18 marzo 2011

lavoro come liberazione

Women at work or rather "elevate me later".

Lo scorso 20 gennaio Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, è intervenuta ad un incontro pubblico organizzato dall'associazione Orlando presso il Centro di documentazione ricerca e iniziativa delle donne di Bologna. Argomento della conversazione: Vivere il lavoro nel tempo della crisi. Donne e uomini tra necessità dignità e libertà.
L’incontro ha trovato il suo perno e punto di maggiore criticità in una delle prime osservazioni del segretario ovvero il limite del movimento femminista, la cui pratica ed elaborazione si è arrestata sulla soglia del lavoro.
Il lavoro nell’accezione tradizionale “nobilita l’uomo” e, per quelle come me, che per ragioni anagrafiche non hanno partecipato delle iniziative femministe pur avendone introiettato la capacità di riflettere sul sé-soggetto, rende libere le donne. Questa convinzione, il lavoro rende libere, è rimasta tale per molte trenta-quarantenni fino a quando non siamo entrate a nostra volta nel mondo del lavoro. È bastato veramente poco per rendersi conto che il lavoro come libertà è una mera utopia e non certo un’utopia “buona” che in quanto tale tiene vivo il desiderio per qualcosa di meglio (Cfr. Susanna Camusso, Lavoro, in Parola di donna, Milano 2011, p.153-155).
Ci hanno chiamato “nuove identità di lavoro” con buona pace della Cgil stessa, che si è voluta far carico di questa classificazione, senza la quale il lavoro atipico sarebbe rimasto popolato di entità metafisiche anziché di soggetti fatti di corpo, bisogni, desideri, aspirazioni. Le nuove identità hanno una conformazione variegata, tra queste molte sono le donne e, soprattutto, le giovani donne: coloro che a differenza delle loro madri hanno proseguito gli studi ben oltre la terza media o il diploma. Schiere di laureate, a volte con più lauree e percorsi post-laurea alle spalle. Una folla di persone specializzate a tal punto da non trovare, in un mercato del lavoro contratto dalla crisi delle collocazioni adeguate. Si badi, collocazioni adeguate e non certo il lavoro per il quale ci si è preparate studiando. Nella migliore delle ipotesi si accede a un lavoro poco qualificato, per il quale si producono curricula ad hoc per nascondere i propri titoli, poiché i titoli di studio costituiscono un demerito e non un merito nel mondo del lavoro: “come? Ma tu hai finito ora di studiare? Non hai mai lavorato prima? Cerchiamo una persona con esperienza!”
Eventi recenti mostrano un mutamento di questo stato di cose, visto che il possesso di una laurea, seppure breve, sembra faciliti l’accesso a posti di pubblico impiego molto ben pagati. Tuttavia sbirciando negli uffici pubblici si scoprono realtà ben diverse. Ad esempio che la maggioranza delle lavoratrici giovani laureate è lì in qualità di stagista non retribuita o con contratti variamente declinati: a progetto/collaborazione/tempo determinato. Le altre, le regolari, percepiscono a parità di lavoro uno stipendio inferiore a quello del collega maschio e a parità di titoli sono inquadrate a livelli più bassi. Del resto, sono madri reali o potenziali e non capifamiglia.
Maternità, dunque. Perché maternità e lavoro femminile sono le due facce della stessa medaglia. Molte lavoratrici l’hanno potuta scegliere la maternità e forse per molte di loro ha rappresentato una realizzazione più soddisfacente di quella che avrebbero potuto raggiungere nel lavoro. Per le più giovani, invece, quelle per cui il lavoro avrebbe dovuto essere il luogo della liberazione dal bisogno e dell’autodeterminazione, rappresentando la possibilità di vivere la propria vita perseguendo obiettivi scelti, pensati, progettati, per loro/per noi l’utopia del lavoro si risolve in un triste ed iniquo compromesso al ribasso. Il lavoro per quanto poco qualificato, precario e sottopagato è meglio di niente e il privato, anche la maternità, finisce con l’essere posto sull’altro piatto della bilancia e, nella maggior parte dei casi, eliminato dal computo degli obiettivi possibili.
La presa d’atto di tale situazione risulta insufficiente.
Non basta asserire che il lavoro femminile è scarsamente valutato, in qualunque ambito esso venga esercitato; non basta ricordare che il lavoro delle donne è classificato come un qualcosa di aggiuntivo e integrativo all’economia della famiglia, alla quale per altro le donne partecipano già attivamente con il quotidiano lavoro di cura; non basta dichiarare che il lavoro si svolge secondo modalità che ripropongono un modello di organizzazione sociale maschile.
Il fatto è che esiste un vuoto di riconoscimento che coincide con un vuoto di diritti da colmare con norme adeguate. A questo punto rimane una domanda: per sensibilizzare il legislatore le donne devono continuare a delegare?

MGrazia

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