghesi occidentali" e non possono essere usate come termometro della plausibilità ideologica di un dibattito complesso e a mio parere molto più ricco di così.

Ecco, ho svuotato la mia basca da bagno. Un buon vaffa a tutti.
Paola

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05 marzo 2013

Io, sovversiva


Coltivo la memoria e custodisco le speranze delle donne del 1943.


Dopo le ultime elezioni non ho fatto altro che pensare alla resistenza delle donne. Sarà per il clima da ottobre del '22 che si respira in questi giorni, sarà per la paura di vedere sgretolarsi alcuni puntifermi della mia cittadinanza politica. 
Quello che mi ha sempre colpito delle donne del 1943 - tutte resistenti, anche se non necessariamente partigiane - è stata la loro straordinaria capacità di discernimento. è stato il loro risveglio dopo vent’anni di regime fascista, quando l’otto settembre 1943 con azione eclatante, spontanea e non-organizzata riuscirono a realizzare il più grande travestimento di massa della storia. Quel risveglio non è stato facile né scontato. Ha imposto una scelta, certamente libera ma senza la quale non si sarebbero potuti accettare i rischi connessi alla guerra in corso, maggiori per le donne che non per gli uomini.
Fare i conti con la violenza, agita e subita. Da un lato, l'improvvisa famigliarità con l'uso e il possesso delle armi, dall'altro la cattura e carcerazione in campo di concentramento, oltre che la violenza fisica e sessuale inflitta alle donne con calcolata lucidità nelle carceri fasciste così come a scopo "castale" lungo il passaggio dei fronti (a Cassino come a Sasso Marconi).



Nel rischio di sé, della perdita di sé, quelle donne hanno avuto la forza di parlare di emancipazione e diritti, poiché il campo del possibile doveva apparire loro infinitamente grande.
Dopo la Liberazione il campo del possibile si è richiuso su desideri e aspirazioni con l'affermarsi di una politica fatta per gli uomini e dagli uomini in un trionfo di familismo e paternalismo, che hanno svilito l’azione delle donne e spesso anche la loro memoria. E come sappiamo, le iniziative femministe successive non hanno scalfito la politica del "maschio", anzi si sono avvizzite sulle pari opportunità e lo sterile tentativo di un loro riconoscimento e applicazione.
Nonostante tutto, il voto, quello sì che è stata una conquista delle donne del '43 - a costo della vita!


La mia cittadinanza politica ha l'eco del grattare metallico delle biciclette autarchiche e porta in dote con una matita la speranza di un domani lucente "dove sia libera ogni gioia". La memoria e le speranze delle donne del 1943 stanno tutte lì, in due sottili tratti di lapis - tracciandoli, sovverto. E se non dovesse bastare, resisterò
MGrazia

22 febbraio 2013

Le sovversive non votano?

La faccia paffuta di Emma Goldman è comparsa sulla cassetta della posta. Racchiusa in un adesivo 5x8 mi punta con lo sguardo un po' strabico - "Le sovversive non votano!", dice.
La cosa mi incuriosisce e per un attimo mi distrae dalla bolletta del telefono, che lo so già finirà sulla mensola con le altre, scadute. Ho fretta di controllare dove, come, quando lo ha detto... ricerca per ora vana e senza costrutto.
Un dubbio si insinua però: "sovversivo" chi è? Come matura questa percezione si sé?
Nell'orizzonte ideologico di Emma è plausibile, ma qui e ora? 

MGrazia

13 febbraio 2013

Attorno alle retoriche della cura e del materno



Una certa retorica della cura e del materno entrano con facilità nella strumentazione che si appronta quando si vuole rispondere alla domanda ma allora, in che cosa sono diverse le pratiche economiche segnate dalla differenza femminile?
Come dovrebbe essere ormai chiaro, sono affascinata dalla possibilità di mettere in relazione la critica  all’insostenibilità fondamentale dell’attuale sistema economico  - socialmente disastroso, dissipatore di risorse ormai all’esaurimento, potenzialmente in grado di compromettere l’ambiente che ha reso possibile la sopravvivenza sin qui della specie umana - e pensiero femminista. Lo sono perché penso che l'economia non sia l’astratto gioco scambio tra inesistenti monadi neutre razionali e assolutamente intercambiabili tra loro (ed esclusivamente orientate a ottenere il massimo profitto con il minimo sforzo)  ma piuttosto  l'insieme delle pratiche, delle norme e delle relazioni con cui riproduciamo le condizioni materiali della nostra esistenza su questo pianeta. Un insieme di pratiche, norme, relazioni calato nella nostra contingenza di esseri sessuati, sociali, dipendenti da una quantità e qualità variabile di relazioni emotive, fisiche, affettive dalle quali non possiamo prescindere. Nello stesso modo, l’economia, dunque,  non può prescindere dal nodo di come sono costruite le relazioni fra i generi.
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Relazione imprescindibile e necessaria alla nostra venuta al mondo è un utero di donna che ci ospiti e partorisca:  noi non possiamo esistere senza di esso, senza una mediazione materna. E’ una condizione di dipendenza e diseguaglianza, di relazione e legame che ci segna e caratterizza tutti e tutte – qualunque sia la nostra traiettoria successiva. In questo senso dichiara la nostra natura umana come cosa profondamente diversa dalla anomia discreta di esseri neutri, interscambiabili, perfettamente pari l’uno all’altro che l’economia classica pone alla base delle sue speculazioni. Quegli esseri, come argomenta molto bene David Graeber, possono funzionare molto bene come proiezioni matematiche, ma semplicemente non esistono. Le persone reali non esistono se non per via del fittissimo, inestricabile intreccio di rapporti che le mette letteralmente al mondo: rapporti fisici, simbolici, morali – economici; ed è qui a mio parere la cifra del materno, non tanto in un suo esercizio oblativo e illimitato volto a sanare i guasti del mondo, quanto nel suo metterci sempre e di nuovo di fronte al tratto fondamentale della nostra condizione umana.

Insistere fortemente sul ruolo delle donne in alcune società tradizionali o di zone particolarmente sfruttate e degradate del pianeta come chiave per esperienze di economia comunitaria, alternativa ed equa no è sbagliato, intendiamoci. Questo tipo di esperienze, spesso straordinariamente interessanti da cui abbiamo molto imparato e molto abbiamo da imparare, sono senz’altro decisive per i contesti in cui hanno vita e anche per avviare una trasformazione profonda nei nostri contesti economici e sociali. A mio parere il rischio è piuttosto quello di comunicale con un linguaggi e metafore che tendono a sovrapporre, senza troppo approfondire, il piano dell'esperienza storica femminile e quello di una vocazione “naturale” alla cura e alla riparazione. Di scivolare quindi dalla strumentazione necessaria a mutare relazioni sociali e rapporti di forza, a riorientare la pratica economica e dalle concrete condizioni in cui questo si realizza in altre parti del mondo  -  e in cui potrebbe essere realizzata qui a quello della costruzione di un mito di salvezza, che, alla ricerca affannosa di una via d’uscita dalla tragedia del presente, prenda la scorciatoia di un’identità femminile per definizione buona e non violenta, inchiodando contemporaneamente però le donne ad una eterna maternità sociale e alla cura del mondo non in quando esseri umani dotati della capacità di scegliere ma in quanto segnate da un destino “naturale”.

Con questo, ripeto, non disprezzo l’enorme potenziale della cura come pratica economica, e come pratica economia alternativa allo scambio proprietario; tutt’altro. Neppure tantomeno disprezzo l’esperienza storica femminile, risorsa preziosa e imprescindibile per ripensare l’umano e il suo stare al mondo. Rifiuto soltanto che possa esserci qualcosa che decida per noi, ogni singolo o singola ricrea e rifa il mondo nei suoi significati, nei ruoli, nelle identità di genere, ogni istante. Non lo fa nel vuoto: lo fa nella fitta trama di dipendenze che lo definisce e sostiene; ma in questo è sol*, sì, né il divino né la natura divinizzata e idealizzata lo fanno per lui/lei. Così come la natura umana è definita dalla sua relazione fondamentale con altri esseri umani, la condizione umana è anche una condizione di solitudine ontologica, una solitudine che presuppone sempre, che lo vogliamo o no, l’esercizio della scelta.

Le condizioni, l’esperienza e le pratiche della riproduzione umana non sono quindi importanti in quanto la maternità ha una funzione sociale nel senso di compiere un atto “utile” alla società. In senso strettamente biologico non ha senso: la trasmissione genetica avviene da individuo a individuo e non esiste un interesse di specie. Si insiste sull’interesse della specie perché anche ad essa, alla cooperazione umana e animale all’interno della stessa specie si vogliono attribuire, con la cogente necessità del dato di natura, le motivazioni egoistiche che si attribuiscono agli individui monadi nei loro scambi economici astratti.  Essere venuti al mondo, ed essere venuti al mondo da un corpo di donna è presupposto di qualunque socialità umana. In questo le donne non fanno l’interesse di nessuno – potremmo discutere se fanno quello dei propri geni, ma qui non ci importa. Quello che qui è importante è assumere finalmente a pieno titolo che il mondo è popolato da (minimo – non mi è possibile aprire ora la discussione sulle identità sessuali plurime) due sessi e generi che hanno, rispetto alla riproduzione umana, fisiologia, esperienze, vissuti ed esigenze diverse. Che in un precario equilibrio segnato costitutivamente da queste diverse esperienze e quindi dal conflitto riproducono istante per istante le condizioni della propria esistenza. Così come non esiste l’armonia della natura – è un mito che descrive con falsa coscienza una condizione temporanea fluttuante e precaria segnata dal dolore, dalla perdita e dalla morte tanto quanto dalla abbondanza e dal benessere, non esiste l’armonia tra i sessi.
La vera durezza dell’essere umani è che non esiste nessun cammino segnato. Possiamo scegliere, dobbiamo scegliere se impostare tra noi relazioni pacifiche e libere, cooperative e accoglienti o gerarchiche e violente, se interrogarci sul significato della giustizia e dell’uguaglianza o esercitare ciecamente il potere quando ne abbiamo la possibilità, se vogliamo essere egoisti e predatori o generosi e in ascolto. Sta soltanto a noi.

Paola

11 febbraio 2013

Chi farà la rivoluzione necessaria?



Sabato scorso 9 febbraio si è svolto a Bologna l'incontro nazionale dopo Paestum Donne Vita Politica.
Qui trovate alcuni degli interventi, spero presto che altri saranno resi disponibili in rete così che tutt* possano farsi un'idea. Io c'ero (la mattina) e ne sono rimasta molto turbata. Ho grande stima di alcune delle intervenute. Considero alcuni dei temi sollevati importanti - la politica, la rappresentanza, la libertà femminile. Ma l'impressione complessiva è stata quella di un dibattito sterile, incapace di dire qualcosa di autenticamente incisivo rispetto alla tragedia che stiamo vivendo. Di cui in Italia viviamo per alcuni versi il sovrappiù di una vergognosa farsa sotto il livello di guardia; ma l'origine è il baratro di giustizia sociale, di sostenibilità e distribuzione della ricchezza, di opportunità e speranza che stiamo occhieggiando in Europa e nel mondo. Di questo mi sarebbe piaciuto che un po' si parlasse e non solo per lamentare che altri non ne parlino.  
Ho avuto per molti anni la speranza che il femminismo potesse essere rivitalizzato nella sua carica di critica radicale e trasformazione attiva del mondo, in nome di un'altra economia possibile. Se questo avviene o è avvenuto, è stato nei movimenti, nei social forum, nei collettivi di studentesse, nei gruppi di acquisto solidale, nel commercio equo, nell'autoproduzione e autocostruzione, nel referendum sull'acqua pubblica, nella Valle Notav, nei comitati No dal Molin.... eccetera eccetera eccetera. Lì io ritrovo qualcosa di sommerso ma ancora vitale che viene dalla grande lezione delle pratiche del femminismo. E forse è lì allora che io oggi voglio stare, con uomini e donne, con generazioni diverse, con persone con storie differenti. Dove, spero, ci sia posto per tutt*. Anche per voi.
Paola

07 febbraio 2013

Abbiamo bisogno di una nuova definizione di economia?





I dizionari definiscono l'economia “modo di operare volto a ottenere il massimo vantaggio con il minimo dispendio di energie” come primo significato e “saggia amministrazione dei beni; impiego oculato del denaro” e al quarto posto “attività dell'uomo organizzata su base sociale, volta allo sfruttamento dei beni naturali e alla produzione e distribuzione di ricchezza”. Il vocabolario Devoto Oli esordisce così: “Impiego razionale del denaro e di qualsiasi altro mezzo limitato, diretto a ottenere il massimo vantaggio col minimo sacrificio”.

Secondo queste definizioni, l'economia non ha rapporto con la riproduzione delle condizioni della vita umana sul nostro pianeta. Al massimo rimanda all'etimologia greca che riconduce alla dimensione della saggia amministrazione domestica, il saggio uso delle proprie risorse. L'economia diventa così una tecnologia astratta e impersonale che serve a trarre il massimo vantaggio dalla scarsità (data o indotta) o dallo sfruttamento della natura (intesa ancora come estranea e separata dal destino umano) con il minimo sforzo. L'economia interviene laddove interviene l'uso del denaro, inteso a mediare relazioni personali col medium impersonale per eccellenza ed è necessariamente orientata alla dimensione dello scambio, della relazione sociale: vivere non è una attività economica, arricchirsi sì. Intesa così, l'economia si dichiara programmaticamente indifferente al genere perché ad esso, alla sua costruzione e alle sue dinamiche di rapporto, è demandata la gestione delle condizioni di riproduzione della vita umana; che non rientra nel calcolo economico ma senza la quale, però, nessuna economia è possibile. Come sostiene Mary Mellor, il lavoro delle donne è il lavoro di base che rende possibili tutte altre possibili forme dell'attività umana. Obliterarlo è probabilmente servito a sottrarne le condizioni a una qualsivoglia possibile forma di negoziazione paritaria; ma riflette comunque anche un limite, un'irriducibilità: il lavoro necessario alla vita umana non è suscettibile, oltre una certa misura, di un processo di razionalizzazione dei mezzi e ha un fine ineludibile e dato, le cui condizioni di esistenza sfuggono, in gran parte, alla nostra creatività e capacità di scelta. Ancora, l’economia, il mercato, lo scambio non esistono di per sé – anche qui con uno stretto parallelismo con quanto avviene per i generi – ma sono un costrutto sociale, e, come tale, modificabile socialmente.
Se invece proponiamo una nuova definizione di economia come l'insieme delle pratiche, delle norme e delle relazioni con cui riproduciamo le condizioni materiali della nostra esistenza su questo pianeta, allora nessuna valutazione o attività economica potrebbe più prescindere dal nodo di come sono costruite le relazioni fra i generi. E nessuna pratica economica, ugualmente, potrebbe prescindere da che cosa è necessario e meglio fare per assicurare la continuità della specie umana sulla terra. Riconoscendo poi la stretta interdipendenza non gerarchica dalle altre forme di vita e così superando infine uno specismo miope e, ormai, colpevole.
Paola

06 febbraio 2013

La salutare arte del paradosso



La salutare arte del paradosso: se  un reddito minimo di esistenza, e/o l'accesso a un welfare che consenta una vita piena e dignitosa produrrebbe parassitismo e irresponsbilità (vedi oggi Spinelli); allora disoccupazione, povertà, emarginazione sociale producono cittadinanza attiva e responsabile, mi dispiace ma non avevo capito che si stava soltanto tentando di rendere me e milioni di altri migliori di quello che siamo e di farci seguire l'esempio di chi, con la propria industriosità, ha mostrato di essere toccato dalla grazia di Dio. Ma delle due l'una: o quella ad arricchirsi e perseguire tenacemente il poprio tornaconto è l'unica e autentica natura umana, e allora non si capisce perché diritti minimi garantiti dovrebbero frenare i poveri industriosi dal migliorare a ogni prezzo la propria condizione; o non lo è, e allora c'è qualcosa che non va in chi persegue unicamente e senza fine il profitto a scapito di ogni altra considerazione. E poi, come direbbe Graeber, che fastidio danno questi poveri non industriosi, che almeno non fanno nulla di male? Sottraggono risorse a chi le merita perché le ha duramente gaudagnate? ma a prescindere dal fatto che così facendo non avrebbe fatto altro che inverare la propria autentica umanità, come la mettiamo con gli ereditieri? non avendo essi fatto un bel nulla per meritarsi la fortuna che ereditano, a rigore questa società meritocratica dovrebbe confiscare loro il denaro che non si sono procurati col proprio lavoro. E speculare in borsa è un lavoro degno di ricompensa materiale - visto che non produce nulla - oppure no?

Nello stesso modo, le nozze gay mettono in crisi il matromonio eterosessuale perché evidentemente, se non costretti da una rigida norma che ci disciplina, tutti noi ci lasceremmo andare alla nostra naturale propensione all'omosessualità (come bene agromenta Befani). Se destino unico naturale umano è quello di formare una coppia uomo/donna, non si capisce perché prescriverlo per legge. Sposandosi, le coppie omo sottraggono forse una possibilità di scelta a quelle etero, o non è piuttosto il contrario... ne aggiungono una.
Paola

01 febbraio 2013

Cervelli maschili e femminili a mezzo servizio



 Pare che il presidente ceceno Kadyrov, grande amico e alleato di Putin, attivo fautore di una Cecenia islamica retta dalla Sharia, abbia dichiarato che "Una gonna corta, la testa nuda e capelli al vento fanno pensare agli uomini che quella donna ha solo mezzo cervello". 
Assolutamente storia vecchia, ma quanto rivelatrice la frase del presidente che vorrebbe ammazzare tutte le donne che se la spassano (per completezza di informazione, anche gli uomini). 

Mezzo cervello? è appunto così che una certa cultura maschilista ha voluto e continua a volere le donne. Non nel senso che le voglia stupide, no no. Si sa benissimo che spesso le ochette più o meno televisive oche non sono, ma fingono per compiacere l'ego dei loro benefattori e renderli più munifici (per la verità pare anche che gli uomini ci caschino da secoli - quanto a potere e libertà, è un altro discorso). Ma nel senso che la formula funziona più o meno in questo modo: gli uomini sono perennemente arrapati, devono essere continuamente in cerca di sfogo al loro incontenibile desiderio in un corpo femminile. Ergo, dovrebbero essere grati alle donne che rispondano a questo istitnto insopprimibile. 

Sarebbe però un po' imbarazzante se questo avvenisse spontaneamente sul 'libero mercato' del sesso e del desiderio... come si fa a controllare i corpi femminili che desideri rimangano a tua esclusiva disposizione, a non correre il rischio di essere rifiutati, a trovare qualcosa di decente da dare in cambio di cotanta disponibilità, a rendere tanto piacere quanto se ne riceve? Facciamo così: tagliamo le donne a metà, mezzo cervello per ciascuna, le sante madri di qua, le puttane di là. Solo che così anche i maschi se lo sono (il cervello) tagliato a metà, senza accorgersene: metà per la santa, metà per la puttana. Ed entrambi sono ancora lì, come nel mito platonico, che disperatametne cercano l'altra metà...

Paola
Qui trovate il bellissimo fotoreportage della fotografa Diana Markosian sulle ragazze cecene e il processodi islamizzazione che il paese sta vivendo.