29 marzo 2011

eppur si muove

The italian national research council vice chair is a creationist. It is possible?

Roberto de Mattei è il vicepresidente del CNR, il CNR è il Consiglio Nazionale delle Ricerche, il Consiglio Nazionale delle Ricerche è un ente pubblico che ha il compito di "svolgere, promuovere, diffondere, trasferire e valorizzare attività di ricerca".
Roberto de Mattei, vicepresidente del CNR, è noto per aver organizzato nel 2009 un convegno di matrice creazionista dal quale è stato partorito (suppongo con sangue, dolore e senza epidurale) l'imprescindibile saggio "Evoluzionismo. Il tramonto di un'ipotesi" (Cantagalli, 2009), curato dallo stesso de Mattei, vicepresidente del CNR.
Il 21 marzo 2011, Roberto de Mattei, vicepresidente del CNR, è stato intervistato in qualità di vicepresidente del CNR da Radio Maria. Ai microfoni di Radio Maria, emittente della Conferenza Episcopale, l'illuminato (sulla via di Damasco) vicepresidente del CNR ha fatto la seguente dichiarazione in relazione al terremoto e allo tsunami che si sono abbattuti sul Giappone: questi eventi naturali "sono una voce terribile ma paterna della bontà di Dio".
Nel posto in cui sono nata si usa dire "Rido per non piangere".
Perché c'è da piangere quelle lacrime che l'indignazione fa inevitabilmente affiorare sull'orlo degli occhi.
Al contrario di quanto si ciancia a destra e manca da un po' di tempo sui confini tra privato e pubblico e sulla libertà personale, io non credo che ognuno abbia il diritto di esprimere pubblicamente ciò in cui crede, se quello che crede è palesemente stupido, ridicolo, inverosimile, lesivo e offensivo nei confronti di chi sta subendo una tragedia a prognosi riservata.
Alle opinioni personali non c'è limite solo se restano personali, se non diventano dichiarazioni PUBBLICHE fatte per di più da una carica PUBBLICA.
Assistiamo ad un totale capovolgimento del nesso causale.
Perché un uomo come Roberto de Mattei è vicepresidente di un ente come il CNR? (cosa che, in effetti, fa sorgere non pochi dubbi sul concetto di "evoluzione" applicato all'umanità)
Adesso vi lascio, voglio affacciarmi alla finestra per guardare il sole girare attorno alla piatta terra in cui vivo.

Valentina

P.S. Sono profondamente convinta che qualora Dio esistesse si dissocerebbe da esternazioni tanto imbecilli quanto vergognose.

28 marzo 2011

incubi governativi

Oh poor man! Every single waste can be explained with a teasing women, advertising docet.

Nel nuovo (e, pare, costosissimo) spot previsto dalla campagna informativa contro l'uso di droghe promossa per il 2011 dalla Presidenza del Consiglio, un giovane maschio aitante dalla faccia pulita sta andando a sciare con gli amici. Prima di partire si compra le pasticche: la ragazza acqua e sapone che gli siede accanto lo guarda con esplicita riprovazione. La pasticca è una modella bellissima e vistosa che fasciata in un giubbotto bianco con risvolti di pelliccia da vamp lo avvolge in un abbraccio mortifero sui campi da sci, trasformandosi in un essere mostruoso.
Epilogo edificante: il bel ragazzone getta i pericolosi confettini colorati nel fuoco e la brava ragazza del sedile accanto ricomincia a sorridergli.
Non dovrei essere stupita, ma ancora mi sorprende e mi sconcerta la persistenza di un immaginario così tenace sulla pericolosità della ingannevole seduzione femminile: la droga, che ti promette piacere e in realtà ti ammazza, è la femme fatale che adescandoti ti succhia il sangue e la vita. Di più: tra la Scilla della bellona demoniaca e la Cariddi della brava ragazza che “queste cose non si fanno” al nostro bellone non restano molte alternative per incontrare una donna vera. Fatti la tua vita, caro: esci dall'incubo governativo, magari non solo forse le pastiglie non ti serviranno più, ma capace forse che persino ti diverti.

Paola

23 marzo 2011

Tre domande ad Antonella Picchio e all'economia femminista

Three questions to the feminist economics.

Sabato 5 marzo, a Ravenna, il seminario di Storia e politica delle donne promosso dalla associazione Femminile maschile plurale per i corsi della Università per gli adulti Bosi Maramotti, è stato concluso da una mattinata di confronto pubblico fra Serge Latouche, teorico della decrescita, e l'economista femminista Antonella Picchio.
Picchio porta in giro per il mondo da ormai più di quindici anni (almeno dalla conferenza internazionale sulle donne di Pechino, nel 1995, dove era presente come esperta) una approfondita e raffinata analisi femminista sul lavoro di cura svolto dalle donne, non pagato e non conteggiato nella produzione della ricchezza planetaria, che però sostiene l'economia capitalista consentendo la riproduzione – come si diceva un tempo – della forza lavoro (laddove per riproduzione non si intende ovviamente soltanto il partorire esseri umani ma il prendersene cura nella casa e lungo tutte le fasi della vita).
Il suo intervento ha segnato alcuni punti polemici in profondo disaccordo con la visione di Latouche. Ne condivido senz'altro uno: l'essere questo di fatto indifferente di fronte alla contraddizione di genere nella produzione, oggetto di analisi dell'economia femminista, di cui invece a mio parere la teoria della decrescita dovrebbe tenere buon conto se vuole rappresentare una reale alternativa all'esistente.
A Picchio però mi piacerebbe anche porre alcune domande:
Prima domanda, che se ne porta dietro molte altre: come si passa dal riconoscimento teorico dell'enorme valore economico del lavoro di cura svolto dalle donne alla sua concreta valorizzazione (una radicale messa in discussione del capitalismo degli ultimi duecento anni)? Vale a dire, come si conta, e come si ripaga socialmente, se non in moneta, in politiche sociali, fiscali, del lavoro?
Picchio giustamente mette in rilievo il sostanziale fallimento delle politiche di pari opportunità nello svolgere il compito di aumentare da una parte il lavoro salariato delle donne e dall'altra la quota di lavoro di cura non pagato svolta dagli uomini, ma queste politiche hanno fallito perché hanno un vizio di forma o perché non sono state applicate con sufficiente convinzione?Pensiamo a un salario alle casalinghe? A un reddito di esistenza che accompagni individue e individui lungo tutte le fasi della vita non coperte da un lavoro salariato?
Seconda domanda, che sono due: Quale ruolo possono avere in questa visione la critica femminista al modello del lavoro extradomestico salariato full time – di fatto omologante al maschile e subalterno ai fini e ai meccanismi della produzione di merci per il profitto di pochi – come unica via per l'accesso ai diritti e alla autonomia? (Sul sito del Manifesto, il 9 marzo 2011, commentando le manifestazioni dell'8 marzo, Dominijanni tra l'altro scrive: facciamo di questo 8 marzo davvero un giorno di festa .... più di lotta contro il lavoro disumanizzato che di rivendicazione di un lavoro paritario...). E per quanto non desideriamo certo essere risospinte nel cono d'ombra della naturale oblatività femminile, fino a che punto può essere contato, monetizzato, calcolato un lavoro di cura che è indissolubilmente intrecciato con l'ambiguo, ma appassionatamente umano, universo degli affetti e delle relazioni?
Terza domanda: alcuni meccanismi di fondo del funzionamento capitalistico non sono mutati. Ma la spirale del ”turbocapitalismo” energivoro e bulimico di risorse per ossessione produttivista di merci inutili, al servizio di una crescita senza fine e senza direzione, diciamo degli ultimi cinquant'anni, davvero non segna alcuna discontinuità – non fosse altro per la capacità di distruzione dell'ambiente a livello planetario? Ovvero: sono convinta della fondamentale necessità di agire il conflitto con gli uomini in tema di lavoro non pagato, ma perché non dedicare spazio alla riflessione anche su come evitare che l'estinzione della nostra specie renda obsoleto – tra gli altri – anche questo conflitto? E, quindi, in ultima analisi, su come smontare definitivamente questa macchina industriale e produttivista piuttosto che puntellarne la corsa ormai sempre più precaria e mortifera?

Paola

22 marzo 2011

memoria e storia

The link between memory and history isn't a Hegelian dialectic process.

È noto, ci sono silenzi che urlano nella storia della donne, ma bisogna avere un orecchio attento per ascoltarli.
Quasi tutto il novecento è stato caratterizzato da un'istanza di rimozione della memoria, istanza che nei regimi totalitari si è espressa in un vero e proprio tentativo di cancellazione oltre che di mistificazione.
Gli ultimi anni del novecento hanno segnato, anche in Italia, una netta inversione di tendenza, tanto che Annette Wieviorka ha definito quella in cui viviamo «era del testimone», concetto che per la storica ha un’accezione ampia che non riguarda solo i sopravvissuti al genocidio nazista degli ebrei d’Europa.
La relazione storia/memoria trascina con sé dei nodi che ancora oggi appaiono insolubili, da qualunque prospettiva li si osservi.
Se, però, provassimo a capovolgere i punti di vista e non ci facessimo condizionare dagli schematismi, considereremmo la memoria e la storia l'una una risorsa per l'altra.
Memoria e storia non sono le due fasi di un processo dialettico in cui la sintesi passa per il superamento del dualismo, un processo di sintesi che, in ogni caso, appare oggi impossibile: la separazione sempre più netta tra le due ha generato una dicotomia che ha finito per ipostatizzarsi.
Per chi ricorda la memoria è la storia dell'evento narrato, in questo senso la memoria è oggettiva.
Nel raccontare il testimone spiega non solo ciò che gli è accaduto, ma spiega l'accaduto; nell'atto di raccontare il punto di vista del singolo è tale solo per chi ha un punto di vista esterno, non per il singolo stesso.
Nel momento in cui lo storico entra in relazione con le memorie piene di vita dei testimoni deve imparare a guardarle come fonti.
Le fonti vanno circoscritte, contestualizzate, analizzate e poste a critica; chi scrive la storia deve interrogare le fonti ed essere disposto a farsi stupire da risposte che non si aspettava; chi scrive la storia deve dar voce alle infinite sfaccettature che assume il silenzio; chi scrive la storia non può scaricare tutta la responsabilità della narrazione sulla fonte, anche se lo fa in buona fede, magari per una forma di rispetto della fonte stessa; chi scrive la storia, in sostanza, deve mettersi in gioco, rischiare.
E' un percorso che sembra ancora più difficoltoso in relazione alla selezione del materiale: il ricercatore vorrebbe avere la possibilità di ascoltare tutte le voci, leggere tutti i racconti, analizzare tutte le memorie, ogni cernita sembra un torto.
Compito dello storico, però, non è quello di correggere il testimone, di mettersi in relazione con la storia del singolo, ma di mettere in relazione le voci dei testimoni.
Come ha scritto Ricœur «c'è un privilegio che non può essere rifiutato alla storia, quello non soltanto di estendere la memoria collettiva al di là di qualsiasi ricordo effettivo, ma di correggere, di criticare, e anche di smentire la memoria… Proprio sul cammino della critica storica, la memoria incontra il senso della giustizia. Che cosa sarebbe una memoria felice che non fosse anche una memoria equa?».

Valentina

21 marzo 2011

not in my garden...

Is nuclear the answer?

Sabato 26 aprile 1986 ero al mare, per il ponte festivo che portava i primi turisti sulle spiagge di una primavera calda che faceva pensare ad un'estate precoce. Arrivarono le prima notizie dal reattore di Chernobyl e non sapevo bene che fare ma sentivo che niente sarebbe stato più come prima.
Facevo parte di una generazione cresciuta con la paura della bomba, e mentre ogni giorno che passava era sempre più evidente come la guerra fredda andasse perdendo per manifesta incapacità uno dei suoi due terribili contendenti, il blocco sovietico che di lì a poco si sarebbe sbriciolato, ci restava il terrore che da qualche parte un incontrollabile Dottor Stranamore pigiasse il suo autorevolissimo nonché folle dito sul bottone rosso.
Poi arrivò Chernobyl, e ci disse inequivocabilmente come non esistesse un nucleare buono e una bomba cattiva, ma come i due fossero indissolubilmente legati; come misurare il rischio fosse impossibile, come il nemico fosse così insidioso e invisibile da insinuarsi nelle nostre vita quotidiana, da avvelenare silenziosamente gesti così semplici come godersi il sole primaverile su un prato o mangiare un'insalata appena colta. Chernobyl ci aveva tolta – pensavamo per sempre – l'innocenza della tecnologia che tutto risolve e tutto tiene sotto controllo per il progresso senza fine di un'umanità liberata dal bisogno.
Per la verità già molte voci si erano levate contro questo sogno, così ingannevole, così maschile, di facile dominio di una natura matrigna – e perciò – donna. E molte voci di donne intelligenti e autorevoli si ritrovarono a ragionare con sofferenza e con partecipata intelligenza sulle finalità della scienza, sull'etica della responsabilità e sul limite che quello iato incommensurabile tra finitezza umana e spaventosa potenza della tecnologia imponeva di riconoscere, di accettare, di praticare con coscienza e condivisione. Perché Chernobyl era posto su un confine da cui ci era imposto di guardare oltre, e in quell'oltre si vedevano conseguenze che non si potevano umanamente calcolare, nella loro estensione nello spazio (fin dove sarebbe arrivata la nube?) e nel tempo (per quante generazioni future?). Non so bene perché quella stagione – come altre del femminismo e della politica in questo paese – non abbia prodotto memoria comune di sé, una trasmissione efficace. Su questo non dovremmo smettere di interrogarci. Ma così è stato, e gli anni successivi, che pure avrebbero moltiplicato in molti ambiti il pressante allarme risuonato quel 26 aprile, si sarebbero pure incaricati di risucchiare in una sorta di vuoto dell'esperienza e dell'intelligenza le voci di quel dibattito.
Così, il 18 marzo 2011 mi ritrovo in treno, ad ascoltare involontariamente una (autorevole, sembra, dalle frequentazioni nella capitale...) sconosciuta commentare con stizza col vicino di posto la “rottura di coglioni” del Giappone che ci metterà i bastoni fra le ruote nel realizzare le nostre belle centrali. E che lei – in spregio ai patetici nimby* – una, nel suo giardino, la metterebbe sicuramente...
Come posso spiegarle che i confini del “suo” giardino si sono mostruosamente allargati fino ad inghiottire le vite, la salute e il futuro di interi continenti, di intere generazioni? Dopo Chernobyl, per mettere a tacere chi ci chiamava a ripensare il nostro posto di umani sul pianeta (noi, infinitesima parte del vivente che con la propria mette in discussione la sopravvivenza di innumerevoli altri, vertice pensato come neutro universale, misura di tutte le cose che scopriva la sua parzialità, di genere e di specie) ci hanno detto che non si poteva condannare l'uso dei nucleare buono e benefico sulla base di un incidente dovuto a imperizia (ma quella non fa forse parte della nostra umanità? - mista alla fraudolenta tendenza alla menzogna – per interesse politico o calcolo economico) e alla prevedibile obsolescenza dei vecchi trascurati impianti del gigante sovietico al tramonto. Ma il teatro di questa nuova tragedia non era forse l'efficiente, incorruttibile, ipertecnologico, ricco Giappone? E non ha forse mentito, per puro interesse, la Tepco, società privata che gestisce la centrale, esattamente come mentì quasi 25 anni fa la burocrazia sovietica?
Non nel “mio”giardino, per favore. Non su questo pianeta.

Paola

* Not in my backyard, detto solitamente con spregio di tutti quei movimenti e aggregazioni di cittadini che si attivano contro la costruzione di impianti nocivi nel proprio territorio, accusati, molto spesso a torto, di voler semplicemente spostare il problema un po' più in là dal proprio piccolo particulare.

18 marzo 2011

lavoro come liberazione

Women at work or rather "elevate me later".

Lo scorso 20 gennaio Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, è intervenuta ad un incontro pubblico organizzato dall'associazione Orlando presso il Centro di documentazione ricerca e iniziativa delle donne di Bologna. Argomento della conversazione: Vivere il lavoro nel tempo della crisi. Donne e uomini tra necessità dignità e libertà.
L’incontro ha trovato il suo perno e punto di maggiore criticità in una delle prime osservazioni del segretario ovvero il limite del movimento femminista, la cui pratica ed elaborazione si è arrestata sulla soglia del lavoro.
Il lavoro nell’accezione tradizionale “nobilita l’uomo” e, per quelle come me, che per ragioni anagrafiche non hanno partecipato delle iniziative femministe pur avendone introiettato la capacità di riflettere sul sé-soggetto, rende libere le donne. Questa convinzione, il lavoro rende libere, è rimasta tale per molte trenta-quarantenni fino a quando non siamo entrate a nostra volta nel mondo del lavoro. È bastato veramente poco per rendersi conto che il lavoro come libertà è una mera utopia e non certo un’utopia “buona” che in quanto tale tiene vivo il desiderio per qualcosa di meglio (Cfr. Susanna Camusso, Lavoro, in Parola di donna, Milano 2011, p.153-155).
Ci hanno chiamato “nuove identità di lavoro” con buona pace della Cgil stessa, che si è voluta far carico di questa classificazione, senza la quale il lavoro atipico sarebbe rimasto popolato di entità metafisiche anziché di soggetti fatti di corpo, bisogni, desideri, aspirazioni. Le nuove identità hanno una conformazione variegata, tra queste molte sono le donne e, soprattutto, le giovani donne: coloro che a differenza delle loro madri hanno proseguito gli studi ben oltre la terza media o il diploma. Schiere di laureate, a volte con più lauree e percorsi post-laurea alle spalle. Una folla di persone specializzate a tal punto da non trovare, in un mercato del lavoro contratto dalla crisi delle collocazioni adeguate. Si badi, collocazioni adeguate e non certo il lavoro per il quale ci si è preparate studiando. Nella migliore delle ipotesi si accede a un lavoro poco qualificato, per il quale si producono curricula ad hoc per nascondere i propri titoli, poiché i titoli di studio costituiscono un demerito e non un merito nel mondo del lavoro: “come? Ma tu hai finito ora di studiare? Non hai mai lavorato prima? Cerchiamo una persona con esperienza!”
Eventi recenti mostrano un mutamento di questo stato di cose, visto che il possesso di una laurea, seppure breve, sembra faciliti l’accesso a posti di pubblico impiego molto ben pagati. Tuttavia sbirciando negli uffici pubblici si scoprono realtà ben diverse. Ad esempio che la maggioranza delle lavoratrici giovani laureate è lì in qualità di stagista non retribuita o con contratti variamente declinati: a progetto/collaborazione/tempo determinato. Le altre, le regolari, percepiscono a parità di lavoro uno stipendio inferiore a quello del collega maschio e a parità di titoli sono inquadrate a livelli più bassi. Del resto, sono madri reali o potenziali e non capifamiglia.
Maternità, dunque. Perché maternità e lavoro femminile sono le due facce della stessa medaglia. Molte lavoratrici l’hanno potuta scegliere la maternità e forse per molte di loro ha rappresentato una realizzazione più soddisfacente di quella che avrebbero potuto raggiungere nel lavoro. Per le più giovani, invece, quelle per cui il lavoro avrebbe dovuto essere il luogo della liberazione dal bisogno e dell’autodeterminazione, rappresentando la possibilità di vivere la propria vita perseguendo obiettivi scelti, pensati, progettati, per loro/per noi l’utopia del lavoro si risolve in un triste ed iniquo compromesso al ribasso. Il lavoro per quanto poco qualificato, precario e sottopagato è meglio di niente e il privato, anche la maternità, finisce con l’essere posto sull’altro piatto della bilancia e, nella maggior parte dei casi, eliminato dal computo degli obiettivi possibili.
La presa d’atto di tale situazione risulta insufficiente.
Non basta asserire che il lavoro femminile è scarsamente valutato, in qualunque ambito esso venga esercitato; non basta ricordare che il lavoro delle donne è classificato come un qualcosa di aggiuntivo e integrativo all’economia della famiglia, alla quale per altro le donne partecipano già attivamente con il quotidiano lavoro di cura; non basta dichiarare che il lavoro si svolge secondo modalità che ripropongono un modello di organizzazione sociale maschile.
Il fatto è che esiste un vuoto di riconoscimento che coincide con un vuoto di diritti da colmare con norme adeguate. A questo punto rimane una domanda: per sensibilizzare il legislatore le donne devono continuare a delegare?

MGrazia

16 marzo 2011

de/generazioni e ri/generazioni

C’é una generazione/non generazione di donne che rischia di sparire.
Una generazione/non generazione di donne dai 30 ai 48 anni, compressa tra chi c’è stato (e c’è) e chi ci sarà (e c’é).
Una generazione/non generazione che, da un lato, incontra enormi difficoltà a inserirsi nello spazio pubblico più tradizionale, eppure ancor oggi più autorevole, dell’accademia e della produzione scientifico-letteraria intesa nel senso più ampio e, dall’altro, non può e non vuole più essere assimilata ad una ventenne nell’eterna parte della discente.
Questa generazione apparentemente fantasma ha vissuto un’esperienza inconsueta: ha riconosciuto il valore del movimento politico che l’ha preceduta e della cultura che ha prodotto; ha studiato, esaltato, rielaborato quell’esperienza cercando linguaggi nuovi che non negassero ma che esaltassero quell’eredità; ma non è avvenuto l’inverso.
Le femministe degli anni settanta  hanno sostenuto la necessità di uccidere simbolicamente le madri per conquistare la propria autonomia di donne, noi le nostre madri non volevamo ucciderle - anzi - ma esse ci hanno ripudiato.
Paola Di Cori, in un articolo pubblicato su Posse del Giugno 2008 dal titolo “Generazioni di femministe a confronto: precarietà versus corporazioni?”, ha parlato di spazi ristretti e non comunicanti nei quali alle più giovani non è concesso di esprimersi - se non in qualità di Giovani, aggiungo io - sono “spazi dentro l’istituzione accademica, culturale e politica, la pagina di un quotidiano, la rubrica televisiva, una casa editrice, la redazione di riviste o settimanali, le commissioni di pari opportunità a livello locale, regionale o provinciale. In essi ‘le giovani’ non possono che trovarsi in posizioni subalterne”.
Oltre lo specchio, però, c’é ben altro.
La generazione presunta fantasma di cui parlo ha prodotto e produce molte e vivaci elaborazioni politiche e culturali, ma lo fa attraverso canali “altri” che ancora non hanno lo stesso riconoscimento pubblico di quelli consueti.
Queste donne si riuniscono in associazioni e collettivi  in cui si riflette sull’agire politico e si creano nuove pratiche politiche; scrivono in riviste, blog, siti internet fuori dal circuito tradizionale dell’editoria; producono elaborazioni filosofiche, storiche e letterarie che segnano la cifra di nuovi femminismi; si confrontano tra loro in ambiti meno istituzionali, in seminari e workshop auto organizzati, attraverso la circolazione fluida di saperi e pratiche condivise.
Noi ci siamo, ci sono i nostri corpi, ci sono le nostre parole, ci sono le nostre idee.
Propongo di guardare la situazione rovesciandola, ossia non considerando una sconfitta la difficoltà di emergere nei luoghi più tradizionali del dibattito pubblico e dell’elaborazione intellettuale, ma esaltando e dando valore alle pratiche e ai luoghi, fisici e virtuali, nei quali sono nate e continuano a nascere nuove elaborazioni di pensiero, al di là del loro immediato riconoscimento all’esterno.
E se è vero che la molecolarizzazione delle esperienze rende più debole la voce di questa generazione, è altrettanto vero che essa va strettamente legata alla precarietà materiale ed esistenziale con cui ogni giorno facciamo i conti.
La spinosa questione della trasmissione deve essere affrontata attraverso un riconoscimento reciproco, in cui entrambi le parti si guardano con occhi limpidi: io devo essere riconosciuta, non solo riconoscere.
Bisogna riconoscersi reciprocamente, bisogna trovare spazi comuni di discussione, bisogna  esporsi senza paure né complessi.

Valentina

15 marzo 2011

Senso e doppio senso ovvero della rappresentazione delle donne e dell'habitat culturale in cui si riproduce

In uno degli episodi di “Family Guy” (serie animata statunitense che smaschera con ironia la mediocrità e l'ignoranza di una certa cultura non solo americana) la famiglia protagonista è seduta di fronte alla televisione, sullo schermo si vedono due donne seminude distese su un prato che si spal­mano a vicenda l'olio solare con atteggiamento sensuale, l'inquadratura si sposta su alcune bottiglie  mentre una voce fuori campo dice: “Se compri questa birra delle donne focose faranno ses­so nel tuo giardino” - l'ambientazione, è evidente, allude al tanto tipico quanto immarcescibile immagi­nario erotico finto lesbo che si perpetua in linea maschile di generazione in generazione, quasi ine­luttabilmente. Dal divano Lois, la moglie-madre, esclama indignata: “Tipica fantasia maschile  - smorfia di fastidio - le donne che bevono birra! Ti garantisco che è stato un uomo a fare quella pub­blicità.”, al che Peter, il marito-padre, le risponde: “Ma certo che è stato un uomo: è una pubblicità, non la cena per il giorno del ringraziamento!”.
Surreale? Esagerato? Ridicolo? No, siamo noi: qui, ora.
La verità, nella sua complessità, ci appare così com'è solo nella sua finzione, come in un'opera d'arte iperrealista.
Qui, ora, in Italia, lo stereotipo “santa o prostituta” assume nuove brillanti vesti grafiche, senza mutare nella sostanza. Da un lato, un'azienda che produce pannelli fotovoltaici ci offre una versione photoshop del fordismo con l'immagine di una donna in perizoma e scarpe rosse che, accovacciata sulle ginocchia, invita gli astanti a montarla gratis; dall'altro lato, un'azienda che produce bibite si dà alla speculazione matematica postulando che: se un uomo si ad­diziona ad una donna il risultato è il desiderio di fare sesso, se una donna si addiziona ad un uomo il risultato è il desiderio di fare figli.
Sono i due estremi di un pensiero unico, pervasivo e influente, di cui tutti noi siamo permeati e con cui tutti noi dobbiamo fare i conti.
Bisogna indignarsi e reagire, e le donne – molto più degli uomini – si indignano e reagiscono.
Eppure, ogni volta che si tenta di articolare un ragionamento su questi temi si viene infilate a forza  nel cul de sac dei “Sì ma...” e dei “C'è di peggio”, con la violenza invasata tipica della pulsione normalizzatrice che punta all'annientamento.
Il corpo delle donne è oggi il luogo fisico di un discorso da cui le donne sono escluse come soggetti.
L'utilizzo di un linguaggio sessista e di immagini che definiscono i sessi in maniera unidimensionale, senza metterli in prospettiva, perpetua una cultura in cui i ruoli della donna e dell'uomo sono de­finiti e sclerotizzati. In tal modo si danno per scontate relazioni che non prevedono il rispetto del corpo e della persona, e si costruiscono modelli identitari che non ammettono la libertà di scelta e l'autodeterminazione, identità eterodirette.
Sono modelli dai quali sembra impossibile derogare, se non nel caso di eccezioni che però vengono considerate eccentriche e che poi, a ben guardare, richiamano comunque gli stereotipi più comuni sull'immaginario sessuale dell'uomo etero.
Il ruolo della donna è quello della seduttrice passiva che non sceglie e il ruolo dell'uomo è quello del seduttore attivo che non ha scelta, se non quella di sedurre.
C'è uno sguardo esterno ed estraneo che, oggi come ieri, ha la pretesa di definire la soggettività femminile e normarla.
Questi occhi partoriscono una femminilità debole e pericolosa, asservita e incapace di decidere.
Questi occhi presuntuosi modellano La Donna.
Ma questa donna con la D maiuscola non esiste, sebbene sia proprio di lei che, il più delle volte, si par­la nel dibattito pubblico.
C'è un ipotetico Corpo Collettivo delle donne come un Golem obbediente e servizievole da annichilire quando cresce troppo, essere privo di intelletto e incapace di prendere decisioni autonomamente.
L'epoca reazionaria in cui viviamo è una vasca di deprivazione sensoriale dentro la quale galleggiamo igno­rando la profondità ed eludendo la critica.
A questa cultura bisogna ribellarsi, su questa cultura - parafrasando Carla Lonzi - bisogna sputare.


Valentina 


Apparso su la rivista il Mulino online il 23 agosto 2010

14 marzo 2011

Pacifists, Patriots and the Vote - Recensione

Jo Vellacott, Pacifists, Patriots and the Vote. The Erosion of Democratic Suffragism in Britain during the First World War, Houndmills, Basigstoke, Hampshire (UK)-New York (USA), Palgrave Macmillan, 2007, xvi, 227 pp., £ 45,00*

Pacifist, Patriots and the Vote offre una ricostruzione puntuale ed efficace della vibrante partecipazione, che accompagnò gli incontri delle suffragiste britanniche allo scoppio della Prima guerra mondiale, e delle reazioni a mozioni ed emendamenti, che determinarono la rottura fra coloro che videro nel sostegno al militarismo la via per ottenere il suffragio e quante, opponendosi ad esso, cercarono di trovare delle forme più democratiche perché il voto fosse riconosciuto non solo alle donne ma a tutti i cittadini adulti.
Jo Vellacott, storica e femminista militante, pone l’accento sulla National Union of Women’s Suffrage Societies (NUWSS), ridisegnando la storia dell’organizzazione alla luce del dibattito maturato al suo interno fra il 1914 e il biennio 1917-18, quando con la nuova legge elettorale fu approvata la women’s clause e riconosciuto il diritto di voto alle donne. L’analisi che ne emerge, puntando sulle risposte femministe alla guerra, favorisce l’apertura di nuovi interrogativi sul suffragio femminile e pone l’accento sull’impatto di lungo termine che il conflitto ebbe sul femminismo inglese.
L’autrice, trent’anni dopo la pubblicazione di Anti-war suffragism («History», 62 (1977), p. 411-25), ritorna su un tema a lei molto caro, il pacifismo suffragista, e attraverso un imponente lavoro archivistico registra la nascita all’interno della NUWSS di due correnti, l’una conservatrice e l’altra democratica.  L’indagine documenta l’emergere di due diversi femminismi, l’uno intendo a salvaguardare lo status quo politico, incapace di comprendere che in una società “militarizzata” le donne sebbene avessero ottenuto il voto non sarebbero state riconosciute come uguali; l’altro teso a promuovere una sensibilità antimilitarista nella convinzione che solo in virtù di una simile scelta il suffragio femminile avrebbe contribuito ad un radicale cambiamento del sistema politico vigente.
L’ala conservatrice diretta da Millicent Fawcett e Ray Strachey riuscì a conquistare la maggioranza e la guida della NUWSS, mentre quella democratica, sotto la leadership di Catherine Marshall, scelse la via delle dimissioni per partecipare all’International Women’s Congress (L’Aia, 1915) e, in seguito, dare vita al National Council for Adult Suffrage (NCAS). Quest’ultimo, nonostante il capitale politico del proprio gruppo dirigente, non riuscì ad imporsi nel dibattito sul suffragio apertosi nel 1917-18: le campagne pacifiste avevano di fatto penalizzato il suffragismo democratico, percepito come “non-patriottico”, al punto da spingere le stesse leaders ad evitare qualsiasi iniziativa che potesse nuocere alla conquista del voto.
Il libro si presenta complessivamente come un utile strumento per approfondire la conoscenza dei movimenti femminili di inizio Novecento. Mentre, la precisa scelta metodologica dell’autrice di porre al centro della sua narrazione le donne, che determinarono la vita e le attività di una delle più articolate organizzazioni femministe inglesi, restituisce al lettore una bella serie di biografie femminili, il cui agire politico si contraddistinse non solo per debolezze e paure, ma anche per preparazione e spirito di sacrificio.
                                                  
Maria Grazia

Apparso su «Historia Magistra», 2, 2009.