24 settembre 2011

Feminist Blog Camp


A Torino, presso l’Askatasuna, il 28/29/30 ottobre potrete partecipare al Feminist Blog Camp (http://feministblogcamp.noblogs.org). Una tre giorni di condivisione, seminari, workshop, proiezioni, dibattiti, musica, arte, spettacoli, reading, cultura, di info tecniche, confronti sul desiderio e la sessualità, precarietà, migranti e molto altro. L’iniziativa è totalmente autofinanziata e sarà realizzata dalle e dai partecipanti all’insegna dell’autogestione. Potrete trovare da dormire presso l’Askatasuna (http://www.csoaskatasuna.org/) in modo assolutamente gratuito (portate un sacco a pelo) e potrete contribuire o fruire della cucina organizzata dalle e dagli stess* partecipanti. Il Feminist Blog Camp è un evento che nasce dall’idea di blogger femministe e blogger disertori (del patriarcato) che costituiscono già una rete di attivismo antisessista nel web. E’ aperto a tutti e tutte, anche a chi non ha un blog. Il Feminist Blog Camp è immaginato, costruito, programmato in un confronto aperto e partecipativo attraverso l’uso di una mailing list di coordinamento delle e dei blogger. Coinvolge tante persone tutte egualmente meritevoli di aver assolto la funzione di aver determinato stimoli culturali contro la cultura sessista e autoritaria che costringe in più modi i corpi delle donne e quelli degli uomini che non vogliono assolvere ai ruoli imposti.
Se avete un blog, un sito, uno spazio online potete iscrivervi alla mailing list di coordinamento: http://www.autistici.org/mailman/listinfo/blogfemministi
Se volete contribuire, proporre, partecipare, chiedere informazioni o segnalare il numero dei partecipanti per consentirci di organizzare i luoghi in cui si dormirà, potete scrivere a feministblogcamp[chiocciola]grrlz[punto]net
Se siete su facebook potete trovarci qui: http://www.facebook.com/FeministBlogCamp?ref=ts
Il Wiki (lo strumento di elaborazione collettiva e di scrittura partecipata di costruzione del Feminist Blog Camp): http://www.inventati.org/femblogcamp/
Il numero telefonico per contatti con i giornalisti e le giornaliste: 3425510325

30 luglio 2011

Abracadabra No Tav

Splendide, decisamente splendide, le donne No Tav di Chiomonte che al grido "tremate, tremate, le streghe son tornate" lanciano funesti incantesimi contro le forze dell'ordine che - giorno e notte, in tenuta antisommossa - presidiano il territorio in difesa di un'opera inutile e violenta.

to be continued...
Valentina

28 luglio 2011

"Ieri" ricordando Agota Kristof

"Yesterday" remembering Agota Kristof

Ieri tutto era più bello
la musica tra gli alberi
il vento nei miei capelli
e nelle tue mani tese
il sole.*

Yesterday everything was more beautiful
the music in the trees
the wind in my hair
and in your outstretched hands
the sun.

da Valentina

*poesia in epigrafe a Ieri, romanzo del 1995 pubblicato in Italia da Einaudi.

13 luglio 2011

Circolarità/generosità. Se davvero le donne riscattassero l’Italia

Note a margine di SNOQ

Circularity/generosity. If women really redeem Italy. Some questions about the relationship between generations in the “new” Italian women's movement (Se Non Ora Quando)

Il neonato movimento di coordinamento nazionale della rete SNOQ offre un utile spunto per condividere qui una considerazione sui modi di relazionarsi delle donne.
La questione è piuttosto seria. Ogni qual volta mi soffermo a ragionare sull’argomento, i modi di relazionarsi delle donne per l’appunto, mi vengono in mente due parole: circolarità, per indicare la nostra capacità non-gerarchica di confrontarci, e generosità, per quell’attitudine che credo ci sia propria a condividere idee, risorse, capacità.
Nella realtà agita e vissuta non sempre il binomio funziona. Spesso ci si dimostra refrattarie al confronto e si lesina la condivisione. Ci sottraiamo, diventando paurosamente avare.
Anche gli eventi di quest’anno, dalla manifestazione del tredici febbraio all’incontro senese dello scorso fine settimana, sembrano confermare una tendenza all’avarizia alquanto difficile da accettare. Prima di addentrarmi nella questione mi sono chiesta se per caso le elucubrazioni su circolarità/generosità non fossero altro che il frutto di una mia proiezione intellettuale, essendo maturate, questo è innegabile, nell’ambito di una riflessione immateriale avviata sui libri e, quindi, per molti versi scarsamente funzionale ad un’analisi dell’effettivo modo di relazionarsi degli individui. Preso atto, mi è sembrato poco fecondo liquidare la questione così sul nascere, poiché rimango convinta che valga la pena interrogarsi collettivamente anche sull’avarizia delle donne, a maggior ragione ora che (apparentemente) il vento sembra essere cambiato.
In questa epifania di piazze ben organizzate, vedo avanzare entusiaste signore di mezza e oltre età. Si apprestano a vivere una nuova primavera, memori di un movimento femminista, nel quale poche probabilmente hanno svolto la propria reale militanza. Si riuniscono, si coordinano e si organizzano per aiutare le giovani generazioni, appena prima di partire per le vacanze con un afflato già stanco rispetto ad aprile. Sono loro, le veterane, che si assumono volontariamente l’onere di insegnare alle figlie come stare in un movimento, le stesse persone che propongono/impongono le proprie idee vetuste di società civile (il paese per donne), riducendo nella pratica le “giovani” (non solo adolescenti e ventenni, ma anche trenta-quarantenni) ad una condizione di minorità all’interno movimento medesimo. La mancata legittimazione delle “giovani” a prendere la parola, riduce gli spazi per un confronto veramente circolare e generoso, e soprattutto libero. Libero dai vecchi cappelli politici che il movimento pare voglia darsi.
Non sarà forse che l’avarizia delle donne è matura nel ben triste agio “il potere logora chi non ce l’ha”? E non sarà forse che è tanto più facile rifarsi del potere mai esercitato, perché mai ottenuto, su chi è socialmente più debole? E, infine, non sarà forse giunto il momento per queste “giovani” ormai adulte di camminare autonomamente senza i condizionamenti di MADRI che in quanto tali si arrogheranno comunque e sempre il diritto all’ultima parola?
Alla domanda “Se Non Ora Quando?” vorrei rispondere con una domanda: “Madre, perché solo adesso”? E mi piacerebbe tanto avere qualche risposta. Anche a settembre, ça va sans dire!
MGrazia

21 giugno 2011

Fortress Europe

Piccolo diario di viaggio a Barcelona e ritorno
Little travel diary across the fortress Europe

“Noi non siamo contro il sistema, è il sistema ad essere contro di noi” hanno scritto le ragazze e i ragazzi indignados in Plaça de Catalunya: gioco di parole semplice ed efficace per ricordare quanto il “sistema” sia nemico delle nostre vite e dei nostri corpi, dei loro bisogni ed emozioni.
La “Fortezza Europa” si barrica in un presente senza futuro: ho visto i poliziotti in assetto antisommossa attorno al parlamento catalano “chiuso per tagli” dal movimento che, ironicamente, dice disculpin les molèsties, ci scusiamo per l’incoveniente.
Facevano veramente paura: con il volto coperto dai passamontagna blu, un enorme casco nero in testa, parastinchi che neanche i giocatori di football americano, giubbotto corazzato, sfollagente che sembravano travi e questo inequivocabile macho linguaggio del corpo, piazzati a braccia incrociate e gambe aperte al di là dei cancelli davanti ai quali avevano dormito i manifestanti nelle loro tendine colorate. Per entrare nella sede della Generalitat de la Catalunya misure di sicurezza degne di un obiettivo sensibile: metal detector per borse e persone, impronte digitali per aprire le porte, controllo dei documenti.
Per passare attraverso la Francia controlli ad ogni ingresso da parte della Gendarmerie: c’è Schengen, si sa, non esistono più le frontiere, eppure la Francia le ha ristabilite nei fatti, controllando tutti i documenti di chi entra in treno e in pullman (quest’ultimo, il mezzo dei più sfigati? ), magari una manciata di chilometri dopo la frontiera, in modo da mantenere la finzione di una libera circolazione.
Il nostro mezzo di viaggio a basso costo parlava una mezza dozzina di lingue; francese, italiano,catalano, spagnolo, arabo e altro non so, si è guardato per un po’ con finta e studiata indifferenza col pullman paludato di verde prato carico di leghisti in viaggio per andare a testimoniare la loro virile padanità a Pontida in un italianissssimo autogrill prima di ripartire verso sud.
Benvenuti nella fortezza Europa amici; nel continente che, dopo uno dei bagni di sangue più spaventosi che la storia umana abbia potuto documentare, aveva sognato di essere un territorio aperto e sicuro, senza barriere e discriminazioni, col welfare più avanzato del pianeta, colto e tollerante. Ma si sa, i sogni svaniscono all’alba, o meglio, al risveglio possono tramutarsi in incubi.

Paola

18 giugno 2011

"Frammenti di memoria", recensione a un saggio di Francesca Badi

Francesca Badi, Frammenti di memoria. Donne e guerra a Calestano e Marzolara (1943-1945), Provincia di Parma - Comune di Calestano - Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Parma, 2006.

Il filo attraverso cui si dipana il libro di Francesca Badi ha il merito di mettere in luce la specificità femminile nella partecipazione al secondo conflitto mondiale senza però appiattirla sulle categorie d’analisi dentro le quali viene solitamente confinata. Emerge una lettura critica della memoria delle testimoni che rimette in discussione alcune delle presunte certezze che molta storiografia ancora oggi dà per scontate.
I temi scelti - nascondere, curare, scegliere, madri, ricordare - mostrano chiaramente, e l'autrice lo ha sottolineato più di una volta, che circoscrivere la partecipazione femminile ad una mera estensione del 'tradizionale', 'naturale' e 'spontaneo' lavoro di cura è assai riduttivo.
Riduttivo per la storia tutta, non per la storia delle donne o per la storia di una comunità ristretta come quella di cui parla il saggio.
La nostra è una storia ancora incompleta se mancano Livia, Anna, Maria, Orsolina, ovvero se mancano le donne che questa storia la hanno fatta, non solo vissuta, non solo subita.
Un merito di questo lavoro è quello di aver saputo parlare di tutta la simbologia legata al materno mantenendo ben fermo un punto, ossia che questo è uno dei modi, non il solo, con cui si può spiegare l'agire delle donne, all'interno di un sfaccettata gamma di comportamenti.
Quindi il materno come possibilità, non come spiegazione.
Un dato storico rilevante che emerge dal libro è lo sconvolgimento dei ruoli tradizionali che avviene in quegli anni. É un dato che, a mio parere, deve essere guardato da più punti di vista: è una situazione eccezionale, quindi provvisoria, nella quale le donne si trovano proiettate quasi improvvisamente e di fronte alla quale reagiscono con coraggio; è un banco di prova attraverso cui queste donne scoprono la possibilità di vivere la sfera pubblica che era loro preclusa; é anche un momento di libertà, pur nell'orrore della guerra, in cui le donne diventano 'l'anello forte' della società.
Ma occorre guardare anche l'altro lato dello specchio, l'eccezionalità del momento fa sì che il ruolo avuto nella guerra non soltanto non venga riconosciuto, ma non venga neanche introiettato dalle testimoni stesse, che spesso si raccontano utilizzando i percorsi della memoria ufficiale, sottovalutando le proprie azioni, giustificandole come naturali. L’autrice fa notare, ad esempio, quanto sia stato sminuito il ruolo delle staffette - una delle testimoni quasi si stupisce di essere considerata una partigiana dalla sua intervistatrice - e quanto questa sottovalutazione sia entrata nell'immaginario delle partigiane stesse. Anche in questo caso, se capovolgiamo i punti di vista appare chiaro quanto sia rischioso il ruolo della staffetta, che queste donne hanno rischiato la vita tanto quanto l'hanno rischiata gli altri partigiani, che hanno avuto il coraggio di compiere azioni che gli uomini avevano paura di fare senza mai tirarsi indietro, con un misto di incoscienza dovuta alla giovane età e di coraggio dato dalla consapevolezza di fare la cosa giusta.
Il lavoro di Badi sottolinea con intelligenza il valore delle azioni, non tanto la loro eccezionalità - perché eccezionali non sono, i racconti delle donne di Marzolara e Calestano condividono molte cose con i racconti di guerra fatti da altre testimoni, in altre parti dell'Italia - restituendocele in una luce nuova e collocandole correttamente nella storia, ovvero al suo centro, non al margine.
Dalle testimonianze raccolte nel saggio emerge il coraggio della scelta, la forza di schierarsi, la volontà di fare.
Le donne di Calestano e Marzolara non si lasciano sopraffare dalla guerra, la affrontano.

Valentina

15 giugno 2011

Grace under pressure? ovvero della mancata nominazione del coraggio delle donne

Courage have no name in women's history. Seems to me that it was named: impudence, until 18th century; pity, until 20th century; deviance, to this day.

Ieri leggevo "Donne, resistenza e rivoluzione" di Sheila Rowbotham (Einaudi, 1976) e - come un pensiero che era stato sempre lì, dietro la mia nuca, presente ma invisibile - ho iniziato a riflettere sul fatto che il coraggio delle donne è un concetto senza parola, come un inesistente persistente - evidenza della sua potenzialità rivoluzionaria.
Mi sembra che "coraggio", riferito alla storia delle donne, abbia avuto il nome di: impudenza, fino al XVIII secolo; compassione, fino alla metà del XX secolo; devianza, fino ad oggi.
Mai, però, il coraggio è coraggio.
Una narrazione, sì, ma anche un'introiezione (quanto, mi chiedo?).
E si sa, il coraggio è strettamente legato all'eroismo: senza coraggio non c'è eroe. Non a caso le eroine sono (quasi) sempre sacrificali, a partire dalla tragedia greca.
Tutte parole - tutti concetti - che, certo, si possono rifiutare, perché fortemente connotate in senso virile.
Io, però, non sono d'accordo.
Valentina

P.S. Chiedo scusa per quella che, mi rendo conto, è la bozza di una bozza di riflessione, ma avevo bisogno di condividerla.

10 giugno 2011

I diritti umani alle porte dello Stato-nazione: un'analisi di genere sulla cittadinanza trasnazionale

Human rights and national laws sistems in a gender perspective: migrant women and trasnational citizenship

Duole da sempre il nesso tra donne e cittadinanza, rapporto contraddittorio e imperfetto, acrobaticamente sospeso tra una ovvia necessità di inclusione e allargamento e una meno ovvia, ma altrettanto se non più necessaria, istanza di ripensamento della cittadinanza stessa. A completare – e complicare – il quadro viene una impeccabile analisi di genere che ci è stata offerta dalla studiosa di diritto Orsetta Giolo dell'impatto che la migrazione da una parte e il diritto internazionale nella declinazione dei diritti umani stanno avendo sulla legislazione nazionale degli Stati-nazione in un seminario tenuto il 7 giugno a Bologna che aveva come oggetto alcuni aspetti della cittadinanza trasnazionale delle donne migranti.
Il tema meriterebbe assai più di un post, ma è una riflessione ricca e forse non troppo conosciuta per cui è bello darne conto qui, almeno per stimolare a una lettura più puntuale.
Giolo ha giustamente ricordato la giustificata diffidenza del pensiero femminista verso ogni universalismo e quindi la discontinua attenzione che è stata posta al tema dei diritti umani; eppure, ci mette in evidenza la sua analisi, questo sistema di diritti, che uomini e donne possono rivendicare non a partire dalla appartenenza ad una comunità nazionale (ricordate la creazione della figura dell'apolide come esclusione dall'umano consesso che accompagna la messa a punto della macchina dello sterminio ne Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt?) - condizione che per ragioni ampiamente indagate esclude le donne – ma in ragione del loro nascere umani. Insomma, diritti umani universali (ancorché neutri e da declinare) versus diritti nazionali, umanità versus comunità nazionale di sangue e suolo. Giolo ci ha ricordato come ancora oggi, in Italia ad esempio, si accede alla cittadinanza o per Jus sanguinis, ossia se si è figli di un cittadino italiano (e non è da molto che anche le donne possono trasmettere la cittadinanza) o per matrimonio (ma la condizione deve sussistere non solo al momento della richiesta, ma anche al momento della concessione, anni dopo: vietato separarsi!) e solo dopo molto tempo e con grande difficoltà per residenza, ossia per scelta da parte dell'individuo/a che si stabilisce in un paese in cui studia, lavora, paga le tasse, fa parte della “comunità”. Nei primi due casi, è forse superfluo sottolineare, l'accesso alla cittadinanza è legato ad un vincolo di parentela, di famiglia, di “sangue” (sappiamo bene cosa questo significhi per le donne). Le donne, sostiene Giolo, non hanno molto da guadagnare dalla cittadinanza dello stato nazione, in un panorama di di diritto ancora fortemente improntato da radicati stereotipi di genere: basti pensare che le uniche eccezioni ai decreti di espulsione nei confronti di cittadine senza permesso di soggiorno sono l'articolo 18, che tutela le donne vittime di tratta che accettano di collaborare con le forze dell'ordine (la prostituta) e la donna incinta fino a sei mesi dopo la nascita del bambino (la madre).
Paola

21 maggio 2011

Il nostro dolore è politico

Our inner pain as a political issue (about Lorella Zanardo, author of the docufilm “The women's body”, and media female body image)

Lorella Zanardo, autrice de “Il corpo delle donne” molto visto e molto discusso, è oggetto da tempo di una sorta di “stalking mediatico” da parte della trasmissione “Striscia la notizia”, la cui troupe l'ha aspettata per coglierla sola di ritorno a casa e piantarle in faccia le luci della ribalta intimandole di discolparsi per la sua detestabile opera.

Lascio ad altri l'interrogativo su perché desti tanta irritazione, rabbia e scompiglio, un documentario bello, utile e interessante, ma che in fondo non fa che riprendere il tema, certo non nuovo ma piuttosto ultratrentennale nel dibattito femminista internazionale, sull'uso delle immagini e dei corpi femminili nella comunicazione di massa. Forse perché si tratta di tv? Forse perché preoccupa così tanto che donne e – non sia mai – femministe, lungi dall'essere tutte ormai anziane signore ritiratesi a vita privata, riflettano ancora su questi temi? Così come lascio ad altri la querelle sul presunto moralismo bacchettone di chi si dissocia dalla passione nazionale per tette e culi di giovani donne in mostra. Per liquidare con una battutaccia l'argomento, che meriterebbe certo ben altre considerazioni, sono disposta a riparlarne con i miei amici quando bocceranno il politico di turno per la sua assenza di appetibili bicipiti o si riterrà necessaria l'esibizione di un bel pacco per vendere il caffé. Sono volgare? Ebbene sì, arrossisco, ma ogni tanto cedo alla tentazione di rendere pan per focaccia. Se il corpo maschile non è utilizzato come quello femminile a mio parere è per due semplici motivi: il primo, il differenziale di potere che ancora regala questa parte dell'immaginario collettivo alla sessualità maschile tradizionale e alle sue ossessioni; il secondo lo sforzo di molte donne (e anche di alcuni uomini ) di costruire una diversa cultura delle relazioni, del desiderio e degli affetti (che è quanto di meno moralista e bacchettone io abbia mai sperimentato in vita mia).

Per tutte queste ragioni, dissento da Lorella Zanardo, che ammiro e rispetto, quando dice “Sono arrivata a questo documentario non per ragioni politiche e culturali, ma perché ho subito sulla mia pelle l'umiliazione per come è trattato il corpo delle donne” (D di Repubblica del 7 maggio 2011). Cara Lorella, io credo che la tua umiliazione, pari e identica a quella di tutte noi (come tu giustamente rilevi in un passaggio successivo) sia un fatto politico e culturale. Il tuo dolore è politico (anche questo lo ha detto il femminismo ormai un po' di tempo fa), altrimenti non susciterebbe le inviperite reazioni che suscita e perché anche da esso scaturisce la necessità di un “nuovo ordine mondiale” nelle relazioni fra uomini e donne. Se non è politica questa...

Paola

17 maggio 2011

17 maggio 1981 - 17 maggio 2011: trent'anni dal referendum sulla legge 194.

A short history of the italian abortion legislation in the thirtieth anniversary of its approval.

È il 1973, a Padova, una donna, Gigliola Pierobon, subisce un processo con l'accusa di procurato aborto.
Nel 1973, in Italia, vigevano ancora le norme del Codice Rocco, del 1930, per le quali l’aborto era definito reato “contro l’integrità e la sanità della stirpe”. Pena prevista: da uno a cinque anni di reclusione per le donne che si procuravano da sole l’aborto; da due a cinque anni per quelle che si sottoponevano all'interruzione e a chi lo praticava.
La grande maggioranza delle interruzioni di gravidanza avveniva clandestinamente, spesso con metodi rozzi e dannosi quali i decotti di prezzemolo, di chinino, gli aghi da maglia inseriti nell'utero. Solo per le donne più abbienti c’erano le cliniche private, illegali o estere.
Il processo Pierobon diventa il pretesto per una mobilitazione di massa delle donne. Non solo le femministe scendono in piazza con una grande manifestazione, ma entrano nel processo, invadono il tribunale e si autodenunciano per aver abortito.
Pierobon viene assolta, insieme a tutte le altre donne che si sono autodenunciate.
Il movimento femminista porta alla luce in modo eclatante la drammaticità dell’aborto clandestino - esso sì una violenza conseguente il controllo sociale della sessualità femminile - e rivendica il diritto di abortire, come diritto di ogni donna di autogestire il proprio corpo.
Subito dopo, nel 1974, il deputato radicale Loris Fortuna fa una proposta di legge.
Nel 1978 verrà approvata la legge 194 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza”.
Le femministe la definiranno una “legge truffa”, a causa del potere dato al medico, cui spetta di decidere se la donna è nella condizione fisica o psicologica di non poter portare avanti la gravidanza.
Nonostante la legge fosse un enorme passo avanti, viene negata la capacità della donna di autodeterminarsi, di scegliere per se stessa.
La legge scatena le ansie moralistiche e apocalittiche della società conservatrice.
Nel 1981 si andrà al voto per il referendum abrogativo. Il movimento femminista, a quel punto, non può più contare su una presenza massiccia sul territorio, ma la vittoria dei no è comunque schiacciante (67,8%).
Valentina

14 maggio 2011

La giusta ripartizione delle risorse per la pace tra i popoli – una proposta femminista degli anni Venti

The right allocation of resources for peace between peoples – a feminist proposal of the Twenties.
The public debate does not give space to a reflection on the despair that surrounds us and takes away hope. For this reason I propose a reading of old papers, which surprise by their extraordinary relevance: the economic reform program sponsored by the Women’s International League for Peace and Freedom in 1927.

Il 2 maggio 1927 Lou Bennett, attivista della Women’s Internatioanl League for Peace and Freedom, dichiarava che “l’organizzazione aveva sin dalla sua fondazione (il 1915) realizzato che le politiche economiche nazionali e internazionali erano legate non solo alla pace ma anche alla libertà, e pertanto le politiche economiche esistenti dovevano essere riorganizzate su nuove basi e secondo un nuovo spirito, affinché sia la pace sia la libertà potessero essere costruite su più sicure fondamenta”.
Da queste considerazioni discese un programma di riforma dell’economia mondiale pensato da donne, pacifiste non-violente, ecologiste e femministe. Il programma auspicava l’assunzione del governo internazionale dell’economia da parte di un organismo internazionale per limitare il potere dei trusts e pianificare sia la produzione sia la distribuzione. La direzione internazionale dell’economia, secondo la Wilpf, necessitava di alcune inchieste preliminari tese a determinare l’esatto fabbisogno di viveri di ogni paese, per equilibrare la produzione agricola ed evitare alle popolazioni periodi di carestia e fame; e a stabilire la reale quantità di materie prime necessarie all’industria, per inventariare le risorse naturali e procedere alla loro equa distribuzione, eliminando sprechi e ingiustizie.
I beni alimentari, le fonti energetiche e le materie prime, essendo fondamentali per il progresso della civiltà, necessitavano secondo le wilpfers di particolari tutele da elaborare mediante programmi di internazionalizzazione della ricchezza e la definizione delle condizioni affinché ogni paese potesse accedervi senza restrizioni.
La libera circolazione delle merci doveva andare di pari passo con la giusta distribuzione dei prodotti destinati al benessere umano. L’economia non avrebbe dovuto essere condizionata dall’esistenza di barriere doganali o di tariffe e sovvenzioni statali, utilizzate per regolare il flusso di import/export, ma gli stessi governi nazionali avrebbero dovuto sostenere i costi di un’operazione di apertura dei mercati, destinando ai programmi di internazionalizzazione economica le somme risparmiate con la soppressione del budget di guerra.
Un tale progetto economico risulta conforme al principio dell’interdipendenza. La sua realizzazione, infatti, comportava l’impegno da parte degli Stati ad auto-limitare la propria sovranità nazionale, in nome dell’interesse comune. Richiedeva, inoltre, l’assunzione da parte di una struttura sovra-nazionale del controllo delle vie di comunicazione e dei mezzi di trasporto, per migliorare e rendere omogeneo il sistema. Un controllo internazionale ritenuto indispensabile per favorire la riorganizzazione del lavoro su basi di giustizia, obbligando tutti i paesi a riconoscere ai lavoratori gli standard minimi di sicurezza e benessere, non solo quelli economici, ma anche quelli morali ed intellettuali.

Credo di non poter aggiungere altro.
MGrazia