24 settembre 2011
Feminist Blog Camp
30 luglio 2011
Abracadabra No Tav
28 luglio 2011
"Ieri" ricordando Agota Kristof
13 luglio 2011
Circolarità/generosità. Se davvero le donne riscattassero l’Italia
21 giugno 2011
Fortress Europe
Piccolo diario di viaggio a Barcelona e ritorno
Paola
18 giugno 2011
"Frammenti di memoria", recensione a un saggio di Francesca Badi
15 giugno 2011
Grace under pressure? ovvero della mancata nominazione del coraggio delle donne
10 giugno 2011
I diritti umani alle porte dello Stato-nazione: un'analisi di genere sulla cittadinanza trasnazionale
Duole da sempre il nesso tra donne e cittadinanza, rapporto contraddittorio e imperfetto, acrobaticamente sospeso tra una ovvia necessità di inclusione e allargamento e una meno ovvia, ma altrettanto se non più necessaria, istanza di ripensamento della cittadinanza stessa. A completare – e complicare – il quadro viene una impeccabile analisi di genere che ci è stata offerta dalla studiosa di diritto Orsetta Giolo dell'impatto che la migrazione da una parte e il diritto internazionale nella declinazione dei diritti umani stanno avendo sulla legislazione nazionale degli Stati-nazione in un seminario tenuto il 7 giugno a Bologna che aveva come oggetto alcuni aspetti della cittadinanza trasnazionale delle donne migranti.
Il tema meriterebbe assai più di un post, ma è una riflessione ricca e forse non troppo conosciuta per cui è bello darne conto qui, almeno per stimolare a una lettura più puntuale.
Giolo ha giustamente ricordato la giustificata diffidenza del pensiero femminista verso ogni universalismo e quindi la discontinua attenzione che è stata posta al tema dei diritti umani; eppure, ci mette in evidenza la sua analisi, questo sistema di diritti, che uomini e donne possono rivendicare non a partire dalla appartenenza ad una comunità nazionale (ricordate la creazione della figura dell'apolide come esclusione dall'umano consesso che accompagna la messa a punto della macchina dello sterminio ne Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt?) - condizione che per ragioni ampiamente indagate esclude le donne – ma in ragione del loro nascere umani. Insomma, diritti umani universali (ancorché neutri e da declinare) versus diritti nazionali, umanità versus comunità nazionale di sangue e suolo. Giolo ci ha ricordato come ancora oggi, in Italia ad esempio, si accede alla cittadinanza o per Jus sanguinis, ossia se si è figli di un cittadino italiano (e non è da molto che anche le donne possono trasmettere la cittadinanza) o per matrimonio (ma la condizione deve sussistere non solo al momento della richiesta, ma anche al momento della concessione, anni dopo: vietato separarsi!) e solo dopo molto tempo e con grande difficoltà per residenza, ossia per scelta da parte dell'individuo/a che si stabilisce in un paese in cui studia, lavora, paga le tasse, fa parte della “comunità”. Nei primi due casi, è forse superfluo sottolineare, l'accesso alla cittadinanza è legato ad un vincolo di parentela, di famiglia, di “sangue” (sappiamo bene cosa questo significhi per le donne). Le donne, sostiene Giolo, non hanno molto da guadagnare dalla cittadinanza dello stato nazione, in un panorama di di diritto ancora fortemente improntato da radicati stereotipi di genere: basti pensare che le uniche eccezioni ai decreti di espulsione nei confronti di cittadine senza permesso di soggiorno sono l'articolo 18, che tutela le donne vittime di tratta che accettano di collaborare con le forze dell'ordine (la prostituta) e la donna incinta fino a sei mesi dopo la nascita del bambino (la madre).
21 maggio 2011
Il nostro dolore è politico
Lorella Zanardo, autrice de “Il corpo delle donne” molto visto e molto discusso, è oggetto da tempo di una sorta di “stalking mediatico” da parte della trasmissione “Striscia la notizia”, la cui troupe l'ha aspettata per coglierla sola di ritorno a casa e piantarle in faccia le luci della ribalta intimandole di discolparsi per la sua detestabile opera.
Lascio ad altri l'interrogativo su perché desti tanta irritazione, rabbia e scompiglio, un documentario bello, utile e interessante, ma che in fondo non fa che riprendere il tema, certo non nuovo ma piuttosto ultratrentennale nel dibattito femminista internazionale, sull'uso delle immagini e dei corpi femminili nella comunicazione di massa. Forse perché si tratta di tv? Forse perché preoccupa così tanto che donne e – non sia mai – femministe, lungi dall'essere tutte ormai anziane signore ritiratesi a vita privata, riflettano ancora su questi temi? Così come lascio ad altri la querelle sul presunto moralismo bacchettone di chi si dissocia dalla passione nazionale per tette e culi di giovani donne in mostra. Per liquidare con una battutaccia l'argomento, che meriterebbe certo ben altre considerazioni, sono disposta a riparlarne con i miei amici quando bocceranno il politico di turno per la sua assenza di appetibili bicipiti o si riterrà necessaria l'esibizione di un bel pacco per vendere il caffé. Sono volgare? Ebbene sì, arrossisco, ma ogni tanto cedo alla tentazione di rendere pan per focaccia. Se il corpo maschile non è utilizzato come quello femminile a mio parere è per due semplici motivi: il primo, il differenziale di potere che ancora regala questa parte dell'immaginario collettivo alla sessualità maschile tradizionale e alle sue ossessioni; il secondo lo sforzo di molte donne (e anche di alcuni uomini ) di costruire una diversa cultura delle relazioni, del desiderio e degli affetti (che è quanto di meno moralista e bacchettone io abbia mai sperimentato in vita mia).
Per tutte queste ragioni, dissento da Lorella Zanardo, che ammiro e rispetto, quando dice “Sono arrivata a questo documentario non per ragioni politiche e culturali, ma perché ho subito sulla mia pelle l'umiliazione per come è trattato il corpo delle donne” (D di Repubblica del 7 maggio 2011). Cara Lorella, io credo che la tua umiliazione, pari e identica a quella di tutte noi (come tu giustamente rilevi in un passaggio successivo) sia un fatto politico e culturale. Il tuo dolore è politico (anche questo lo ha detto il femminismo ormai un po' di tempo fa), altrimenti non susciterebbe le inviperite reazioni che suscita e perché anche da esso scaturisce la necessità di un “nuovo ordine mondiale” nelle relazioni fra uomini e donne. Se non è politica questa...
Paola
17 maggio 2011
17 maggio 1981 - 17 maggio 2011: trent'anni dal referendum sulla legge 194.
14 maggio 2011
La giusta ripartizione delle risorse per la pace tra i popoli – una proposta femminista degli anni Venti
Il 2 maggio 1927 Lou Bennett, attivista della Women’s Internatioanl League for Peace and Freedom, dichiarava che “l’organizzazione aveva sin dalla sua fondazione (il 1915) realizzato che le politiche economiche nazionali e internazionali erano legate non solo alla pace ma anche alla libertà, e pertanto le politiche economiche esistenti dovevano essere riorganizzate su nuove basi e secondo un nuovo spirito, affinché sia la pace sia la libertà potessero essere costruite su più sicure fondamenta”.
Da queste considerazioni discese un programma di riforma dell’economia mondiale pensato da donne, pacifiste non-violente, ecologiste e femministe. Il programma auspicava l’assunzione del governo internazionale dell’economia da parte di un organismo internazionale per limitare il potere dei trusts e pianificare sia la produzione sia la distribuzione. La direzione internazionale dell’economia, secondo la Wilpf, necessitava di alcune inchieste preliminari tese a determinare l’esatto fabbisogno di viveri di ogni paese, per equilibrare la produzione agricola ed evitare alle popolazioni periodi di carestia e fame; e a stabilire la reale quantità di materie prime necessarie all’industria, per inventariare le risorse naturali e procedere alla loro equa distribuzione, eliminando sprechi e ingiustizie.
I beni alimentari, le fonti energetiche e le materie prime, essendo fondamentali per il progresso della civiltà, necessitavano secondo le wilpfers di particolari tutele da elaborare mediante programmi di internazionalizzazione della ricchezza e la definizione delle condizioni affinché ogni paese potesse accedervi senza restrizioni.
La libera circolazione delle merci doveva andare di pari passo con la giusta distribuzione dei prodotti destinati al benessere umano. L’economia non avrebbe dovuto essere condizionata dall’esistenza di barriere doganali o di tariffe e sovvenzioni statali, utilizzate per regolare il flusso di import/export, ma gli stessi governi nazionali avrebbero dovuto sostenere i costi di un’operazione di apertura dei mercati, destinando ai programmi di internazionalizzazione economica le somme risparmiate con la soppressione del budget di guerra.
Un tale progetto economico risulta conforme al principio dell’interdipendenza. La sua realizzazione, infatti, comportava l’impegno da parte degli Stati ad auto-limitare la propria sovranità nazionale, in nome dell’interesse comune. Richiedeva, inoltre, l’assunzione da parte di una struttura sovra-nazionale del controllo delle vie di comunicazione e dei mezzi di trasporto, per migliorare e rendere omogeneo il sistema. Un controllo internazionale ritenuto indispensabile per favorire la riorganizzazione del lavoro su basi di giustizia, obbligando tutti i paesi a riconoscere ai lavoratori gli standard minimi di sicurezza e benessere, non solo quelli economici, ma anche quelli morali ed intellettuali.
Credo di non poter aggiungere altro.