21 maggio 2011

Il nostro dolore è politico

Our inner pain as a political issue (about Lorella Zanardo, author of the docufilm “The women's body”, and media female body image)

Lorella Zanardo, autrice de “Il corpo delle donne” molto visto e molto discusso, è oggetto da tempo di una sorta di “stalking mediatico” da parte della trasmissione “Striscia la notizia”, la cui troupe l'ha aspettata per coglierla sola di ritorno a casa e piantarle in faccia le luci della ribalta intimandole di discolparsi per la sua detestabile opera.

Lascio ad altri l'interrogativo su perché desti tanta irritazione, rabbia e scompiglio, un documentario bello, utile e interessante, ma che in fondo non fa che riprendere il tema, certo non nuovo ma piuttosto ultratrentennale nel dibattito femminista internazionale, sull'uso delle immagini e dei corpi femminili nella comunicazione di massa. Forse perché si tratta di tv? Forse perché preoccupa così tanto che donne e – non sia mai – femministe, lungi dall'essere tutte ormai anziane signore ritiratesi a vita privata, riflettano ancora su questi temi? Così come lascio ad altri la querelle sul presunto moralismo bacchettone di chi si dissocia dalla passione nazionale per tette e culi di giovani donne in mostra. Per liquidare con una battutaccia l'argomento, che meriterebbe certo ben altre considerazioni, sono disposta a riparlarne con i miei amici quando bocceranno il politico di turno per la sua assenza di appetibili bicipiti o si riterrà necessaria l'esibizione di un bel pacco per vendere il caffé. Sono volgare? Ebbene sì, arrossisco, ma ogni tanto cedo alla tentazione di rendere pan per focaccia. Se il corpo maschile non è utilizzato come quello femminile a mio parere è per due semplici motivi: il primo, il differenziale di potere che ancora regala questa parte dell'immaginario collettivo alla sessualità maschile tradizionale e alle sue ossessioni; il secondo lo sforzo di molte donne (e anche di alcuni uomini ) di costruire una diversa cultura delle relazioni, del desiderio e degli affetti (che è quanto di meno moralista e bacchettone io abbia mai sperimentato in vita mia).

Per tutte queste ragioni, dissento da Lorella Zanardo, che ammiro e rispetto, quando dice “Sono arrivata a questo documentario non per ragioni politiche e culturali, ma perché ho subito sulla mia pelle l'umiliazione per come è trattato il corpo delle donne” (D di Repubblica del 7 maggio 2011). Cara Lorella, io credo che la tua umiliazione, pari e identica a quella di tutte noi (come tu giustamente rilevi in un passaggio successivo) sia un fatto politico e culturale. Il tuo dolore è politico (anche questo lo ha detto il femminismo ormai un po' di tempo fa), altrimenti non susciterebbe le inviperite reazioni che suscita e perché anche da esso scaturisce la necessità di un “nuovo ordine mondiale” nelle relazioni fra uomini e donne. Se non è politica questa...

Paola

17 maggio 2011

17 maggio 1981 - 17 maggio 2011: trent'anni dal referendum sulla legge 194.

A short history of the italian abortion legislation in the thirtieth anniversary of its approval.

È il 1973, a Padova, una donna, Gigliola Pierobon, subisce un processo con l'accusa di procurato aborto.
Nel 1973, in Italia, vigevano ancora le norme del Codice Rocco, del 1930, per le quali l’aborto era definito reato “contro l’integrità e la sanità della stirpe”. Pena prevista: da uno a cinque anni di reclusione per le donne che si procuravano da sole l’aborto; da due a cinque anni per quelle che si sottoponevano all'interruzione e a chi lo praticava.
La grande maggioranza delle interruzioni di gravidanza avveniva clandestinamente, spesso con metodi rozzi e dannosi quali i decotti di prezzemolo, di chinino, gli aghi da maglia inseriti nell'utero. Solo per le donne più abbienti c’erano le cliniche private, illegali o estere.
Il processo Pierobon diventa il pretesto per una mobilitazione di massa delle donne. Non solo le femministe scendono in piazza con una grande manifestazione, ma entrano nel processo, invadono il tribunale e si autodenunciano per aver abortito.
Pierobon viene assolta, insieme a tutte le altre donne che si sono autodenunciate.
Il movimento femminista porta alla luce in modo eclatante la drammaticità dell’aborto clandestino - esso sì una violenza conseguente il controllo sociale della sessualità femminile - e rivendica il diritto di abortire, come diritto di ogni donna di autogestire il proprio corpo.
Subito dopo, nel 1974, il deputato radicale Loris Fortuna fa una proposta di legge.
Nel 1978 verrà approvata la legge 194 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza”.
Le femministe la definiranno una “legge truffa”, a causa del potere dato al medico, cui spetta di decidere se la donna è nella condizione fisica o psicologica di non poter portare avanti la gravidanza.
Nonostante la legge fosse un enorme passo avanti, viene negata la capacità della donna di autodeterminarsi, di scegliere per se stessa.
La legge scatena le ansie moralistiche e apocalittiche della società conservatrice.
Nel 1981 si andrà al voto per il referendum abrogativo. Il movimento femminista, a quel punto, non può più contare su una presenza massiccia sul territorio, ma la vittoria dei no è comunque schiacciante (67,8%).
Valentina

14 maggio 2011

La giusta ripartizione delle risorse per la pace tra i popoli – una proposta femminista degli anni Venti

The right allocation of resources for peace between peoples – a feminist proposal of the Twenties.
The public debate does not give space to a reflection on the despair that surrounds us and takes away hope. For this reason I propose a reading of old papers, which surprise by their extraordinary relevance: the economic reform program sponsored by the Women’s International League for Peace and Freedom in 1927.

Il 2 maggio 1927 Lou Bennett, attivista della Women’s Internatioanl League for Peace and Freedom, dichiarava che “l’organizzazione aveva sin dalla sua fondazione (il 1915) realizzato che le politiche economiche nazionali e internazionali erano legate non solo alla pace ma anche alla libertà, e pertanto le politiche economiche esistenti dovevano essere riorganizzate su nuove basi e secondo un nuovo spirito, affinché sia la pace sia la libertà potessero essere costruite su più sicure fondamenta”.
Da queste considerazioni discese un programma di riforma dell’economia mondiale pensato da donne, pacifiste non-violente, ecologiste e femministe. Il programma auspicava l’assunzione del governo internazionale dell’economia da parte di un organismo internazionale per limitare il potere dei trusts e pianificare sia la produzione sia la distribuzione. La direzione internazionale dell’economia, secondo la Wilpf, necessitava di alcune inchieste preliminari tese a determinare l’esatto fabbisogno di viveri di ogni paese, per equilibrare la produzione agricola ed evitare alle popolazioni periodi di carestia e fame; e a stabilire la reale quantità di materie prime necessarie all’industria, per inventariare le risorse naturali e procedere alla loro equa distribuzione, eliminando sprechi e ingiustizie.
I beni alimentari, le fonti energetiche e le materie prime, essendo fondamentali per il progresso della civiltà, necessitavano secondo le wilpfers di particolari tutele da elaborare mediante programmi di internazionalizzazione della ricchezza e la definizione delle condizioni affinché ogni paese potesse accedervi senza restrizioni.
La libera circolazione delle merci doveva andare di pari passo con la giusta distribuzione dei prodotti destinati al benessere umano. L’economia non avrebbe dovuto essere condizionata dall’esistenza di barriere doganali o di tariffe e sovvenzioni statali, utilizzate per regolare il flusso di import/export, ma gli stessi governi nazionali avrebbero dovuto sostenere i costi di un’operazione di apertura dei mercati, destinando ai programmi di internazionalizzazione economica le somme risparmiate con la soppressione del budget di guerra.
Un tale progetto economico risulta conforme al principio dell’interdipendenza. La sua realizzazione, infatti, comportava l’impegno da parte degli Stati ad auto-limitare la propria sovranità nazionale, in nome dell’interesse comune. Richiedeva, inoltre, l’assunzione da parte di una struttura sovra-nazionale del controllo delle vie di comunicazione e dei mezzi di trasporto, per migliorare e rendere omogeneo il sistema. Un controllo internazionale ritenuto indispensabile per favorire la riorganizzazione del lavoro su basi di giustizia, obbligando tutti i paesi a riconoscere ai lavoratori gli standard minimi di sicurezza e benessere, non solo quelli economici, ma anche quelli morali ed intellettuali.

Credo di non poter aggiungere altro.
MGrazia

30 aprile 2011

The day after, day after day

Viviamo senza più fiutare sotto di noi il paese,
a dieci passi le nostre voci sono già bell’e sperse

We live without feeling the country beneath us,
ten steps away and our voices are dissipated
Osip Mandel'štam

Arrivo in ritardo, volutamente, una forma di protesta contro un paese che cancella la cronologia quotidianamente, come un browser.
Non si può nuotare sempre a pelo dell’acqua.
Sul brutto articolo di Alberto Asor Rosa apparso sul Manifesto il 13 aprile ho letto tanto, ma mi sembra valga la pena di segnalare solo la discussione che si é svolta sul blog di Loredana Lipperini. Del brutto articolo di Asor Rosa ho discusso più del necessario, tanto che credo di aver dato tutte le parole al vento e di non aver quasi più la forza di farle uscire dalle dita.
Arrivo in ritardo, volutamente, ma questa discussione fa vibrare la mia sedia, dunque arrivo, comunque.
Asor Rosa non ha pisciato fuori dal vaso, piscia fuori dal vaso un uomo distratto (pisciano fuori dal vaso i maschi che pisciano in piedi, non quelli che la fanno seduti o le donne), ed io non credo affatto che Asor Rosa fosse distratto.
Al contrario di quanto é stato detto da più parti, lo scenario disegnato nell'articolo del Manifesto non ricorda affatto i golpe sudamericani, a me sembra piuttosto un’idea delicata e pacificatrice del colpo di stato, una felice sistemazione dall’alto con lieto fine democratico - se proprio aveva in mente qualcosa, quel qualcosa era la rivoluzione dei garofani del 1974.
Quello che nessuno sembra aver notato é che la “soluzione Asor Rosa” ha come secondo assunto una svalutazione pressoché totale dell’azione politica dal basso, delle sue possibilità e dei suoi esiti.
E poiché Asor Rosa amplifica un sentimento che vedo diffuso e in diffusione - una sorta di nichilismo all’acqua di giò di giorgio armani - credo valga la pena di non avallarlo pubblicamente.
Il primo assunto dell’articolo é che “Presidente del Consiglio & Co.” siano IL problema dell’Italia: mandata a casa la gang, risolta la questione.
Questa valutazione - peraltro così comune - mi sembra davvero troppo semplicistica, per chiunque.
Lo sfascio é sotto gli occhi di tutti, ogni giorno é un day after, non ci sono più days before a disposizione.
In che stato é la democrazia? In che Stato é la democrazia? Cosa é la democrazia? Come ce la figuriamo?
Molte delle analisi che mi trovo a leggere sono inquinate da una visione sfocata della realtà in cui oggi ci muoviamo, tutti.
Certo, individualmente é motivante avere un nemico, ognuno può farsi la sua piccola Guerra Fredda personale dimenticandosi del reale.
La consolazione è la sazietà di chi ha la bocca buona.
Sì, nemmeno io ne posso più di quelli che starnazzano scomposti, sputazzando saliva mentre sparano il loro sdegno come le canoniche treavemaria assegnate dal prete per purificarsi dai peccati, e sono stanca allo stesso modo di quelli che partono alla carica con il fallo in resta, salvo poi fermarsi a marcare il territorio in cerchio attorno a loro stessi.
Per resistere non bisogna assolversi.
Valentina

28 aprile 2011

Vogliamo tutto, ma tutto è quello che vogliamo?

We want everything! But is everything what we really want?
Job, career, maternity for... Wonderwomen

A Bologna è tempo di elezioni. Qualche sera fa ascoltavo una giovane candidata di una lista di centrodestra raccontare che alla notizia della sua candidatura molte persone avevano osservato che, così facendo, “aveva scelto la carriera”. E che lei rifiutava questa opzione: “io voglio tutto”, diceva, figli, famiglia e carriera.
La giovane candidata era brillante e disponibile a mettersi in gioco in una sede storica del femminismo cittadino; non proprio il suo terreno, si intuiva. L'affermazione suonava come una conferma di tante parole d'ordine del femminismo, passato e presente, e per questo e per la sua spontaneità è stata immediatamente circondata da una corrente di simpatia. Che non voglio mettere in discussione, sarebbe davvero ingeneroso.
E' al femminismo che, ancora una volta, è giusto porre la questione, perché il femminismo ci ha insegnato una pratica di vigile coscienza e autocoscienza, individuale e di gruppo. Vogliamo tutto è uno slogan straordinario nella sua parte che allude al rifiuto consapevole della scissione tra pubblico e privato, tra razionalità e affettività, tra corpo e mente che è una delle pratiche più violente e pervasive della disciplina maschile dei generi e delle donne travestita da neutro universale. Vogliamo tutto è uno slogan ambiguo nel suo alludere ad un modello di onnipotenza e perfezione femminile con cui ci tengono in scacco nelle nostre vite concrete e quotidiane, nelle faccende di tutto i giorni. Non si può avere tutto – e non si tratta solo di arrendevole conformismo e vigliaccheria travestita da saggezza. Sarebbe ora che noi donne e femministe ci interrogassimo con più onestà sulla forma che la complicità femminile prende quando si manifesta come desiderio/aspirazione alla capacità di tenere miracolosamente insieme tutto. Non solo perché questo fa pagare a noi stesse un prezzo altissimo, che ben conosciamo e che è tutto interamente e solo nostro. I limiti esistono: va ammesso che la cura è spesso un lavoro spossante, totalizzante, faticoso, non sempre creativo e gioioso, che può escludere o limitare fortemente l'impegno in altre sfere della vita. Non ammetterlo, non riconoscerlo e riconoscerselo rovescia interamente su noi wonderwomen e sulle nostre straordinarie doti individuali quello che è un compito squisitamente sociale: costruire una mondo basato su relazioni sociali e di genere in cui, mentre si riconosce l'altro valore della cura, non lo si attribuisce solo alle donne o ai “servizi” ad esse dedicati (presto tagliati come un lusso incomprensibile alle prime difficoltà, se non si fa questo passaggio); e sarebbe a mio parere una società in cui per forza il pil, il denaro e l'accumulazione di ricchezza verrebbero perlomeno fortemente ridimensionati come esclusivi compiti umani.
Nella megamacchina del turbocapitalismo(di cui le donne, come dice bene Picchio, sono gli invisibili servo-meccanismi) per la cura, per i figli (o gli anziani, o i malati) non ci può essere davvero posto. Siamo bravissime, è vero, simpatica candidata: ma è ora di dire agli uomini che noi non possiamo fare tutto, e che se non vogliamo tutto, almeno sappiamo tutto quello che vogliamo.

Paola

15 aprile 2011

Corpo, ancora una volta

Body, once again
When the denial of female sexuality becomes dominant model

Le ultime informazioni relative al rubygate mettono di fronte ad un dato alquanto sconcertante, almeno per me.
Le descrizioni “puntuali” sull’esercizio del bunga bunga restituiscono, infatti, un’immagine della sessualità femminile degradata e degradante, con la quale tutte noi dovremmo fare i conti.
Agli inizi di questa triste vicenda, che ci tocca non per un problema morale, quanto piuttosto per una questione di qualità della cittadinanza, è stato sorprendente vedere come le giovani donne coinvolte, benchè mediaticamente sovraesposte apparissero mute. Incapaci di formulare una qualsivoglia considerazione sulla natura del proprio coinvolgimento e in alcuni casi della propria professione. In loro vece si sono espressi uomini e donne, esponenti della politica e del giornalismo, sostenendo ora la libertà femminile a fare del proprio corpo l’uso ritenuto più opportuno, ora la natura del rapporto uomo/donna in termini di “amore” regolato dalla gratuità.
Quello che ci viene plasticamente descritto non è né l’una né l’altro.
Si tratta solo di un povero corpo di donna che, essendo inconsapevole di sé e per questo tutt’altro che libero aggiungerei, viene vilipeso.
I corpi schiacciati in pose pornografiche riducono la libido femminile ad un mero strumento per soddisfare il bisogno altrui di piacere. Plasmata su un immaginario maschile, la sottomissione a Priapo appare quasi un rito iniziatico per donne giovani, le quali ignorano semplicemente il loro diritto ad esprime la sessualità liberamente ovvero liberata dalle regole degradanti cui proprio quell'immaginario la riconduce.
Di fronte a questo scenario, mi sono chiesta se la riflessione femminista sulla sessualità avesse avuto una qualche forma di trasmissione. E se sì, dove si fosse interrotto quel percorso. Perché dev’essersi interrotto: come capacitarsi altrimenti di questa visione tardo-impero della nostra sessualità?
Ora resta da capire quanto questo vuoto culturale costerà ai nostri corpi.

MGrazia

12 aprile 2011

Donne e uomini nella crisi

Italian feminist wiews on work and employment: women and men in the economic crisis.

L’Associazione per il rinnovamento della sinistra ha organizzato l’8 aprile 2011 a Milano una giornata di riflessione dal titolo Donne e uomini nella crisi: letture e proposte del femminismo italiano. Molte le voci di donne, studiose e femministe con varie visioni della questione, e anche di uomini : trovate qui notizie precise sul l’appuntamento e su invitate/i.

Il dibattito interveniva sulla carne viva della crisi e ha avuto diversi spunti interessanti. Vi dico subito una cosa che ho apprezzato e una cosa che mi ha lasciata più perplessa. Ho apprezzato che si istruisse una discussione a partire da alcuni testi pubblicati negli ultimi due anni e li si indicasse prima, consentendo a tutti di approfondire gli argomenti, e che si proponessero le visioni – plurali, come i femminismi stessi – femministe per un confronto sulla crisi che stiamo vivendo tutti, uomini e donne. Ho apprezzato meno una certa aria di autoreferenzialità che ancora è circolata: sintomatico il richiamo, da più parti, alle generazioni della precarietà che non si sono mai ribellate – ma, con una grande manifestazione, in programma per il giorno dopo, più visibilità poteva essere data all'ascolto di una/un “giovane” precaria/o.

Vengo al mio nocciolo della questione. Mio, perché certamente altri potrebbero essere individuati. Il mio nocciolo è la crisi del lavoro: non solo crisi economica, ma anche di prospettiva, modello, desiderabilità, progetto di vita. Crisi del lavoro come mancanza di : arretramento, perdita di opportunità e di diritti, e, per le donne più che per gli uomini, di autonomia e libertà, col rischio di essere ricacciate in ruoli e stereotipi che si vogliono superati per sempre. Crisi del lavoro come logoramento del: critica profonda e radicale del modello della produzione fordista e capitalista, del lavoro salariato come unica via d’accesso ai diritti e alla autonomia, della sua capacità di fondare identità e progettualità di sé.

Da una parte si dice: se rinunciate alla rivendicazione di un lavoro stabile, garantito,contrattato collettivamente, fate a pezzi i diritti, e, con essi, le vite delle donne e degli uomini. Siete subalterni a questo turbocapitalismo feroce, parlate a una élite di privilegiate/i che possono concedersi il lusso di uscire dal meccanismo. E’ grosso modo la “parte” più vicina a istanze di cosiddetta “emancipazione”. Dall’altra si dice: se rinunciate alla critica a questo lavoro, a come si è organizzato e pensato, rinunciate a guardare fino in fondo la faccia del turbo capitalismo feroce, e a pensare alternative. Siete subalterni alle sue esigenze. E’ grosso modo la "parte "più vicina alle istanze di un femminismo che ha condotto molto precocemente la propria critica alla emancipazione tout-court.

La semplificazione dei termini del confronto, è ovviamente, ancora una volta mia. Come mio resta il dubbio su chi sia subalterno a chi. Non posso fare a meno di pensare che l’argine posto con tanta fatica e tanto dolore alla mercificazione totale del lavoro nel corso di decenni di lotte, abbia ceduto come sabbia di fronte all’urto della globalizzazione. Non posso fare a meno allora che, se non ora, quando? Bisogna tornare a intendersi su che cosa è il lavoro, a chi serve e a che cosa serve. Prima di tutto per le donne. Senza avere paura di abbandonare, nella sua ridefinizione di senso e di orizzonte, le sponde che consideriamo sicure: quando arriva lo tsunami, Giappone insegna, la terraferma rischia di non essere più tale.

Paola


10 aprile 2011

Scomparsa del corpo, assenza del soggetto

Disappearance of body, absence of subject.
Feminist historiography between gender perspective and “women’s history”.

Soffocamento. Questa è la sensazione che rimane a margine di un convegno di storia delle donne.
Minorità dell’argomento sottolineata dalla presenza poco numerosa ed esclusivamente femminile di pubblico.
Studiosi, il maschile linguistico va da sé, sebbene nove siano le studiose e uno solo lo studioso. Giovane, quest’ultimo – catalizzatore di condiscendenza materna: un uomo che si/ci degna di assumere ad oggetto delle proprie ricerche tematiche femminili (ovvero che abbiano per oggetto le donne)!
Seguono interventi in cui le donne - indicate come soggetto, almeno stando ai titoli dati alle letture -, si rivelano scarni oggetti di classificazioni. Private della loro esistenza (il corpo), le donne svaniscono nel tentativo fallimentare di analizzare i ruoli nei quali sono state collocate. L’inefficacia dell’operazione deriva proprio dall’assenza del soggetto. In sua assenza, infatti, risulta impossibile cogliere appieno il peso che quei corpi di donna hanno avuto nello stabilire o nel modificare un determinato ruolo. Ma tra i presenti nessuno sembra essersene accorto.
Eppure l’assunzione di una peculiare prospettiva di genere è una metodologia che coinvolge in primo luogo chi compie la ricerca: serve a far sì che l’esistenza negata dalla Storia riemerga, rivelando l’inganno di una ricostruzione storica che ne ha naturalmente avallato l’assenza.

Ossigeno. È tutto qui, in alcuni versi di Emma Baeri (I Lumi e il cerchio, Rubbettino 2008, p. 190):

La fine della storia
appare morte
ma è sguardo differente
sulle cose
è acquisto di memoria
di me stessa – lieve
pensosa di parole nuove
Può sembrare banale
forse insano
Ma la gioia di esistere
è più forte
del greve condiscendere del padre
della grigia mestizia
che trascura
il sapore del vento
(…)

MGrazia


7 aprile 2011

letteralmente Alain Badiou

a quote from Pocket pantheon Prologue

dal Prologo a Piccolo pantheon portatile (il melangolo, 2010)

“Coloro che pretendono che l’essere umano sia malvagio, vogliono in realtà solo addomesticarlo per farne un salariato triste e un consumatore depresso, al servizio della circolazione dei capitali. Capace com’é di creare in diversi mondi verità eterne, l’uomo custodisce in sé l’angelo che le religioni volevano rimpiazzare.
[…]
Abbiamo visto resuscitare quei “valori” da cui la filosofia ci ha aiutato da sempre a sbarazzarci, valori come l’obbedienza (ai contratti commerciali), la modestia (davanti all’arroganza degli istrioni della tivù), il realismo (la necessità logica dei profitti e delle ineguaglianze), l’egoismo totale (ribattezzato col nome di “individualismo moderno”), la superiorità coloniale (i buoni democratici dell’Occidente contro i malvagi despoti del Sud), l’ostilità al pensiero vivo (ogni opinione va presa in considerazione), il culto del numero (la maggioranza é sempre legittima), il millenarismo stupido (il pianeta si riscalda già sotto i miei piedi), la religione vuota (dovrà pur esistere Qualcosa…)”.

Io non devo aggiungere niente
Valentina

6 aprile 2011

Il nostro tempo è adesso - la vita non aspetta - Tutte/i in piazza il 9 aprile

The elephant in the room. There's no capitalism with a human face. It is necessary a new welfare state, it is necessary a basic income: NOW.

E’ vero che la vita non aspetta: ve lo può dire chi appartiene alla prima generazione di precari a vita, e arrivata sulla soglia della mezza età con prole assume pienamente (formulazione elegante per dire che ci sbatte il naso) che la sua condizione si è fatta permanente e non ha più tempo di modificarla. Perché se non cambia radicalmente la concezione dello Stato sociale, in direzione di un reddito di esistenza, anche uscire dalla precarietà lavorativa a più di quarant'anni – ancorché augurabile, intendiamoci – non mi restituirebbe la vita passata, la casa più adatta e dignitosa cui no non ho avuto accesso perché non potevo accendere un mutuo di un certo tipo o avere un contratto d’affitto migliore, una futura pensione cui non potrei comunque avere diritto perché, appunto, non c’è più tempo.

Non è solo questa la “generazione precaria”: ormai se ne accumulano diverse; ora semplicemente le condizioni mondiali sempre più difficili hanno spogliato definitivamente il re dei panni luccicanti di fondi di bottiglia che vestiva quando tutti saremmo diventati “liberi professionisti”, votati al successo e alla ricchezza. Lo sapevamo che era una bugia colossale: eppure le nostre grida di dolore si sono levate per quasi vent’anni nel silenzio assordante della politica. E’ che credere ottusamente alla crescita infinita della ricchezza e della disponibilità di merci, gadget, opportunità, diciamocelo, era consolatorio e gratificante per tutti: sì, le relazioni sociali si degradavano, l’ambiente attorno a noi era sopraffatto, le ingiustizie crescevano, ma il progresso avrebbe sistemato tutto, e il progresso, per definizione, non può essere fermato.

Bene scendere in piazza, finalmente, portarci i nostri corpi, pesanti esigenti e difettati, di uomini e donne che hanno bisogno di essere nutriti alcune volte al giorno, di essere curati quando si acciaccano, di essere accuditi nelle varie fasi della vita: tutte cose che ci hanno insegnato a trascurare per diventare più efficaci ingranaggi della macchina lanciata alla massima velocità. Noi siamo gli effetti collaterali del “turbo capitalismo”, esternalità, costi non rendicontabili. Al massimo grado le donne, che sono più difficili da ridurre al virtuale per l’accidente evoluzionistico che dà loro la possibilità (non il dovere) di partorire nuovi esseri umani. E’ vero che il nostro paese sconta una situazione peggiore e più disperata di altri per tante cose che sappiamo benissimo: ma non facciamoci troppe illusioni. Guardiamoci dietro le spalle, per non perdere la memoria storica di quello che ci ha appena preceduti, guardiamoci attorno, per capire che la crisi è globale e senza ritorno. Diversamente, sarà davvero difficile affrontare quello che ci aspetta con qualcosa di più che una confusa, irrealistica aspettativa di una giustizia che non arriverà.

Paola