28 ottobre 2011

Come fermare il pendolo tra rivoluzione e impotenza: Mariella Gramaglia e il "benaltrismo"

Is the pendulum really swinging between reality and utopia? Once again about women, politics and economic crisis in Italy

Mariella Gramaglia sul numero di ottobre di «Reset» riepiloga alcune tappe del controverso rapporto tra le donne e la “politica” in questo paese a partire dal fenomeno SnoqSe non ora quando e la possibilità di dare vita a un “movimento universale a leadership femminile dunque con responsabilità verso la società per intero”. Passaggio cruciale di questo percorso lo sfondamento del muro del “benaltrismo” così come lo ripropone la “voce della radicalità” : “ben altro occorre che un sindacato delle donne! Ben altro che i congedi di paternità obbligatori!. come se l'oscillare del pendolo fra rivoluzione e impotenza non potesse mai avere sosta” sotto l’urgenza di una crisi economica ogni ora che passa più drammatica che rischia di far apparire obsoleti d’un colpo dibattiti e dilemmi ormai riferiti a un mondo che non esiste già più. E prosegue: “Sostenibilità del debito e creazione di nuova occupazione non implicano forse un conflitto fra diversi punti di vista su cui anche le donne si dividono, essendo inevitabilmente diverse?”
Ahimé, ho sentito una vocina interiore che mi ha chiamata in causa come umile formichina del benaltrismo, che forse ho (inconsapevolmente? Pensavo in verità di stare facendo altro) praticato, anche da questi schermi.
Non penso che congedi di paternità obbligatori siano inutili, che pensare a un welfare decente sia senza valore per tutt* (sul sindacato avrei forse bisogno di capire meglio di che cosa stiamo parlando…). Penso che ci siano battaglie comuni molto pratiche e molto urgenti su cui anche donne diverse potrebbero convergere per arginare lo spaventoso progetto di dominio e violenza economica veicolato dalla crisi. Penso che l’operazione potrebbe riuscire ed essere fruttuosa non per la leader ship politica di questa o quell’altra ma per la con-vivenza in questo paese a due condizioni, a mio parere irrinunciabili:
- prima: smettere di usare il “realitismo” (conio anche io il mio neologismo= appello ad una accettazione della immodificabile realtà dei rapporti sociali con l’obiettivo di escludere a priori l’efficacia e l’importanza di qualunque progetto alternativo e con il risultato di celare i reali rapporti di potere ad essa sottesi ) per squalificare ogni tentativo di immaginare una attività e una esistenza al di fuori delle condizioni date. Se devo essere sincera, non mi pare che il pericolo più pressante sia quello, paventato da Gramaglia, che la crisi economica ci induca a disprezzare obiettivi pratici immediati, ma anzi piuttosto l’opposto, quello di cancellare ogni orizzonte più radicale in nome appunto del “realitismo”;
- seconda: sì, le donne sono diverse tra loro e hanno orizzonti diversi, diverse analisi di quel che sta succedendo, diversi progetti politici. Lo abbiamo scoperto e storicamente indagato quando ci siamo occupate del loro impegno nella Resistenza e del loro ingresso sulla scena pubblica dopo il diritto di voto (rivendicando che avvenisse in nome di una precisa scelta politica e non per maternage “naturale”verso mariti/padri/fratelli in essa già impegnati) ma ancora mi pare un tabù. Esiste la possibilità di costruire forme di trasversalità intelligenti a partire dal pieno riconoscimento franco e sincero dell’esistenza di differenze politiche anche fra le “portatrici di vagina” che non può essere vissuto come una diminuzione e un tradimento nei confronti del riconoscimento di una autonoma soggettività femminile.

Paola

23 ottobre 2011

É una vecchia storia, serve un po' di storia o della necessità di ricordarsi di Olympe de Gouges e Mary Wollstonecraft.

Ripesco una vecchia lezione fatta all'Università di Venezia, riducendola all'essenziale. 
Lo faccio per un motivo ben preciso. Mi auguro che leggendo tale motivo si palesi nella sua evidenza. 
Uno dei dati emersi dalle tante cose che ho letto sulla presenza femminile alla manifestazione del 15 ottobre é l’immensa e colpevole ignoranza di molti di quelli che si riconoscono e a cui viene riconosciuta l’autorevolezza del commentatore (esemplare, a proposito, l’articolo di Corrado Zunino apparso su La Repubblica il 19 ottobre).
Sembrava si parlasse ‘solo’ di violenza, in realtà si parlava di diritto dei corpi, di certi corpi, a occupare lo spazio pubblico e di cittadinanza.

L'Ottocento si apre con un evento rivoluzionario di portata epocale: la Rivoluzione francese.
La Rivoluzione apre uno squarcio nella storia all’interno del quale le donne troveranno uno spazio inedito, in cui si sentiranno finalmente autorizzate a intraprendere azioni collettive, a incontrarsi e a riunirsi al di fuori dei luoghi privati, a occupare lo spazio pubblico, ad agire e reagire all'interno di esso.
In questo spazio esse iniziano a riconoscersi e a essere riconosciute come corpi politici.
É dalla Rivoluzione francese che nasce la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, universalmente riconosciuta come madre (o forse sarebbe il caso di dire padre) dei moderni diritti alla libertà e all'uguaglianza.
In quegli anni si avvia la costruzione concreta e non lineare del modello di cittadinanza che ha attraversato l'Occidente europeo per più di 200 anni, modello che ha a lungo escluso le donne.
La riflessione critica delle donne del tempo mette da subito in luce la connotazione sessuata dei principi su cui si fonda e si traduce il principio astratto dell'universalismo dei diritti.
Due testi - veri e propri prototipi  delle rivendicazioni dei diritti da parte delle donne - ci permettono di cogliere le linee fondative del rapporto tra donne, sfera pubblica e cittadinanza: la Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne scritta da Olympe de Gouges nel 1791 e la Vindication of the rights of woman scritta da Mary Wollstonecraft nel 1792.
Va subito sottolineato che sia de Gouges che Wollstonecraft reclamano una compresenza dei due sessi sul terreno politico, compresenza, fondata sul fatto che l'essere maschi o femmine non può giustificare l'esclusione dal potere politico e dalla cittadinanza sociale.
La Dichiarazione dei diritti della donna, riscritta da una donna, reclama la parità politica e sociale di uomini e donne e un'uguale dignità per tutti e due i sessi; Mary Wollstonecraft, nella dedica a Tayllerand della sua Vindication, rivendica i diritti della donna perché ella possa esercitarli insieme all’uomo.
Al contrario, il riferimento a una presunta differenza sessuale nei discorsi degli uomini sarà fatta sempre a scapito delle donne, di cui verrà ribadita l'appartenenza al privato e l'estraneità al governo della cosa pubblica.
Gli uomini sono per natura adatti alla vita pubblica, mentre le donne, se si mischiano agli affari pubblici vengono meno alle funzioni loro assegnate dalla natura.
É in questo postulato che risiede l’esclusione delle donne dal regno della cittadinanza: le donne non possono partecipare attivamente alla vita politica della nazione, non perché astrattamente incapaci, ma in quanto 'per natura' destinate alla sfera familiare e privata, per la quale posseggono virtù specifiche.
L'appello a una natura femminile intrinsecamente separata da quella maschile è uno egli elementi su cui poggia la costruzione rivoluzionaria della cittadinanza.
Il ruolo di moglie e quello di madre costituiscono per i padri teorici della cittadinanza, ma anche per costruttori rivoluzionari di essa, la causa dell'impossibilità delle donne di essere cittadine.
Questa enfasi sulla sfera familiare come luogo della cura è essenziale alla definizione della sfera pubblica come luogo del potere.
In effetti è proprio nell'opposizione all'elemento femminile che sembra definirsi la nozione di cittadinanza.
I rivoluzionari vogliono cambiare l'ordine delle cose, ma non invertire un supposto ordine dicotomico della natura cui non cessano di fare riferimento.
Il moderno concetto di democrazia e la moderna definizione dell'esclusione femminile da essa, sono così uniti che il fondatore del primo è anche uno dei principali autori della seconda, oltre che del modello culturale della "buona madre" (Rossi-Doria, 1993, p. 87).
Sto parlando, ça va sans dire, di Rousseau, che ha codificato l'inferiorità di uno dei due sessi, quasi fosse necessario ribadire la subordinazione femminile proprio nel momento in cui l'universalismo illuminista sembrava poterla mettere in discussione.
I criteri formulati da Rousseau sono essenzialmente tre: differenza tra le funzioni che i due sessi possono e devono svolgere; esclusione delle donne dalla sfera della libera scelta morale; iscrizione della vita femminile in un tempo non storico, ma biologico, legato al loro essere custodi della specie.
La rivendicazione del diritto di accesso alla sfera pubblica, e in particolare a quel regno della politica che, fin dai tempi di Aristotele, era stato definito sulla base della loro esclusione, ha provocato (e provoca) una così tenace resistenza per un motivo fondamentale: l'esclusione delle donne dalla sfera pubblica è legata intrinsecamente alla loro soggezione nella sfera privata.
Per questo anche il solo diritto di voto fu negato alle donne per oltre un secolo e mezzo.
Per questo, la loro elaborazione teorica in difesa di quel diritto andò necessariamente ben al di là di esso.

Valentina

Bibliografia di riferimento
Gabriella Bonacchi, Angela Groppi, a c. di, Il dilemma della cittadinanza. Diritti e doveri delle donne, Roma-Bari, Laterza, 1993.
Anna Rossi-Doria, La libertà politica delle donne. Voci della tradizione politica suffragista, Torino, Rosenberg & Sellier, 1990.

19 ottobre 2011

I giorni dopo del 15 ottobre: la poesia è anticapitalista

After october 15th  in Rome: i don’t know violence, but poetry is always - maybe - against capitalism

In qualche cartello nel corteo del 15 ottobre, è comparso lo slogan “la poesia è anticapitalista”. Sì, lo so, è ingenuo e non è all’altezza delle approfondite e “risolutorie” analisi che molti stanno facendo e faranno. Mi consola, è consolatorio? Eppure, mentre mi contorco nello strabismo necessario a non dividere i buoni dai cattivi, così come mi sono rifiutata sempre di dividere le buone dalle cattive, le puttane dalle donne per bene, per prendere benefica ma non vuotamente neutra distanza, mi è capitato di leggere su acompulsivereader (l'essere lettrice compulsiva, questo sì che mi rappresenta!), un’apologia dell’irrilevanza economica della poesia, della sua capacità di rompere la pervasiva manipolazione della globalizzazione, del suo essere una spontanea, autorganizzata forma di cultura non suscettibile di profitto: una forma potenziale di autentico corpo politico “resistente”. A tutt* coloro che, come me, hanno bisogno di empatia e consolazione.
Paola

Quel che resta del giorno o i domani del 15 ottobre 2011

Allontanandomi ho trovato delle riflessioni che mi sembrano centrate.
Stavo rileggendo Manifesto Cyborg ed ero concentrata su altri argomenti, ma queste parole mi hanno fatto venire in mente il 15/10 in prospettiva, c’entrano tantissimo anche se non c’entrano niente.
Ve le porgo, magari pungono anche voi
“É difficile arrampicarsi restando aggrappati alle due estremità di un palo, alternativamente o simultaneamente. Perciò é ora di cambiare metafora… solo una prospettiva parziale promette visione oggettiva… Acquisire la capacità di vedere dalle periferie e dal profondo offre certi vantaggi. Ma presenta anche il serio pericolo di romanticizzare e/o di appropriarsi della visione dei meno potenti mentre si afferma di vedere dalla loro posizione… Ma non serve una prospettiva parziale qualsiasi; dobbiamo opporci ai facili relativismi olistici costruiti sommando e sussumendo le parti… Siamo anche tenuti a cercare una prospettiva da punti di vista che non possono mai essere conosciuti in anticipo, che promettono qualcosa di straordinario, e cioè un sapere che ha il potere di costruire mondi meno organizzati secondo assi di dominio”.

Valentina

18 ottobre 2011

15 ottobre 2011: e vennero i giorni della delazione

Ed ecco che si dimostra che 'sta bella gente ha imparato ben bene le lezioni impartite da quelli che dice di contestare: la delazione, LA DELAZIONE.
Una delazione versione 3.0, tagliata su misura per in nostri tempi, ossia un'apparenza ricca d'ignoranza (che manco si vergognano), quella che più che altro "è un venticello... s'introduce destramente, e le teste ed i cervelli, fa stordire fa gonfiar. Dalla bocca fuori uscendo, lo schiamazzo va crescendo, prende forza a poco a poco, scorre già di loco in loco... e ti fa d'orror gelar" (Il barbiere di Siviglia).
Ho veramente l'amaro in bocca, vado a lavarmi i denti, poi vomito e poi mi rilavo i denti.

Valentina

Dimenticavo, per la trita serie ipsa dixit: e la prossima volta verranno spaccate macchine fotografiche e videocamere, telefonini e smartphone, di chi non importerà.

17 ottobre 2011

Cos'è successo il 15 ottobre 2011?

Questo post nasce come commento alla discussione su Giap! che è stato il luogo - un luogo che ringrazio - nel quale ho seguito il racconto della manifestazione del 15 ottobre, vi consiglio di prendervi 20 minuti e di leggere tutto. Vi consiglio anche di dare un'occhiata a Femminismo a Sud .

Alzo il ditino, ho bisogno di capire, le mie sono domande, non affermazioni, non spreco i punti interrogativi a fini retorici.
Qualcosa non mi quadra, ma non so cos’é - e non lo so ancora.
Passata una certa misura ci si fa proprio schifo ad aver ragione, a ripetere, quasi sembrassero intuizioni, cose prevedibili, prevedibilissime, cose già accadute un secondo prima di accadere. Non é lungimiranza.
Ci si fa schifo soprattutto se, come me, sei solo un thursday’s child, fuori luogo anche dentro i tuoi pensieri.
Ci si fa schifo perché non si vorrebbe aver ragione, questa ragione che non ha né valenza analitica, né impatto politico.
Questa stupida premessa per sottolineare che le mie sono davvero domande, domande che girano attorno a me come mosche attorno alla merda.
Non é che la chiamata alle armi all’Evento si trascina come inevitabile conseguenza la discussione sulla Violenza e che bisognerebbe vedere le minuscole anche solo per tornare a percepire la complessità?
Non é che, a furia di banalizzare, in un’ottica di lotta di classe l’unica azione efficace diventa l’inazione, che il nemico tra un po’ passa e nel caso sia agonizzante tu sei riposato e c’hai tutta la forza che ti serve per dargli il colpo finale? E come la mettiamo con la perdita di tono muscolare?  
Non é che a furia di banalizzare, accade l’esatto contrario? E come la mettiamo con la distrazione?
Non é che a volte si confondono le contro-narrazioni con le meta-narrazioni e si riproducono schemi invece di generare pensiero?
Non c’é niente di chiaro, mi scuso, ho la vista appannata e le dita rigide.

Nota a margine su veline, titoli e commenti sparsi per il web
La gara a chi ce l'ha più lungo può decidere di giocarla anche una portatrice sana di vagina, e questo mi interroga, è una questione culturale profonda ed io ho parlato già troppo. Dico solo – unendo con un filo la critica culturale di Lonzi e quella dei generi di Butler – é non riconoscendoci in una cultura di dominio che le togliamo l’illusione dell’universalità.
Su questo punto segnalo Lipperatura.

Valentina

Una risposta alla domanda di Maria Grazia c'è stata, ed è qui.

14 ottobre 2011

Il lavoro invisibile: censimento 2011, per l’Istat il lavoro domestico non è lavoro

Housekeeping, the invisible work to Iitalian National statistic departement Istat (population census 2011)

E’ storia vecchia: l’estenuante lavoro domestico di riproduzione (delle condizioni della vita e non solo della specie) resta invisibile.
E’ storia vecchia: nonostante gli sforzi decennali (altrettanto estenuanti del lavoro domestico) per conteggiare l’enorme quantità di lavoro svolto ancora in maggioranza dalle donne, nel censimento ancora non si potrà vedere.
Si può continuare lo sforzo per aggiungerlo, ricomprenderlo, contarlo. Ma forse, donne e uomini, abbiamo bisogno di una cura più radicale: ripensare il concetto stesso di lavoro e la sua priorità. Che immane spreco di tempo e felicità darsi tanto da fare per guadagnare una cosa così priva di fascino, odore colore sapore suono come alcuni bit persi nell’etere:salario, stipendio, profitto…


Paola

13 ottobre 2011

Cose da maschi

Stavo pensando alla doppia militanza degli spiriti incendiari in bocche sessiste (e mi riferisco ad esseri che non smetto di ammirare); alle mani che reggono i megafoni; alle cose che presuppongo evidenti e che invece restano seppellite sotto tonnellate di cultura; al fatto che un paradigma, se non é universale, non può essere definito tale.
E mi é tornata in mente queste storia.

Avevo 17 anni,  frequentavo un collettivo politico nel paesello in cui sono nata (che poi è una orrenda/stupenda città della Sicilia, anche se, come mi ha insegnato mio padre, io dico sempre che è del Nord Africa), un giorno i maschi consapevoli del collettivo organizzarono un dibattito sull'aborto, durante il dibattito mi alzai e uscii dalla stanza, non mi piaceva il modo in cui stavano "cosificando" (sic! ipsa dixit) il - anche mio - corpo di donna, perché quel linguaggio pizzicava le corde delle mie piccole riflessioni sulla pratica medica e il controllo del corpo. 
Uscii dalla stanza senza dir niente perché lì dentro mi sembravano tutti così uniti e concordi e perfettamente a proprio agio con l’ipotesi delle loro intelligenze e questo (allora) mi intimidiva. 
Finito l’incontro, l'intellettualeader del collettivo disse a voce alta e incazzata che non era pratica politica buona e giusta alzarsi e farsi i cazzi propri mentre c'era un dibattito. Alla mia risposta continuò ad essere incazzato, io feci la faccia stronza (abilità che ho affinato col passare degli anni fino a diventare così brava da potermi fregiare del titolo di “Madre di tutte le Stronze”) e me ne andai con la mia motoretta. 
La sera, sfogai la mia rabbia per l'atteggiamento dell'int.lead. parlando al telefono con l'allora fidanzato studente-lontano-ma-sempre-membro-a-distanza-del-collettivo. Il fidanzato c'aveva l'intelligenza femminista e comprese, ma fece una cosa da maschio (un colpo al cerchio e uno alla botte...): telefonò all'int.lead. e gli fece il cazziatone. 
Ebbene, l'indomani l'int.lead. mi chiese scusa - pausa di riflessione, contate fino a dieci - scuse che peggiorarono la situazione, vista la fonte della sua autocritica.
Poi me ne sono andata, definitivamente.

Valentina

11 ottobre 2011

I don't agree with the regime! o di come le bambole non sono tornate al Festival di Internazionale grazie a Beatriz Preciado


Avvertenza
I virgolettati sono citazioni letterali tradotte e riagganciate da me (dunque non più letterali).
Ho scelto di riportare le parole delle intervenute perché é così che volevo costruire il mio racconto.
Di conseguenza, anche se ci sono citazioni letterali, questo é il mio racconto, é solo il mio racconto.

Antefatto
Sabato 1 ottobre 2011 si é tenuto a Ferrara un incontro dal titolo “Il ritorno delle bambole”, sono intervenute Michela Marzano, Beatriz Preciado, Natasha Walter, ha moderato Loredana Lipperini.
Quello che segue é “il post lungo”.

Parto da una considerazione, che nella sua evidenza può anche sfuggire: il titolo dato all’incontro sostiene una tesi, quella del libro Living Dolls di Natasha Walter, una tesi che Michela Marzano per molti versi condivide e che é lontanissima dal pensiero di Beatriz Preciado.
La bambola che ritorna non é una bella medusa cyborg, né tantomeno un corpo di plastica, é un corpo di donna “iperfemminile” che diventa modello per le ‘giovani’, un modello che viene inculcato sin dall’infanzia attraverso i giochi, attraverso - ad esempio, guarda caso - quella bellezza bionda/castana/mechata di Barbie (Walter).
Ma, come afferma immediatamente Preciado: “Barbie all'inizio era una puttana (Barbie doll was a whore in the beginning)”!
Preciosa Preciado, che ha trasformato quello che sembrava voler essere un siamo-tutte-indignate discorso sulla disgraziata rappresentazione contemporanea della donna - intesa come portatrice non distratta di vagina - in una riflessione che é fuggita dagli stereotipi, per svelare che sono proprio certe posizioni in apparenza “buone e giuste” che contribuiscono a ossificarli, “non é solo la donna che viene oggettificata, anche il desiderio maschile é costruito in questo modo di merda (in this garbage way)”.
“Viviamo in un regime binario fortemente normativo - continua Preciado - col quale non dobbiamo identificarci. Quante persone possono scegliere il proprio genere? Noi non abbiamo scelta! Dobbiamo espandere il modo in cui pensiamo il genere e la sessualità. Il femminismo non riguarda la donna. Come soggetto politico noi possiamo dire: Io non approvo questo regime!”.
E alla considerazione di Walter: “Ma il femminismo riguarda l’iconicità, dunque riguarda il maschile e il femminile”, Preciado risponde: “Io non voglio essere identificata/o per mezzo dei miei genitali”.
Marzano, in questa impari diatriba, si é assestata su una posizione povera, poverissima, con l’intenzione di farla passare per raffinata e acuta (e mi ha rafforzato nell’idea che non ha proprio idea e che, come succede troppo spesso qui da noi, é diventata l’autorità parlante di cose di cui non dovrebbe parlare): “In Italia si é persa di vista la figura dell’alterità. Io non so cosa é una donna, però so che sono una donna. Il discorso femminista diventa pedagogico per via del flagello del discorso berlusconiano. La chiave di volta oggi é la bellezza. Negli anni ’70 la pornografia serviva a liberare il desiderio delle donne. In Italia altro che post-pornography, siamo alla pre-pornography. Bisogna decostruire l’ambiente socioculturale dentro al quale si fanno i discorsi sul sesso”.
Seguono statistiche di Walter sul numero di prostitute che hanno subito molestie.
“Parlare della relazione tra prostituzione e abuso sessuale é inquietante (fastidioso). Quante donne che lavorano nei supermercati hanno subito molestie?”, in un regime normativo non c’é scelta, non abbiamo la scelta di non essere sex worker, di non essere sposate, di non avere bambini. Che differenza c’é tra lavorare con le proprie mani e lavorare con la propria vagina quando al fondo c’é una questione di classe, quando al fondo c’é il dato che viviamo in un regime che sfrutta il nostro lavoro a fini produttivi?

La differenza tra rivoluzione e aggiustamento dovrebbe essere evidente, ed io che odio il condizionale mi trovo costretta ad usarlo, perché questa evidenza non é data.
Il femminismo é rivoluzionario, il femminismo deve essere rivoluzionario.
Un pensiero rivoluzionario va alla radice delle questioni, in profondità, con un’intelligenza pura che analizza tutte le sfumature, non le nega.
Un pensiero rivoluzionario rompe le cose che si aggregano per abitudine e per facilità.
Un pensiero rivoluzionario pronuncia parole fastidiose per le orecchie tappezzate di velluto.
Mi sembra che tanti discorsi oggi nascondano invece - a volte anche inconsciamente - la nostalgia per “vizi privati e pubbliche virtù”.

Valentina

P.S. Segnalo che l’unica a utilizzare i termini prostituta e puttana é stata Beatriz Preciado, a detrimento delle mie orecchie e delle mie viscere sono volati un sacco di “escort”.

07 ottobre 2011

Cogli la prima mela...

Pick the first apple...

Non mi unirò alla planetaria eroificazione di Steve Jobs, niente di personale, invoco solo un po' di senso critico:
come un fascista in doppio petto resta sempre un fascista, un capitalista in dolcevita resta sempre un capitalista.

I don't agree with the planetary Steve Job's eroification, nothing personal, i just demand a little bit of critical sense: as a fascist in double-breasted suit is still a fascist, a capitalist in turtleneck is still a capitalist.

Valentina

Il deprivato è politico

Quanto segue parla di me, ma non solo. Quanto segue non parla di me, ma anche.
The next talk about me, but not only. The next don't talk about me, but also.

Mi sento obliqua rispetto al piano della realtà e provo ammirazione per quelli che invece vi sono perpendicolari, ben piantati su di esso anche se proiettati altrove.
Mi sento al centro di un uragano di vetri infrangibili, non sono in mezzo alla tempesta, non ne sono fuori.
La colla non rimette insieme la polvere.

Qualcosa incombe, qualcosa si prepara.
Qualcosa incombe, qualcosa si prepara?
E io sono ancora in grado di subodorare il presente?
O sono come quegli animali cresciuti in cattività che confondo l’odore del camino con la puzza d’incendio?

Io a che classe sociale appartengo?

Io ho una laurea magistrale, un master, un dottorato.
Io ho lavorato e lavoro per: università, case editrici, scuole, grossi quotidiani, progetti europei.
Io non ho mai accettato di lavorare gratis.
Io ho detto un sacco di no.
Io lavoro con contratti di collaborazione.
Io vengo pagata male, in ritardo, poco.
Io accumulo bollette perché non posso pagarle.
Io ho una casa piena di libri, una stanza tutta per me, un bel computer su cui scrivere.
Io alcuni mesi sono povera poverissima, altri mesi la sfango, altri ancora mi sento benestante.
Io non voglio guadagnare di più.
Io penso che la vita oggi abbia un costo nemmeno lontanamente plausibile, il mio non é un problema di mancato accesso ai consumi e di desiderio.
Io penso che occorra andare alla radice della questione, che gli aggiustamenti siano cose di superficie buone per chi non si vuole sforzare, che sia necessario un pensiero rivoluzionario.

Io sono una privilegiata.
Io sono una deprivata.
Questa schizofrenia, che di per sé genera un disagio esistenziale, mi risulta insostenibile, politicamente.

Io a che classe sociale appartengo?

Valentina

06 ottobre 2011

Del marciare sul marcio (a passo d'oca) o di come in Italia offendere la memoria di una deportata divenne libertà d'espressione e indicare il re nudo informazione tendenziosa da rettificare

Questo post non parla di quello di cui sta parlando.
Non leggetelo nemmeno.

Le parole stupide
sono come le polveri sottili
restano sospese nell'aria
dopo essere state pronunciate
e ammorbano di sé il mondo

Quello di cui non sto parlando lo trovate, discusso con parole intelligenti, su
Jumpinshark
Metilparaben
Giap!
Lipperatura
Valigia blu
chi non l’avesse fatto legga, storify e commenti inclusi.
Di quello di cui non sto parlando, della differenza tra satira e dileggio, aveva scritto Daniele Luttazzi un paio di anni fa:
"La Satira è nobile perchè il suo bersaglio (il potere e le sue declinazioni oppressive) merita di essere attaccato. E’ questo principio a rendere disgustoso e fascistoide, invece, il ridicolo a scopo di tortura (le foto di Abu Grahib); il dileggio verso chi ha subito un torto (le foto di Veronica Lario a seno nudo pubblicate da Libero); e lo sfottò continuo contro chi osa opporsi all’illegalità berlusconiana (gli editoriali di Renato Farina su Panorama prima che venisse scoperta la sua attività spionistica per conto del Sismi; i corsivi di Marcenaro sul Foglio; gli attacchi del Giornale; i fondi di Feltri; lo scherno di Ghedini contro la Bonino ad Annozero).
Il potere usa il ridicolo, il dileggio e lo sfottò per aumentare il conformismo generale... Il dileggio invita la massa a prendere le distanze dalla vittima e a partecipare del divertimento sadico del violento".

Io non parlerò di quello di cui sto parlando per scelta femminista e di classe.
Parlando di quello di cui non sto parlando dico solo che non difenderò un'ectopia razzista, queerofoba, femminofoba e fascista in nome di una malintesa libertà d'espressione. Non è una questione di censura.
Quello di cui non ho parlato sta tutto nei versi che aprono questo non-post.

Valentina

05 ottobre 2011

Ora o mai più?

Per Tina, Matilde, Giovanna, Antonella e Maria, morte di lavoro a Barletta

Right now or never?
Again about women’s work. Dedicated to Tina, Matilde, Giovanna, Antonella e Maria who have been  working in illegal awful conditions and died.

Dal sito di “Se non ora quando” ho appreso che, dopo l’assise nazionale a Roma del 2 ottobre, è in preparazione un appuntamento autunnale a Bologna sui temi del lavoro, una proposta avanzata da un gruppo di giovani donne impegnate, dice il resoconto a “ripensare il lavoro in un’ottica di genere e generazionale”.

Mi sono detta, potrebbe essere una buona occasione di confronto tra donne diverse; purché, ho proseguito fra me e me, si diano per scontate meno cose possibili e si osi a tutto campo su che cosa è per le donne, più anziane o più giovani, il lavoro;  su quale lavoro desideriamo e su come vorremmo fosse fatto e non solo su come è stato sinora; purché accettassimo serenamente di declinare tutta la trama di relazioni, di significati, di simboli che “il lavoro” e “i lavori” trainano con sé, alcuni incardinati su una grammatica dei diritti che vorremmo fosse anche la nostra lingua; altri più anarchici e riottosi ma pur sempre apparentati alla giustizia da una parte, al desiderio dall’altra.

Pensavo così e altre cose sull’urgenza della crisi e poi ho saputo di Barletta. E mi è sembrato che le mie belle considerazioni, proprio come quella palazzina, si afflosciassero su se stesse. Poi ancora ho letto una parte del commento di Massimo Gramellini su La stampa : “Se non ora quando? È una domanda che sfiorisce prima di giungere alle loro orecchie  delle operaie morte].Non può esistere riscossa per chi ha come orizzonte esistenziale la prossima bolletta”.

Non lavoro in uno scantinato fatiscente e non so se ” Se non ora quando” e relativi appuntamenti siano una forma di riscossa. Il mio orizzonte esistenziale è la prossima bolletta ma non voglio arrendermi, né pensare che qualcun altro andrà avanti per me. Voglio desiderare un altro lavoro, o pensare la fine di questo lavoro, o del lavoro tutto finché avrò un cervello funzionante in grado di immaginare futuri possibili. La pietà e l’indignazione – per quanto umani, e dovuti – li lascio a chi ha un orizzonte esistenziale che può andare oltre la prossima bolletta.

Paola

01 ottobre 2011

Beatriz Preciado a Ferrara

"Instant post" about terrific Beatriz Preciado's speech at the "Internazionale" festival.
Un "instant post" sul meraviglioso intervento di Beatriz Preciado al Festival di Internazionale. Traduco - non letteralmente - dai miei appunti la risposta ad una domanda del pubblico, con il proposito di scrivere in seguito qualcosa di più sull'incontro (il qualcosa di più lo trovate qui).

Domanda/Question 
Perchè il femminismo non è entrato in una fase violenta?
Why feminism don't came into a violent step?

Beatriz Preciado
Tutta  la storia dell'occidente è una storia di politiche di guerra.
Ogni relazione di potere è stata instaurata attraverso la violenza.
Noi siamo state per troppo in una posizione di schiavitù, per questo abbiamo ideato delle tecniche per cambiare la società senza usare la guerra.
Il femminismo ha inventato qualcosa di diverso per trasformare la società senza guerra.
Noi abbiamo qualcosa da dire in questo momento chiave della storia.

The all history of the west is a history of war.
Every power relation was established through violence.
We being in the position of slave for too long, we have techniques for changing society without using war technique.
Feminism invented some different ways of transforming society without war.
We have something to say in this key moment of history.
Valentina